Utopia: la forza del volerla raggiungere

Utopia: la forza del volerla raggiungere

L’utopia di tutti è la stessa e non riusciamo a raggiungerla perché la nostra razionalità ci mette in conflitto con gli altri, forti della convinzione che chi è stato educato sin da piccolo in un modo diverso dal nostro sia “il nemico”.

Un narcisismo insensato, una volontà di potenza e autoaffermazione che ci allontanano dal bene oggettivo, dal benessere fisico, culturale e psichico, ci vieta di identificarci nell’assoluto, dove l’assoluto è l’enorme mente alveare degli esseri umani quella che, se se ne potesse fare una metaforica statistica, la media rappresenterebbe il “divino”, identificato da Feuerbach nell’essere umano.

Mentre la volontà di potenza è stata per millenni una formidabile risorsa contro la difficoltà della vita, contro le violenze e per la sopravvivenza, ora è puro autolesionismo: dobbiamo trovare un nemico, altrimenti crolliamo in una depressione invalicabile e, a ben vedere, in entrambi i casi il nemico siamo noi stessi.

Dove l’egoismo ha sostituito l’individuo e dove l’edonismo ha preso il posto della virtù, un sistema si allontana sempre più dal desiderio legittimo di vivere in una utopia, ma si avvicina al crollo della società.

Le divisioni che stiamo subendo sono sì fisiologiche, di chi sta perdendo quelle certezze che configurano il pensiero “bianco e nero”, ma devono essere accompagnate da istituzioni autorevoli, da un sistema sociosanitario robusto e dal desiderio di migliorarsi. I giovani sono confusi perché un frammento di consapevolezza è già in loro, per questo parlano di suicidio (anche scherzando, sebbene l’ironia è quasi sempre “seriosa”), per questo cercano appigli nel piacere, per questo sono depressi.

Quello che per qualche secolo ci è stato tramandato, ossia che “un’utopia esclude l’altra”, sta venendo smentito e chi è al comando non può che negare del tutto la possibilità di una società perfetta, portando le nuove generazioni a perdersi nelle droghe e nell’elettronica, mentre gli adulti vengono oppressi da ritmi lavorativi che non porteranno mai a niente, in ambiti pressoché inutili.

Ma forse l’utopia esiste. L’oggettività può esserci e può essere raggiunta, come solo chi è sopravvissuto alla depressione e ha raggiunto un buon grado di consapevolezza può capire, chi si intende di “ spettri di personalità” e di equilibrio psichico. Se esiste un oggettivo “meglio”, esiste un oggettivo “bene” e questo può e deve darci la motivazione per cercare un sistema perfetto in cui ogni individuo è valorizzato e valorizzante, dove ognuno ha una certa quantità di responsabilità, dove le ricchezze vengono distribuite in base alle necessità e al duro lavoro. Questo pensiero fa sopravvivere tutti.

(di Andrea “Autosabotaggio” Besi)

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