L'unione delle forze contro il Capitale globale

L’unione delle forze contro il Capitale globale

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L’attuale composizione del Parlamento e del Governo, definito dalla stampa come “giallo-verde”, sebbene segni un punto di rottura con il passato (cosa che, dal punto di vista pratico, sarà da verificare), non ha scardinato per nulla le fondamenta del sistema capitalista. Anzi, la Lega è dichiaratamente improntata a una visione economica liberista, onde per cui non si può assolutamente parlare di “partiti anti-sistema”, ma più semplicemente possiamo definirli come associazioni politiche che si contrappongono a un liberismo globalizzato, a difesa delle borghesie nazionali. Infatti l’intero governo è un risultato del compromesso fra la borghesia “nazionalista” e alcuni settori dei ceti popolari.

Ciò non scredita assolutamente l’operato o l’efficienza governativa, ma è un dato di fatto che questo “accordo” non mina assolutamente il nostro sistema economico, ma cerca di invertire una tendenza al negativo dei problemi portati dal capitalismo, come ad esempio l’immigrazione incontrollata e selvaggia, l’UE e infine lo smantellamento dello Stato a favore del privato (con i tagli ai comparti pubblici).

Si rende perciò inutile negare la sconfitta dell’ anti-liberismo. Il vero cambiamento è stato soffocato: in parte perché molti hanno votato un determinato partito per via della strategia del “voto utile”, decisione infruttuosa dal punto di vista reale, poiché votando sempre le stesse associazioni politiche si rischia di trasformare il Parlamento in una roccaforte delle stesse. Così le Camere e il Governo hanno da sempre come inquilini la sinistra liberal e la destra capitalista, i quali sono i partiti che riescono a raccogliere un bacino maggiore di elettorato.

Qui si concretizza l’incapacità delle forze contro il sistema di allearsi e di unirsi. In poche parole, non vi è tatticismo. Esso è assente poiché si tende a vedere i “rivoluzionari” come individui che devono essere duri e puri, non contaminati dalla corruzione umana, morale e spirituale; esseri divini scesi in terra per guidare le masse, affrontando da soli le orde barbariche brandendo un gladio, come gli eroi romani, mentre si rende la Rivoluzione come un assieme di atti arditi e intemerati, privi di qualsivoglia essenza umana. Questo è l’errore, questa distorta visione del mondo e della Storia, che ci rende sconfitti perenni, senza via di uscita.

Vi sono numerosi esempi storici in grado di chiarificare che le rivoluzioni non hanno una realizzazione rigida e schematica, ma bensì, necessitano di tattica ed “elasticità mentale”.
Ad esempio, Lenin, durante la guerra civile del 1918-21, si accorse che in un paese agricolo come la Russia non era possibile applicare il comunismo, dato il notevole ritardo tecnologico e tecnico che affliggeva il Paese. Venne allora inaugurata la NEP, la Nuova Politica Economica, la quale fu una leggera apertura al mercato, tramite concessioni, l’impiego di carta moneta e assenso al libero commercio.

Essa fu, per stessa ammissione del suo elaboratore, una “ritirata tattica” e servì a migliorare le condizioni della nazione russa in vista dell’edificazione del socialismo. Qui non vi è la sconfitta del comunismo, bensì l’accorgimento che per passare a un determinato livello di sviluppo e quindi un nuovo sistema economico bisogna per forza passare da stadi minori, e che la Rivoluzione, per dirla alla Mao Zedong, “non è un pranzo di gala” e ha bisogno di tempo e di lavoro prima di concretizzarsi. Il mondo non si trasforma in un giorno e tanto meno, dopo una sollevazione e un rovesciamento del potere costituito, non si può pensare che immediatamente dopo vi sia un’altra società.

Vi è bisogno di una transizione, e questa si realizza tramite una modesto e ridotto compromesso con gli elementi del vecchio mondo. Poi ciò non significa che ogni cambiamento sociale deve avvenire assolutamente come ha fatto Lenin, (ossia ricercare il consenso anche tra i propri “nemici”, come la classe rurale ricca) ma in linea di massima nella Storia, è avvenuto così. Un altro caso di “tatticismo” può essere la “rivoluzione” di Giulio Cesare: pur di arrivare al potere e quindi realizzare il suo fine ultimo, dopo aver ottenuto il controllo di Roma, ricercò il consenso tra i senatori e non infierì sui propri nemici, ma anzi, li invitò ad assisterlo nell’edificazione del nuovo Stato.

Ritornando al presente, durante la campagna elettorale di quest’anno, chi si proponeva come alternativa al liberismo è stato schiacciato da ben altre forze. Sembrerà una banalità, ma vi è stata una sconfitta perché l’Area anti-capitalista è frammentata. Partitini di estrema sinistra che si ripudiano tra di loro, movimenti di destra radicale (concernenti quelli di destra sociale e/o “neofascisti”) che lottano per la supremazia e rappresentano dimensioni diverse di una stessa idea, hanno fatto sì che fosse impossibile costituire un fronte unico capace di accogliere un numero soddisfacente di elettori e di voti. Perché? Il problema principale, a mio avviso, è l’eccesso di dogmatismo. L’eccedente richiamo al passato e ai pensatori storici e le rivalità che hanno avuto con un determinato settore politico.

Sebbene comunismo e fascismo siano due visioni del mondo differenti su moltissimi aspetti, i partiti che si richiamano a tali ideologie dovrebbero superare le diversità per unirsi assieme. L’obiettivo è uno solo: il superamento del Capitale, la fondazione di una nuova società.
Se il fine è di cambiare il soffocante e iniquo sistema economico e valoriale non applicando metodi violenti, e quindi arrivare al governo tramite le elezioni, dovremmo oltrepassare temporaneamente le differenze esistenti e arrivare al Parlamento. A quel punto, ragioneremo sul da farsi, su come impostare il “nuovo ordine”. Continuare da soli, come possiamo vedere da molti anni, non è una strategia funzionante. È pur vero che mantenendo salda la posizione assunta, l’opinione pubblica potrebbe apprezzare l’attaccamento a determinati valori, come il non essere una “banderuola”.

Una possibile “alleanza” e la creazione del cosiddetto “blocco” anti-capitalista, però, non significa essere inaffidabili in campo politico, bensì riconoscere gli obiettivi comuni e delineare una tattica in grado di raggiungerli. L’esempio lo abbiamo sotto i nostri occhi: l’intesa Lega-M5S.
Ovviamente, questa consociazione tra le forze anti-liberiste dovrà essere più forte e sicuramente più determinata, con un chiaro intento e scopo, il quale trascenda le rivalità presenti.
Si rende perciò necessario invertire la rotta, sempre se non vogliamo rimanere ai margini della Storia.

(di Federico Gozzi)

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