Il mito della democrazia liberale e l'Impero

Il mito della democrazia liberale e l’Impero

La storia è finita il 14 ottobre 1806. Quello è stato il giorno della battaglia di Jena, il punto di svolta, come ha scritto il filosofo G.W.F. Hegel, della lotta dell’umanità per la libertà. Una volta che Napoleone ha trionfato sulle forze reazionarie in Prussia, gli ideali che la Francia post-rivoluzionaria rappresentava – non solo libertà, uguaglianza e fraternità, ma lo stato moderno e il suo ordine legale – avrebbero funto da modello per l’Europa e il mondo.

Quando Francis Fukuyama ha rivisitato questa idea ne “La fine della storia?” – con un punto di domanda – sulle pagine del The National Interest un quarto di secolo fa, ha dovuto ricordare ai lettori che cosa intendesse dire Hegel. Gli eventi sarebbero ancora avvenuti, inclusi grandi eventi come le guerre. Ma ciò che era finita era la sequenza di forme politiche e culturali le cui contraddizioni interne davano vita all’ennesimo passo avanti nello sviluppo della libertà: dal mondo antico fino alla cristianità medievali per giungere infine a ciò che gli interpreti di Hegel del ventesimo secolo hanno definito “lo stato omogeneo universale”. O, come lo ha definito Fukuyama, “la democrazia liberale”.

Nel 1989 era ormai ovvio che Hegel aveva avuto ragione: la lunga serie di azioni di retroguardia tentate dai poteri reazionari europei erano finiti dopo la prima guerra mondiale. Fascismo e comunismo sovietico avevano proposto una fine alternativa alla storia – modernità in competizione – ma nessuna delle due ha prevalso contro la democrazia liberale, sia sui campi di battaglia che sui mercati.

Tutto ciò è stato benvenuto dall’élite americana della politica estera. Fukuyama non aveva deciso di giustificare un “momento unipolare” o il ruolo del mondo americano come “nazione indispensabile” – anzi, pensava che la noia fosse il destino per coloro che erano sfortunati a vivere oltre la fine della storia – eppure il suo saggio non poteva fare a meno di aggiungersi al trionfalismo del tempo. La Guerra Fredda era finita; d’ora in poi, lo stile di vita americano sarebbe il modo di vivere di tutti: inevitabilmente, per sempre, da Mosca a Pechino a Baghdad.

“La vittoria del liberalismo è avvenuta innanzitutto nella dimensione delle idee della coscienza”, ha scritto Fukuyama, “ed è ancora incompleta nel mondo materiale”. La missione dell’America sarebbe stata quella di completarla attraverso accordi commerciali internazionali, promozione dei diritti umani e, ovviamente, le guerre.

E se Fukuyama si fosse sbagliato, e la democrazia liberale non fosse la fine della storia? E se, al contrario, la way of life americana fosse un incidente della storia – un incidente reso possibile solo da uno speciale tipo di sicurezza globale?

Ciò che infatti ha trionfato negli ultimi 250 anni – non dalla battaglia di Jena nel 1806, ma dalla fine della guerra dei sette anni nel 1763 – non è un’idea, ma un’istituzione: l’impero. Gli imperi britannico e americano hanno creato e sostenuto l’ordine mondiale in cui il liberalismo ha potuto prosperare. La “democrazia liberale” di Fukuyama è diventata sinonimo di “atteggiamenti e istituzioni di un mondo in cui il potere angloamericano è dominante”.

L’IMPERO BRITANNICO LIBERALE

La vittoria contro la Francia nella guerra dei sette anni ha confermato non solo la superiorità navale dell’Inghilterra – e quindi l’abilità di proiettare il potere meglio di qualunque altra nazione nel tardo diciottesimo e nel diciannovesimo secolo – ma anche la superiore resilienza delle istituzioni politiche e finanziarie britanniche. L’Inghilterra ha pagato un prezzo alto per il conflitto, con la perdita di tredici colonie nordamericane che si sono ribellate contro le tasse che il re e il parlamento avevano istituito per pagare ciò che i colonizzati chiamavano “la guerra francese e indiana”. Ma anche se il re Giorgio III ha perso l’America, il re di Francia ha perso la testa. Per rimettere le finanze in ordine dopo la guerra dei sette anni e la rivoluzione americana, Luigi XVI ha invocato gli Stati Generali nel 1789, e da lì è iniziata la rivoluzione francese.

Diciassette anni dopo, Hegel non si sbagliava quando vedeva nelle armate di Napoleone una involontaria forza del progresso. Nel 1806, c’era una grande possibilità che il diciannovesimo secolo diventasse il secolo francese – oppure quello tedesco, dopo che la sconfitta a Jena ha spinto la Prussia alla modernizzazione e alla trasformazione nel nucleo di quella che sarebbe diventata una Germania unita. Ma la Francia e la Germania avevano la sfortuna di essere vicini, e le reciproche invasioni che si sono lanciate hanno dato vita non solo alla modernizzazione politica, ma anche al nazionalismo e alla repressione di stato.

In contrasto, il territorio britannico è rimasto inviolato – una precondizione necessaria, pur non di per sé sufficiente, all’ascesa del liberalismo. Il teorico politico della Germania nazista Carl Schmitt osservava l’ironia per cui questo paese che aveva dato al mondo il Leviatano di Thomas Hobbes avrebbe potuto evitare il bisogno di avere di uno stato tanto consolidato:

“L’isola inglese e la sua marina pronta a conquistare il mondo non avevano bisogno della monarchia assoluta, dell’esercito di terra, della burocrazia di stato, del sistema legale… tali erano caratteristiche degli stati continentali. Attingendo dall’istinto politico di un potere commerciale e marittimo, un potere che possedeva una forte flotta che aveva il potere di acquisire un impero mondiale, il popolo inglese si è ritirato da questo tipo di stato chiuso ed è rimasto ‘aperto’.”

Imperi terresti come quello che Napoleone ha tentato di costruire si sono dimostrati poco congeniali al liberalismo perché vivevano di reazione nazionalistica e centralizzazione politica. Ma un impero navale era una questione diversa: non solo risparmiava alla madre patria le devastazioni delle rappresaglie straniere e degli scontri di confine, ma forniva anche una pronta cornice per il capitalismo, il grande motore della liberalizzazione e della democrazia. Il libero mercato, per esempio, una pietra miliare del liberalismo economico, si è storicamente sviluppato al di là del commercio interno all’impero britannico.

“L’imperialismo britannico”, ha scritto l’economia austriaco Ludwig von Mises nel suo libro del 1929 “Liberalismo”, “era principalmente diretto non tanto all’incorporazione di nuovi territori, quanto alla creazione di un’area di uniforme politica commerciale fuori dai vari possedimenti soggetti al re d’Inghilterra”.

Mises era un ardente liberale classico, e si opponeva alla soggiogazione di chicchessia. Tuttavia, dovendo scegliere tra l’imperialismo e il liberalismo, e l’autodeterminazione nazionale che avrebbe rischiato di mettere a repentaglio il commercio nazionale, perfino Mises si metteva dalla parte dell’impero. “L’economia dell’Europa, oggi, è basata in gran parte sull’inclusione dell’Africa e di gran parte dell’Asia nell’economia mondiale come fornitori di materie grezze di ogni tipo”, scriveva:

“Ogni ostacolo a queste relazioni commerciali causerebbe grandi perdite economiche per l’Europa e per le colonie, e farebbe calare gli standard di vita delle grandi masse. Occorre che il benessere dell’Europa e, allo stesso tempo, anche quello delle colonie, si lascino declinare ulteriormente per dare ai nativi la possibilità di determinare i propri destini, quando ciò porterebbe, in ogni caso, a non alla loro libertà, ma semplicemente a un cambiamento di padroni? Questa è la considerazione da fare nel giudicare le questioni di politica coloniale. Gli ufficiali europei, le truppe, la polizia devono rimanere in queste aree fin quando la loro presenza sarà necessaria per mantenere le condizioni politiche e legali necessarie per la partecipazione dei territori coloniali al commercio internazionale”.

Per quanto sembrino scioccanti queste parole, provenienti da uno dei più grandi apologeti del libero mercato, la qualità condizionale della ricetta di Mises deve essere sottolineata: se il commercio è possibile senza colonialismo, allora l’autodeterminazione nazionale può essere permessa. L’imperialismo liberale non è diretto verso la conquista gratuita, ma verso il mantenimento di un ambiente globale che sia favorevole al liberalismo.

Il liberalismo e l’imperialismo si rinforzano l’un altro in molteplici maniere. Gli inglesi sono venuti incontro alle necessità militari delle guerre napoleoniche con politiche di liberalizzazione domestica – più diritti civili per i cattolici e i protestanti dissidenti, i quali dovevano servire nell’esercito pur dovendo fare giuramenti religiosi e non potendo partecipare alla politica. Le risorse umane necessaria al controllo dei mari anche dopo la sconfitta di Napoleone hanno dato ulteriore incentivo alle riforme, così come hanno fatto la crescente ricchezza portata dal commercio che l’impero e la pace avevano reso possibile.

Mentre i magnati industriali britannici diventavano sempre più ricchi, questi chiedevano un maggiore ruolo nella politica; più i loro impiegati diventavano numerosi, anch’essi chiedevano diritti e rappresentazione. L’elettorato si è espanso, la libertà religiosa è stata estesa, e la democrazia liberale come la conosciamo oggi si è saldamente evoluta nel contesto dell’impero.

L’Inghilterra non è il solo posto dove lo sviluppo interno del liberalismo è stato reso possibile dalla pax britannica. Per gli Stati Uniti adesso indipendenti a loro volta, la sicurezza era la precondizione del liberalismo. Ma durante i primi trent’anni della repubblica, quella sicurezza fu messa a repentaglio dai conflitti tra le grandi potenze europee – che erano anche le più grandi potenze del Nuovo Mondo. L’Inghilterra e la Francia rivoluzionaria rappresentavano i poli ideologici delle fazioni politiche americane, che si fronteggiavano in modi distintamente illiberali. I federalisti promuovevano leggi come l’Alien and Sedition Acts per sopprimere gli agenti francesi e i loro simpatizzanti americani, mentre le folle di repubblicani jeffersoniani occasionalmente linciavano federalisti pro-britannici e hanno lanciato la guerra del 1812 contro l’ultima roccaforte britannica in Nord America, il Canada.

La furia è cessata solo con la cosiddetta “Era dei buoni sentimenti” che è seguita alla guerra del 1812 e, non per coincidenza, alla sconfitta di Napoleone in Europa. La risoluzione del conflitto tra le grandi potenze europee ha eliminato la fonte di buona parte dei conflitti ideologici americani. Una volta rimasta una sola superpotenza sulle coste americane, una che non aveva interesse a reclamare le sue colonie ormai perdute, poteva nascere la tranquillità domestica.

La Gran Bretagna ha salvaguardato l’ordine post-napoleonico in Europa agendo come un “equilibratore esterno”, controllando l’ascesa di qualsiasi potenziale egemone nel Vecchio Mondo. Ciò ha involontariamente permesso agli Stati Uniti di espandersi nel proprio continente. Un paese giovane il cui sviluppo poteva essere bloccato dalla guerra e dall’insicurezza stava per avere il lusso di industrializzarsi e stabilizzare le proprie istituzioni in pace.

George Kennan ha descritto questa situazione nel suo libro “Diplomazia americana”:

“L’Inghilterra era pronta a vigilare sull’equilibrio del Continente, tuttavia sempre con riguardo per la conservazione della sua supremazia marittima e del suo impero oltremare. In questa complicata struttura si nascondeva non solo la pace dell’Europa ma anche la sicurezza degli Stati Uniti. Qualunque cosa fosse influenzata, era destinata a influenzarci. E in tutta la seconda parte del diciannovesimo secolo stavano accadendo cose che erano destinate a influenzarlo: in primo luogo il graduale spostamento del potere dall’Austria-Ungheria alla Germania. Ciò era particolarmente importante perché l’Austria-Ungheria non aveva avuto molte possibilità di diventare un rivale navale e commerciale per l’Inghilterra, mentre la Germania aveva sicuramente una tale possibilità ed era abbastanza sciocca da sfruttarla in modo aggressivo…”

La politica estera americana non è mai stata pacifica con il solo obiettivo di essere pacifica. La sicurezza era la prima preoccupazione, ma con l’Inghilterra che teneva d’occhio ogni possibile predatore globale gli statisti americani poterono perseguire i propri obiettivi con altri mezzi oltre quelli bellici. La Dottrina Monroe era un pezzo della strategia britannica di bilanciamento estero: il suo autore, il segretario di stato John Quincy Adams, capì che solo in pace – ovvero, in assenza di grandi competizioni di potere nel Nuovo Mondo – l’America del diciannovesimo secolo poteva svilupparsi politicamente ed economicamente.

Gli effetti liberalizzanti dell’ambiente di sicurezza creato dall’Impero Britannico sono andati ben oltre il mondo anglofono. Anche l’Europa ha goduto di una pace durante la quale poté industrializzarsi e, lentamente, democraticizzarsi. Ma l’Europa non è mai riuscita a godere della stessa sicurezza dell’isola-stato della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, e le amare esperienze delle guerre napoleoniche hanno infettato perfino i liberali del continente con risentimento nazionalista. Così, mentre la “libertà di parola”, ad esempio, in un contesto di sicurezza come quello dei popoli angloamericani non era un discorso sleale, le cose erano diversamente laddove il proverbiale lupo era alla porta, come lo era per gran parte dell’Europa continentale.

Nel tempo, i sentimenti liberali sono cresciuti così fortemente all’interno dell’Inghilterra imperiale che i suoi esponenti hanno iniziato a perdere di vista il contesto che ha reso il liberalismo possibile. Gli idealisti e i pacifisti – i figli privilegiati dell’Impero – hanno iniziato a credere che la pace fosse un prodotto non del potere, ma delle buone intenzioni, dell’amore. Altri liberali hanno sviluppato schemi di pensiero che riflettono l’interventismo umanitario di oggi; per loro, il potere era poco più di un mezzo per ottenere il bilanciamento strategico nel quale la libertà poteva fiorire; era uno strumento attraverso il quale i regimi dispotici potevano essere rovesciati direttamente e trasformati in governi liberali e democratici.

Tuttavia, ciò che ha fatto tramontare l’Impero Britannico nella seconda decade del ventesimo secolo non è stata la mancanza di polso, né la sovraestensione utopica, ma il semplice fatto che l’Inghilterra non avrebbe avuto per sempre i mezzi per contenere la Germania unita. Prima o dopo, la Germania avrebbe sbilanciato il continente e sfidato la supremazia marittima della Royal Navy. L’Inghilterra non ha agito irrazionalmente quando, durante la prima guerra mondiale, è entrata nell’alleanza contro la Germania: lo stile di vita britannico dipendeva dall’Impero, il quale a sua volta dipendeva dall’egemonia marittima.

Un’Inghilterra pronta a combattere la Germania avrebbe potuto vincere e preservare il suo ordine mondiale; o avrebbe potuto perderlo. Ma un’Inghilterra non disposta a combattere poteva solo perdere. Durante la guerra, l’Inghilterra ha riportato una vittoria di Pirro: ha sconfitto la Germania, ma solo con l’aiuto americano; l’Impero Britannico non era più la pietra angolare del sistema globale.

Nel diciannovesimo secolo, l’impero su cui mai tramontava il sole poteva sostenere di rappresentare la “fine della storia”. E se Francis Fukuyama avesse avuto ragione – se erano le idee, e non le istituzioni, il motore della storia – allora il declino del potere imperiale britannico non avrebbe dovuto significare un crepuscolo anche per gli ideali del liberalismo e della democrazia. Ma, di fatto, il il collasso dell’ambiente di sicurezza che l’Inghilterra aveva mantenuto per un secolo è coinciso con la caduta della democrazia liberale – di certo in Europa, dove i deboli regimi liberali hanno fatto nascere gente come Il Duce e Der Fuhrer, ma anche in Inghilterra e in America, dove l’intellighenzia guardava sempre più con ammirazione al fascismo, al bolscevismo e altri credi profondamente illiberali.

Un modo per verificare le tesi di Fukuyama è capire se la democrazia liberale possa sopravvivere in assenza dell’impero anglo-americano. Nel periodo tra le due guerre, la democrazia liberale – ormai orfana dell’Impero Britannico e non ancora ben amalgamata all’egemonia americana – è apparsa debole e veramente moribonda.

PERCHÉ LA PAX AMERICANA?

Ci si aspettava che l’America riempisse il vuoto di sicurezza lasciato dall’arretramento dell’Impero Britannico, ma un popolo che non ha conosciuto altro che la pace internazionale per centinaia di anni può difficilmente immaginare che quello sia tutt’altro che l’ordine naturale degli affari umani. La stessa prosperità della democrazia liberale americana era tutt’altro che ovvia.

Gli USA avrebbero potuto stare fuori dalla prima guerra mondiale. Uno scenario in cui la Germania avrebbe potuto vincere la guerra non avrebbe significato grossi guai per gli Stati Uniti, dal momento che erano ben lontani dai guai del Vecchio Continente, fino a che non raggiungevano le sue coste – e la Germania guglielmina era tutt’altro che un’esportatrice di rivoluzione. Se le potenze europee si fossero distrutte l’un l’altra, l’America avrebbe assunto la posizione dominante senza sparare un colpo.

In alternativa, una volta che gli USA fossero entrati in guerra, l’obiettivo sarebbe stato l’ottenimento di un tradizionale bilancio di poteri, con il Kaiser al suo posto in Germania e il supporto ai governi alleati per sopprimere i movimenti rivoluzionari. Tali misure illiberali avrebbero contribuito a preservare l’ordine internazionale che avrebbero reso possibile il liberalismo.

Tuttavia, l’intervento americano in Europa è stato disastroso. I termini della pace hanno esacerbato l’instabilità politica del continente, affidando al debole liberalismo di Weimar il compito di fronteggiare il bolscevismo e il fascismo, e di stabilire una ancora più debole Lega delle Nazioni per fare con le leggi quello che l’Inghilterra faceva con la Royal Navy.

Anche se il liberalismo europeo era destinato a fallire senza un potere imperiale che lo supportasse, l’America ritornò al suo classico disimpegno repubblicano – e Repubblicano. Il partito di Woodrow Wilson fu ripudiato, e i presidenti Harding, Coolidge e Hoover si sono tenuti fuori dai disastrosi affari europei. Franklin Roosevelt ha avuto successo solo nel far entrare il suo paese nella seconda guerra mondiale, dopo aver mentito nella sua campagna di rielezione del 1940, violato il Neutrality Acts, messo il Giappone in assedio economico. Ci è voluta Pearl Harbor per far interessare gli americani alla guerra.

I vecchi miti di pace e prosperità naturali, che hanno messo radice in America durante il secolo di Pax Britannica, erano duri a morire. Nei decenni tra le guerre, molti uomini onorevoli – non filonazisti, ma americani che vedevano il proprio paese diventare grande senza immischiarsi negli affari europei – sostenevano che gli eventi in Europa ponevano poco pericolo alla sicurezza americana e non erano affari nostri.

Le loro tesi non stavano in piedi. Anche se due grandi potenze anti-liberali, la Russia sovietica e la Germania nazista, stavano lottando tra loro, uno scenario in cui si distruggessero a vicenda era assolutamente impossibile. Al massimo, una avrebbe vinto sull’altra, e l’alacrità con cui i sovietici hanno riempito il vuoto lasciato dai nazisti in Europa dell’est dopo la seconda guerra mondiale dà un’idea di cosa sarebbe successo a tutta l’Europa, se uno dei due totalitarismi avesse trionfato.

Proprio come l’ordine mondiale reso possibile dall’Impero Britannico ha avuto un effetto liberalizzante sugli Stati Uniti, un ordine mondiale sovietico o nazista avrebbe profondamente influenzato lo sviluppo americano in senso opposto. In tale mondo, gli USA avrebbero subito una grande pressione esterna e interna per assimilare il modello sovietico o nazista, e resistere a tali pressioni avrebbe potuto a sua volta dare vita a scelte illiberali. Non è così ipotetico: i raid di Palmer durante l’era di Wilson e il maccartismo degli anni cinquanta dimostrano che l’America, quando una potenza esterna minaccia il suo ambiente di sicurezza, può assumere caratteri illiberali.

Ma durante la Paura Rossa e l’era McCarthy l’America non stava affrontando un potere totalitario grande quanto lo sarebbe stato se i sovietici avessero conquistato l’Europa. Pensare che gli intellettuali americani non sarebbero stati affascinati da un nazismo o da un bolscevismo vittorioso è ingenuo. Gli intellettuali venerano il potere, e tutti venerano il successo.

Una guerra fredda tra un’America combattuta, sempre più illiberale e attenta alla sicurezza e una nascente Unione Sovietica o Germania nazista non è affatto difficile da concepire – perché in effetti, abbiamo ottenuto una cosa del genere anche con il coinvolgimento americano nella seconda guerra mondiale. Se la Germania nazista e la Russia sovietica si fossero combattute a vicenda negli anni ’40, i risultati sarebbero stati più o meno gli stessi: una guerra fredda, solo che i poli sarebbero stati Mosca e Berlino, non Washington e Mosca.

Se fossimo rimasti fuori dalla seconda guerra mondiale, ci sarebbero tutte le ragioni per credere che tutte le misure illiberali prese dagli USA nella guerra fredda combattuta contro i sovietici avrebbero preso una piega ancora peggiore. L’America avrebbe potuto ancora prevalere contro un sistema sovietico o nazista, ma l’America che sarebbe emersa non sarebbe stata altrettanto liberale e democratica come quella odierna.

Nel diciannovesimo secolo, gli Stati Uniti hanno goduto dei vantaggi dell’ambiente di sicurezza internazionale propizio al liberalismo e alla democrazia senza dover sostenere i costi necessari al mantenimento di quell’ordine. L’America poteva essere liberale senza essere imperiale – anche se indiani, messicani e filippini non sarebbero d’accordo. Con l’inizio della seconda guerra mondiale, tuttavia, sarebbe diventata imperiale in modi molto simili a come lo era l’Inghilterra – incluso giocare un ruolo fondamentale in Europa e sull’oceano.

La fioritura della democrazia liberale nella seconda metà del ventesimo secolo non è stato uno sviluppo spontaneo: è stato diretto dal prestigio e dal potere americano. La Germania oggi è fortemente liberale, e il Giappone in molti aspetti è perfino più consumista degli Stati Uniti, ma questi stati sono stati rimodellati dall’America dopo la seconda guerra mondiale.

Questo non è per dire che non esistono tradizioni genuinamente locali di liberalismo o di democrazia negli alleati americani, né che le armi americane possono trasformare qualunque regime in una democrazia: l’apparente successo di “nation building” giapponese e tedesco è dovuto anche alla minaccia che i sovietici ponevano agli Stati Uniti. I tedeschi e i giapponesi avevano un grande incentivo a rendere funzionante le loro nuove costituzioni democratiche e e liberali, perché allearsi con gli USA era l’unica assicurazione contro l’annessione all’impero sovietico.

C’è una differenza cruciale tra la mentalità napoleonica che voleva rivoluzionare gli altri stati – una mentalità portata all’estremo dai sovietici e vista con favore dai falchi neocon e liberal oggi – e l’esempio dato dall’Inghilterra nel diciannovesimo secolo, la quale era un potere mondiale liberale ma non rivoluzionario, e che incoraggiava la liberalizzazione attraverso mezzi indiretti: commercio, cultura e, soprattutto, mantenendo un ambiente di sicurezza globale.

I liberali anti-imperialisti di oggi, siano essi libertari o progressisti, fanno lo stesso errore dei pacifisti inglesi e dei non-interventisti americani nel periodo tra le due guerre: credono che il liberalismo sia possibile senza un impero.

Non ci sono evidenze storiche per questa cosa. Quando i libertari parlano di quanto siano economicamente libere città stato come Hong Kong o Singapore, ignorano il contesto strategico imperiale in cui queste città sono storicamente inserite. Nessuna città stato può resistere alle forze armate di una superpotenza; dunque, il liberalismo di una città stato è contingente alle condizioni di sicurezza liberale stabilita da un altro grande impero.

E, tuttavia, gli anti-imperialisti liberali hanno ragione quando parlano del prezzo delle guerre ideologiche che altre sorte di liberali – quelli fanatici dell’impero – portano avanti. Questi liberali aggressivi, si definiscano umanitari o neoconservatori, non capiscono l’ordine mondiale che sottintende il liberalismo: hanno l’ambizione napoleonica di liberalizzare il pianeta attraverso la rivoluzione, non conservando le condizioni in cui il felice incidente del liberalismo può sopravvivere e crescere grazie al lento processo di assimilazione.

La democrazia liberale dipende dall’impero, ma ci sono grossi limiti a ciò che un impero può ottenere. Questo punto è meglio compreso dai critici conservatori del liberalismo e dell’impero. Figure come George Kennan e Patrick Buchanan sono relativamente noncuranti delle implicazioni del non-interventismo per i valori e le pratiche liberali, perché l’America che desiderano vedere è più autosufficiente e autocosciente a livello nazionale. Sono coerenti anti-imperialisti e anti-liberali: contrari alle frontiere aperte, al libero commercio, al consumismo e alla democrazia di massa, nonché alla proiezione del potere globale che rende possibili tali cose; vorrebbero che l’America fosse più simile a Sparta che ad Atene.

Ma dopo 200 anni, il liberalismo si è immerso troppo in profondità nella fibra del carattere nazionale dell’America perché un nuovo percorso di autosufficienza nazionale possa avere un forte richiamo popolare. Così mentre gli anti-liberali anti-imperialisti sono tra i nostri più grandi critici, sono anche quelli più trascurati. Predicano ciò che una nazione liberale non vuole sentire.

Resta un ultimo punto di vista da esaminare, quello dei conservatori realisti – i quali sono realisti non solo nella comprensione di come il potere giochi un ruolo nella formazione delle ideologie e delle condizioni del mondo (inclusa l’economia), ma anche riconoscendo l’amara verità sul liberalismo e i suoi caratteri imperiali. I realisti conservatori sanno che l’America non sarà per molto tempo qualcosa di molto più che liberale e democratico, e che la democrazia liberale richiede un sistema delicatamente equilibrato di sicurezza internazionale sostenuto da un impero egemone. Questo equilibrio è suscettibile di essere turbato non solo da una potenza straniera – da una Francia napoleonica o da una Germania nazista o dall’Unione Sovietica – ma anche dai nostri liberali che amano la rivoluzione e la promozione della democrazia.

Il realismo conservatore si basa su quattro punti che riflettono sull’egemonia americana odierna. Primo, bisogna separare con giudizio i conflitti essenziali (la guerra fredda, o la seconda guerra mondiale) da quelli assolutamente non essenziali (come l’Iraq) e da quelli relativamente ambigui come la prima guerra mondiale.

Secondo, se il liberalismo è intrinsecamente imperiale – o egemonico, volendo essere gentili – è anche vero che l’unico ordine liberale sicuro è quello basato sul bilanciamento di poteri, invece che sulle crociate.

Terzo, la democrazia liberale cresce per evoluzione e per osmosi; i tentativi di trasformare gli altri regimi di solito sono controproducenti. Il potere sostiene l’ambiente strategico, economico e culturale in cui altri stati possono perseguire le proprie intuizioni di liberalismo. Il potere non può salvare le anime o costruire il paradiso sulla terra.

E quarto, poiché la democrazia liberale non è la fine della storia, può sparire (e sparirà) nel lungo periodo. Dunque, le sue risorse limitate – morali, militari ed economiche – non devono essere sprecate in illusioni utopiche. Se la democrazia liberale deve continuare il più a lungo possibile, la sua posizione strategica deve essere realistica e conservatrice.

La democrazia liberale è innaturale. È un prodotto del potere e della sicurezza, non è innata nella società umana. È peculiare, non universale; accidentale, non teleologicamente preordinata. E gli americani gli hanno dato forma attraverso la storia; hanno interiorizzato i modi e i costumi del liberalismo. Purtroppo, hanno anche acquisito gli usi e i costumi dell’impero, e ora devono capire perché.

(da the American Conservative – Traduzione di Federico Bezzi)

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