Famiglia tradizionale? Il vero socialismo la difende

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Quasi due secoli or sono un retrogrado maschilista, impensierito dall’ascesa delle donne in carriera che stava corrodendo le basi del patriarcato, esclamò con mesta rassegnazione: «Eppure questa situazione che svirilizza l’uomo e toglie alla donna la sua femminilità, senza riuscire a dare all’uomo una vera femminilità e alla donna una vera virilità, questa situazione che nel modo più infame degrada i due sessi e con loro l’umanità, è la conseguenza ultima della nostra tanto decantata civiltà, l’ultimo risultato di tutti gli sforzi compiuti da innumerevoli generazioni per migliorare le loro condizioni e quelle dei loro discendenti!».

Era questo un velenoso aforisma uscito dalla penna del misogino Nietzsche? O piuttosto la tirata reazionaria di qualche bigotto esponente della tradizione cattolica? Nossignori: avete appena letto le parole di Friedrich Engels, fondatore assieme a Marx del socialismo scientifico, scritte in nero su bianco nel libro La situazione della classe operaia in Inghilterra, ove si appresta a soggiungere che il predominio maschile va criticato proprio alla luce del suo rovescio nella «supremazia della donna sull’uomo, che inevitabilmente è provocata dal sistema [capitalistico] di fabbrica»[1]; quindi il peggior torto del maschilismo fu quello d’aver generato il femminismo quale sua primitiva e meccanica antitesi!

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Forse questi rilievi desteranno lo stupore e lo sconcerto delle femministe che da tempo immemore hanno saccheggiato la più nota opera di Engels sull’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, in cerca d’un appiglio su cui fondare le loro teorie dissolutrici. Ma anche qui il nostro, nel descrivere i sostanziali mutamenti della famiglia nel futuro socialista, si limita a prevedere la socializzazione del lavoro domestico, trasformato in un mestiere come gli altri, e la presa in carico dell’educazione dei figli (e delle relative spese) da parte dello Stato; e chiarisce che l’uguaglianza tra i due sessi «agirà in una misura infinitamente maggiore nel far divenire effettivamente monogami gli uomini, che nel far divenire poliandriche le donne»[2]: – l’esatto contrario del singolare connubio di promiscuità ed ipergamia femminile fiorito in Europa e in America a seguito della cosiddetta “rivoluzione sessuale”, che dietro la facciata progressista ed emancipativa ha ridotto il sesso a grezzo valore di mercato, alterando l’equilibrio demografico della società e perpetuando il truce meccanismo dell’alienazione capitalistica.

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Dopodiché il vecchio Engels rimetteva all’effettiva prassi di vita avvenire l’elaborazione dei dettagli del caso. È a questa prassi che occorre dunque rivolgersi per avere un’idea conforme alla realtà e scevra dagli stereotipi del “cultural Marxism” di moda in Occidente. Gli inizi furono invero turbolenti e contraddittori: nella Russia della Nep la coesistenza di diverse classi antagonistiche e dei rispettivi sistemi economici si rifletteva, sul piano culturale, in una pluralità d’indirizzi di pensiero che coinvolgeva anche la questione famigliare.

Nessuno aveva esperienza del cammino da percorrere, per cui si sperimentava di tutto: dall’abolizione dell’alfabeto cirillico al modernismo nell’arte filmica e teatrale, dall’inversione dei rapporti d’autorità tra insegnante e alunno nella scuola al tentativo di forgiare una nuova “cultura proletaria” dal nulla, fino alle misure per il superamento della famiglia. Pertanto ai numerosi diritti concessi alla donna dai codici del 1918 e del 1926 (divorzio, aborto, ecc.) non si accompagnò un’altrettanto univoca e netta indicazione dei nuovi doveri imposti dalla rivoluzione socialista; e questa momentanea incertezza di prospettive trovò eco nella popolarità di cui godettero allora le teorie del “libero amore”.

Tuttavia Lenin non faceva mistero della sua profonda ostilità a simili tendenze sinistroidi, a prima vista molto innovative e “progressiste” ma in ultima analisi nocive alla causa del socialismo. Già nelle sue lettere del gennaio 1915 ad Ines Armand il padre del bolscevismo annoverava fra le «rivendicazioni borghesi» in tema d’amore non soltanto la libertà di adulterio e di scarsa serietà relazionale, ma altresì la libertà dalla procreazione[3]. E nella sua lunga conversazione del 1920 con Clara Zetkin egli rimarcò la necessità di «tracciare una linea chiara e indelebile di distinzione tra la nostra politica e il femminismo» sottolineando «i legami indissolubili che esistono tra la posizione sociale e quella umana della donna».

Lenin colse l’occasione per formulare una critica serrata delle teorie sessuali libertarie, all’epoca legate soprattutto alla volgarizzazione della psicoanalisi, secondo cui nella società comunista soddisfare le pulsioni sarebbe stato facile quanto bere un bicchier d’acqua: «Io considero la famosa teoria del “bicchier di acqua” come non marxista e antisociale per giunta. Nella vita sessuale si manifesta non solo ciò che noi deriviamo dalla natura ma anche il grado di cultura raggiunto, si tratti di cose elevate o inferiori. […] La tendenza a ricondurre direttamente alla base economica della società la modificazione di questi rapporti, al di fuori della loro relazione con tutta l’ideologia, sarebbe non già marxismo, ma razionalismo. Certo, la seta deve essere tolta. Ma un uomo normale, in condizioni ugualmente normali, si butterà forse a terra nella strada per bere in una pozzanghera di acqua sporca? Oppure berrà in un bicchiere dagli orli segnati da decine di altre labbra? Ma il più importante è l’aspetto sociale. Infatti, bere dell’acqua è una faccenda personale. Ma, nell’amore, vi sono interessate due persone e può venire un terzo, un nuovo essere. È da questo fatto che sorge l’interesse sociale, il dovere verso la collettività. Come comunista, io non sento alcuna simpatia per la teoria del “bicchier d’acqua”, benché porti l’etichetta del “libero amore”»[4].

A ragion veduta, era soltanto questione di tempo perché il partito bolscevico si accingesse a correggere la rotta e a purificare dalle idee ostili anche il campo dei rapporti famigliari, di contro alla leggenda metropolitana di un “bolscevismo libertario delle origini tradito da Stalin”, tipica della cattiva storiografia trockista. Lo stesso decreto del 18 novembre 1920 che legalizzò l’aborto precisava come si trattasse di una concessione provvisoria, valida solo «fino a quando le sopravvivenze morali del passato e le gravi condizioni economiche del presente costringeranno ancora una parte delle donne a decidersi per quest’operazione»[5]; – con buona pace dei presunti filo-sovietici odierni che, a rimorchio del politicamente corretto, spacciano quella misura d’emergenza per una grande conquista civile anziché un male necessario.

Le radici del male furono estirpate negli anni ’30, attraverso la liquidazione delle classi sfruttatrici e della loro mefitica influenza ideologica sull’opinione pubblica, attraverso i giganteschi mutamenti sociali innescati dalla collettivizzazione agricola e dai piani quinquennali. Da un lato milioni donne entrarono nel mondo del lavoro, conquistando l’uguaglianza con gli uomini sul solido terreno dell’economia, dall’altro il socialismo prese a svilupparsi sulla propria base e poté risolvere i problemi morali e demografici senza compromessi, attenendosi ai propri princìpi. Si arrivò così al fatidico ukaz del 27 giugno 1936, che autorizzava l’aborto soltanto se indispensabile a tutelare la salute della donna e del bambino, subordinava il divorzio al consenso di ambedue i coniugi e in generale le decisioni dei genitori ai diritti dei figli.

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Questi sviluppi smentirono non solo le utopistiche vedute degli estremisti di sinistra, che si auguravano la scomparsa della famiglia come cellula fondamentale della società, ma anche i foschi presagi dei conservatori che per lo stesso motivo – la differenza è unicamente valutativa – osteggiavano il lavoro femminile: «L’attivo lavoro sociale delle donne di casa – scriveva allora B. Svetlov sul Bol’ševik, – non soltanto non ha disgregato la famiglia, ma l’ha rafforzata, aiutando la donna a liberarsi dal carattere individualistico, piccolo-borghese della famiglia e a coltivare nei figli la concezione comunista, l’eroismo e l’abnegazione nella difesa della patria»[6].

Nello stesso anno si verificò un importante episodio nella storia dell’arte sovietica: la stroncatura ufficiale della celebre Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovič. L’opera, tratta da una novella di Leskov, metteva in scena la vicenda di Katerina Izmajlova, giovane benestante costretta a vivere un matrimonio infelice, che s’innamora di un servo e in combutta con questi uccide il marito ed il suocero. «La mercantessa rapace, che ha raggiunto ricchezze e potere attraverso omicidi, viene rappresentata come “vittima” della società borghese», constatava con disappunto la Pravda del 28 gennaio. E per una simile interpretazione “antiborghese”, di denuncia dell’ipocrisia morale prerivoluzionaria, propenderebbe qualsiasi medio esponente della sinistra nostrana.

Ma non era questo il caso del Comitato centrale del partito, che con la penna del suo anonimo portavoce sentenziò: «L’autore cerca con tutti i mezzi espressivi, sia musicali che drammatici, di attirare la simpatia del pubblico verso le aspirazioni e le azioni grossolane e volgari di Katerina Izmajlova», poiché «non ha tenuto conto dell’esigenza della cultura sovietica di scacciare da tutti gli angoli del costume sovietico la grossolanità e la crudeltà»[7]. Parole che lasciano intendere quali fossero le priorità del gruppo dirigente sovietico sul fronte famigliare.

Nel suo discorso del 1º ottobre 1938 a una riunione di propagandisti, Stalin si permise addirittura di colmare le lacune storiche dell’opera di Engels – che la espongono alle strumentalizzazioni femministe di cui sopra, – confrontando i vecchi studi di Bachofen con le più recenti ricerche antropologiche che dimostravano come il matriarcato non fosse l’ordinamento famigliare originario della specie umana. Inoltre egli criticò una formula contenuta nella prima prefazione al libro: «Ci sono fatti che l’indagine e la teoria di Engels mettono sullo stesso piano: le strutture familiari e le forme della produzione su un piano di uguaglianza. Marx non fu mai d’accordo con questo punto di vista»[8]. In quanto sede della riproduzione della forza-lavoro, la famiglia è compresa nei rapporti di produzione e ad essi subordinata: rilievo questo che, si noti, esclude in linea di principio le “famiglie LGBT” e l’annesso romanticismo che fa violenza alla teoria.

“L’utero è mio e lo gestisco io”, proclamano le femministe. No – risponde il socialismo scientifico, – la procreazione non è un semplice fenomeno naturale, che soggiace ai soli desideri dell’individuo, bensì un processo sociale regolato in funzione delle esigenze della collettività. Ed è bene che sia così: l’“uomo naturalizzato” è anch’esso un prodotto storico, peraltro di qualità assai più scadente, generato dal sistema capitalista che aliena le vocazioni sociali degli uomini e ne stimola il retaggio belluino. D’altra parte, la famiglia non è un mero contratto economico e neppure un fugace legame sentimentale, ma un’istituzione chiamata a garantire la stabilità e la continuità della vita associata, un imprescindibile anello nella catena dei rapporti sociali; «la famiglia è la cosa più seria che esista nella vita»[9], scriveva la Pravda nel maggio 1936.

Commentando la riforma scolastica del 1943, Stalin fece il bilancio del lavoro svolto dal potere sovietico sulla questione femminile e tracciò le prospettive di sviluppo della famiglia sovietica: «Nella fase che è passata, lo Stato sovietico ha pienamente e speditamente eliminato dalle menti della gente ogni idea dell’ineguaglianza sociale dei sessi e ogni espressione di quest’idea dalla vita quotidiana. Ora noi affrontiamo un nuovo e non meno importante compito. Esso è, soprattutto, quello di rafforzare la nostra primaria unità sociale, la famiglia socialista, sulla base del pieno sviluppo delle caratteristiche maschili e femminili nel padre e nella madre, come capi della famiglia con eguali diritti. L’istruzione nelle nostre scuole fu nel passato coeducazionale allo scopo di superare, il più velocemente possibile, l’ineguaglianza sociale dei sessi, radicata nei secoli. Ma ciò che noi dobbiamo ora costruire è un sistema attraverso cui la scuola sviluppi ragazzi che saranno buoni padri ma soprattutto combattenti per la patria socialista e ragazze che saranno madri intelligenti idonee ad allevare le nuove generazioni»[10].

La legislazione degli anni ’30 fu consolidata dall’editto di famiglia del 1944, che riaffermò il divieto di aborto ingiustificato e allungò l’iter per il divorzio, accrebbe i sussidi statali per consentire alle madri di dedicarsi esclusivamente alla crescita dei figli nei primi cinque anni, ecc., onde risanare le enormi perdite di vite maschili nella grande guerra patriottica. Questa tendenza proseguì immutata fino alla metà del decennio successivo, quando con la morte di Stalin ebbe inizio un generale indebolimento della disciplina socialista che interessò anche la sfera famigliare.

Naturalmente il modello sovietico dell’età staliniana non fu replicato alle lettera in tutti gli altri paesi socialisti. Anzi, esistono realtà dall’ordinamento sociale affine che in questo campo hanno seguìto strade molto diverse, ieri la DDR e oggi Cuba, benché di regola simili aperture si accompagnino a concessioni ideologiche e culturali al capitalismo. Ma esiste altresì un paese tetragono a qualsivoglia compromesso ideale, che ha fatto della coerenza e della fedeltà ai princìpi socialisti il proprio marchio di fabbrica e ha stupito il mondo intero con l’eccezionale longevità del suo sistema: la Corea del Nord.

Quando i comunisti liberarono il paese, reduce dal dramma delle comfort women sfruttate dalle truppe coloniali giapponesi, la società coreana vegetava nel passato feudale. Pertanto una delle prime riforme attuate dal nuovo regime fu la promulgazione della Legge sull’uguaglianza dei sessi, datata 30 luglio 1946, che pose fine alla tradizionale subordinazione della donna, da sempre confinata entro le mura domestiche, priva di diritti sociali e politici, relegata alla funzione di moglie e talvolta di concubina dei signori. Tuttavia i movimenti di liberazione della donna in Corea non seguirono né la strada del femminismo occidentale né, forti dell’esperienza sovietica, quella dei progetti antifamigliari “di sinistra”.

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A porre i paletti fu proprio una donna: la compagna Kim Jong Suk, moglie del Presidente Kim Il Sung e madre del Generale Kim Jong Il, nonché veterana della guerriglia antigiapponese. Nella primavera del 1946 ella si accinse a ripulire le organizzazioni femminili dalle «scorie del femminismo borghese»: nel riconoscimento dei diritti umani delle donne vedeva tutt’al più «lo slogan del femminismo borghese che, malgrado la presunta difesa delle donne nella società capitalistica, non implica la loro emancipazione per come intesa dalla classe operaia». Chissà cosa avrebbe pensato delle battaglie civili per il free bleeding! Il diritto di voto, ai suoi occhi, era «una rivendicazione per far partecipare le donne alla politica parlamentare, che quindi non ha nulla a che vedere con i diritti politici di cui devono beneficiare le donne lavoratrici». Altro che “quote rosa”!

L’eroina rivoluzionaria prendeva risolutamente le distanze non soltanto dal «programma del femminismo borghese», fatto di garanzie formali ed insignificanti pretese soggettive, bensì pure dal «programma di emancipazione delle donne proletarie un tempo proclamato dalle femministe socialiste», che prevedeva un puro e semplice miglioramento delle condizioni di vita materiali delle donne e ignorava invece la dimensione sociale-normativa della loro esistenza[11]. Si prospettava così una rottura totale con il femminismo di ogni possibile sfumatura.

Il 23 ottobre 1947, visitando la Scuola rivoluzionaria che tutt’oggi porta il suo nome, Kim Jong Suk rispose alle affermazioni del direttore politico aggiunto che proponeva un’educazione indifferenziata per maschi e femmine: «Voi credete? Ma le ragazze, oltre alle qualità generali, devono possedere anche quelle proprie del loro sesso, comprese l’arte culinaria e la sartoria. Non si devono trascurare simili discipline»[12]. Nessuna “lotta agli stereotipi di genere”, dunque.

Negli anni ’50 e ’60 le donne coreane assolsero un ruolo chiave nella ricostruzione postbellica del paese e nello slancio del movimento Chollima, grazie alla capillare rete di asili e giardini d’infanzia creati dal regime socialista per prendersi cura dei loro figli, all’accesso gratuito all’istruzione di massa e all’attivo coinvolgimento nella vita activa delle organizzazioni di partito, cui erano particolarmente idonee – a giudizio del caro leader – perché «in genere dolci per natura» e refrattarie al burocratismo[13]. Questa modernizzazione posticipò leggermente il matrimonio, ma il ciclo di vita della famiglia non era affatto in discussione: «Noi non ci opponiamo a che le donne si sposino e mettano al mondo dei figli. È la natura stessa dell’essere umano»[14], specificava Kim Il Sung.

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Conclusa l’impegnativa edificazione di un forte Stato socialista industriale, negli anni ’70 e ’80 fu la volta del consolidamento dei nuclei famigliari, indicati da Kim Jong Il come il più sicuro baluardo contro la “furia del dileguare” di hegeliana memoria e la fonte primigenia del patriottismo socialista: «Alcuni pensano che i rivoluzionari comunisti siano persone disumane che si preoccupano unicamente della rivoluzione, ignorando persino le proprie famiglie. Si sbagliano. Amare e rispettare i propri genitori è un obbligo fondamentale dell’uomo. Chi non ama i propri genitori, la propria consorte e i propri figli, che formano i legami di parentela più stretti, non può amare il proprio paese e i propri connazionali»[15].

Le garanzie materiali non mancano: come previsto da Engels, in Corea del Nord le casalinghe sono equiparate agli altri lavoratori e pertanto vengono rifornite di generi alimentari, a titolo pressoché gratuito, dal sistema di distribuzione pubblica; le lavoratrici in maternità dispongono di 150 giorni (240 dall’estate del 2015) di congedo a salario pieno e, al momento del ricovero in ospedale a carico dello Stato, ricevono cospicui premi in denaro; quelle con tre o più figli lavorano per sole 6 ore al giorno; e in ogni caso le donne vanno in pensione a 55 anni e possono dedicarsi interamente alla famiglia[16]. La mentalità popolare trova riflesso nella recente risposta dei novelli sposi Ri Ok Ran e Kang Sung Jin alla domanda di Wong Maye, giornalista dell’Associated Press, su quali fossero i loro obiettivi nella vita: «Avere molti bambini in modo che possano servire nell’esercito e difendere e sostenere il nostro Paese, per molti anni nel futuro»[17].

 

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Ma cosa pensano i nordcoreani del palese declino dell’istituto famigliare e dei suoi valori fondativi in Occidente? L’anziano Presidente Kim Il Sung notava con apprensione nelle sue memorie: «Al giorno d’oggi l’epicureismo si propaga come una malattia contagiosa dall’altro emisfero del nostro pianeta. Questo eccesso d’egoismo, che spinge a ricercare solo il proprio benessere, senza curarsi dei posteri, affligge l’animo d’innumerevoli persone. Alcuni si esimono dal generare discendenti, perché sono un cruccio. Altri rinunciano perfino a contrarre matrimonio. Certo, ognuno è libero di non sposarsi o di non avere figli. Ma che gusto c’è a vivere senza eredi?»[18].

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A cavallo tra i due secoli il filosofo Jo Song Baek sottoscriveva le tesi di Zbigniew Brzezinski sulla crisi morale della società americana, lamentando come perfino la Corea del Sud fosse «divenuta una regione priva d’amore autentico, una regione sterile» in seguito al pernicioso influsso della cultura yankee. Le basi ideologiche di questo degrado erano additate nell’indebita “naturalizzazione” dei rapporti coniugali: «L’amore prediletto dal freudismo è un amore inumano, vile e depravato, che si fonda sull’istinto sessuale animalesco». E i legami fra uomo e donna, «se si considera soltanto l’aspetto sessuale, non possono essere autenticamente umani e solidi»[19].

Ce n’è abbastanza per mettere in imbarazzo chi critica l’anarchia del mercato ma si nutre della cultura decadente da esso generata, chi del socialismo reale apprezza l’economia ma non l’etica, chi suol arguire che parole come quelle citate poc’anzi appartengono a uomini del secolo scorso, succubi di convenzioni arretrate, che adesso i tempi sono cambiati e che perfino la Corea si “aprirà” a quel fatuo “progresso” – evocato alla stregua d’una formula magica, – che prima o poi riconduce tutti i popoli nell’alveo della (in)civiltà liberale. Simili profezie sono perfettamente analoghe, nella forma e nel contenuto, alle gufate di chi da decenni attende invano il crollo del sistema socialista, e ogni giorno ricevono le stesse brutali smentite dalla realtà.

«Nessuno può sostituire le madri nel ruolo che svolgono nella formazione dei protagonisti del futuro della patria. Il nome intimo e tenero di madre racchiude il rispetto sociale e la grande speranza riposta nelle donne che circondano i bambini d’amore e d’affetto, sopportando tutte le fatiche del mondo senza batter ciglio. Senza donne non può esserci né famiglia, né società, né avvenire della patria»: – così si legge nella lettera inviata dal giovane leader Kim Jong Un al VI Congresso dell’Unione democratica delle donne di Corea (17 novembre 2016), ove si accenna altresì alla necessità di «instaurare la disciplina morale fra le donne» e ai loro doveri di «padrone di casa», per poi chiudere in bellezza: «La natalità e un importante fattore che influisce sull’avvenire del paese e della nazione. Bisogna incoraggiarla»[20].

Un autentico florilegio di “bigottismo patriarcale”, a detta dei feticisti della novità fine a se stessa, che pure si tengono pervicacemente aggrappati alla vecchia ipotesi sulla “famiglia autoritaria” come luogo di riproduzione della psicologia borghese, ormai obsoleta da circa cinquant’anni a questa parte. La logica del capitale non conosce senso del limite e, come intuì Marx, tende a “sciogliere tutti i corpi solidi”, primo fra tutti il vincolo famigliare. «Con l’individualismo estremo come base morale e spirituale – incalza il Rodong Sinmun del 18 novembre 2016 – nei paesi capitalistici non di rado il marito uccide la moglie, i figli uccidono i genitori e i nipoti uccidono i nonni»[21]: le esplosioni più fragorose fanno luce sul tacito logoramento quotidiano.

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La liberalizzazione dei costumi contrabbandata dalle sinistre sessantottine non è che l’abito ideologico, mistificante per definizione, di un processo connaturato al declino della metropoli imperialista. In un paper pubblicato il 13 agosto 2015 sul sito dell’Università Kim Il Sung di Pyongyang, a firma del professor Kim Hong Il, la moda dei “diritti civili” viene derubricata a sintomo della putrefazione del capitalismo: «La decadenza politica e culturale degli Stati Uniti porta con sé la discriminazione razziale, le frodi e gli inganni delle organizzazioni politiche, la criminalità, il divorzio, la gravidanza minorile, il matrimonio omosessuale e l’aborto, “cancri sociali” propri di un’America che ha tempo abdicato alle sane ragioni della società umana»[22].

La Corea del Nord è forse l’unico paese socialista a non aver mai criminalizzato l’omosessualità, riconosciuta come un tratto genetico i cui portatori vanno rispettati e protetti dalle discriminazioni, ma nondimeno si oppone fermamente alla promiscuità e all’esibizionismo della cultura gay occidentale, alle egoistiche rivendicazioni del matrimonio e delle adozioni, perché incompatibili con le idee socialiste sulla famiglia e sulle sue funzioni sociali[23].

L’aborto non è concepito come un “diritto individuale” di cui valersi a piacimento, bensì come una misura eugenetica al servizio della collettività. «Tutta la medicina è gratuita in Corea del Nord – spiega Alejandro Cao de Benós – e si può ricorrere all’aborto solo previa raccomandazione medica, qualora si verifichi una malformazione fetale, o la vita della madre sia messa a repentaglio, o il bambino non nasca correttamente. […] Non per scelta o per motivi economici»[24].

Il divorzio è certo libero e legale, senonché le tradizioni nazionali – gelosamente difese dal regime socialista sebbene mondate dalle incrostazioni classiste del confucianesimo – lo contemplano come extrema ratio per cui optare preferibilmente d’accordo con i parenti, i quali peraltro condividono l’onta degli ex coniugi per non aver saputo stringere un legame a prova delle temporanee contingenze del sentimento[25]. Come ricorda lo scrittore Davide Rossi, numerose opere letterarie coreane celebrano la ricomposizione dei conflitti sorti in seno alle famiglie, in nome del superiore interesse proprio, dei figli e del paese, e col provvidenziale aiuto del partito[26]. Queste circostanze hanno forgiato in Corea i nuclei famigliari più coesi e stabili del globo terrestre, con 2.000 sole pratiche di separazione avviate in media ogni anno.

Quest’ultimo dato è emerso allorché il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne prese di mira la Corea del Nord, il cui Codice Penale non sanziona il vago reato di “molestie” che – come attestano gli eventi degli ultimi mesi – si presta ad interpretazioni soggettive tali da minare le garanzie basilari dello Stato di diritto. Al dibattito dell’8 novembre 2017 i delegati nordcoreani furono costretti a ribadire parecchie ovvietà, ad esempio che le donne possono accedere alle posizioni sociali più elevate qualora superino l’iter necessario, e non mediante la forzata immissione di “quote rosa” negli apparati, oppure che se un superiore le chiede favori sessuali in cambio di promozioni o con minaccia di trasferimento la donna è libera di rifiutare e che il reato di stupro si configura solo in seguito ad un successivo rapporto non consensuale; e conclusero la meritata lezione di buon senso impartita agli accusatori con queste significative osservazioni: «Nella Repubblica popolare democratica di Corea violenza sessuale, molestie sessuali, violenza domestica o stupro coniugale sono parole alquanto strane, la gente non capisce cosa significhino semplicemente perché quei fenomeni non si verificano di frequente e non costituiscono problematiche di rilevanza sociale»[27].

In Corea non si verificano fenomeni come la campagna #MeToo, menzionata in un articolo di Song Jong Ho sul Pyongyang Times del 9 marzo scorso, che sottolinea con gusto le contraddizioni di un Occidente in cui il femminismo è destinato a rimanere uno sterile «wishful thinking», incapace di offrire alla donne una vera emancipazione, malgrado l’unanime sostegno delle istituzioni, dei media e del mondo accademico[28]. In compenso, abbandonato il focolare domestico, le donne sono entrate appieno nei circuiti dello sfruttamento e del consumismo, le relazioni affettive e sessuali sono asservite al denaro e ai volubili capricci dell’egoismo, lo stile di vita frivolo e decadente ha corroso e sciupato le tradizionali qualità femminili, i rapporti fra i sessi sono precari come posti di lavoro e il saldo demografico è compromesso.

La superiorità del socialismo si coglie proprio nello stridente contrasto con le donne nordcoreane, delle quali il presidente della KFA ci ha fornito uno splendido ritratto che funge da chiusura ideale per la nostra rassegna: «[…] potrei descrivere la donna coreana come soffice quanto la seta ma anche rigida quanto l’acciaio. Hanno un carattere molto delicato, molto gentile, molto ospitale… Sono davvero come porcellana, sembrano ragazze di porcellana, vero? ma poi, quando si tratta di correre dei rischi, quando si tratta di prendere un piccone e spaccare la pietra o di impugnare un lanciagranate, sono disposte a farlo in qualunque momento. Così hanno questo duplice profilo, che è molto curioso perché normalmente una donna o ragazza dotata di personalità più forte del solito la manifesta. Ma non in Corea. In Corea dolcezza e cortesia totali verso l’esterno si accompagnano a grande robustezza e ad una spiritualità molto forte, dove l’ideologia è ciò che conta. Per una donna coreana non l’aspetto fisico o il denaro, come nella maggioranza dei paesi capitalistici, bensì l’ideologia è la cosa più importante»[29].

(di Francesco Alarico della Scala)

[1]K. Marx-F. Engels, Opere, vol. IV, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 375.

[2]F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, Roma, 1963, p. 109.

[3]V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXV, Edizioni Rinascita, Roma, 1955, p. 119.

[4]Riportato in C. Zetkin, Lenin e il movimento femminile, 1925: https://www.marxists.org/italiano/zetkin/lenin.htm.

[5]Legislazione internazionale: leggi, decreti, progetti di legge, Istituto di studi legislativi, Roma, 1937, p. 265.

[6]Pubblicato ne Lo Stato operaio, voll. XII-XIII, 1938-39, Feltrinelli Reprint, Milano, 1966, p. 356.

[7]In G. Vinay, Storia della musica, vol. X, parte 1, Edizioni di Torino, 1978, pp. 154-155.

[8]Disponibile online in italiano: http://www.pmli.it/articoli/2017/20171018_discorsostalinstoriapartito.html.

[9]Cit. in C. Carpinelli, Donne e famiglia nella Russia Sovietica dagli anni Venti agli anni Quaranta: https://www.resistenze.org/sito/te/cu/ur/cuut3n21.htm. Vedi la medesima fonte per le notizie generali sulla politica famigliare sovietica.

[10]Cit. in M. Tsuzmer, Soviet War News, n. 6, novembre 1943, p. 8.

[11]Biografia di Kim Jong Suk, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 2002, pp. 274-276.

[12]Ibid., pp. 322-323.

[13]Kim Jong Il, Per la formazione d’un maggior numero di quadri femminili, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 1988, p. 2.

[14]Kim Il Sung, Opere scelte, vol. III, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 1971, pp. 254-255.

[15]Kim Jong Il, Opere scelte, vol. IX, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 1997, p. 63.

[16]Informazioni tratte dal dossier La Corea contemporanea, redatto dalla KFA – Italia: https://web.archive.org/web/20120128121849/http://www.korea-dpr.com/users/italy/page2/page2.html.

[17]https://www.corriere.it/esteri/17_giugno_22/corea-nord-26-ritratti-foto-istantanee-regime-kim-jong-un-5926b346-572d-11e7-8b4d-3cd144754bfb-bc_4.shtml.

[18]Kim Il Sung, Attraverso il secolo, vol. III, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 1993, pp. 337-338.

[19]Jo Song Baek, La filosofia della leadership di Kim Jong Il, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 1999, pp. 189, 183.

[20]Kim Jong Un, Intensifichiamo ulteriormente il lavoro dell’Unione delle donne sotto la bandiera della trasformazione di tutta la società sulla base del kimilsungismo-kimjongilismo, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 2017, pp. 11-13.

[21]Rodong Sinmun: la corruzione morale è un prodotto inevitabile della società capitalistica, KCNA, 18 novembre 2016.

[22]http://www.ryongnamsan.edu.kp/univ/success/social/part/47.

[23]Cfr. https://web.archive.org/web/20120128142859/http://www.korea-dpr.com/users/italy/page17/page17.html#link18.

[24]Intervista a Infovaticana, 16 marzo 2015: https://infovaticana.com/2015/03/16/entrevista-cao-de-benos/.

[25]Cfr. Kim Jong Il, Opere scelte, vol. XV, Edizioni in lingue estere, Pyongyang, 2014, p. 296.

[26]Davide Rossi, Pyongyang, l’altra Corea, Edizioni Mimesis, Milano, 2012, pp. 71-72.

[27]http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=22373&LangID=E.

[28]https://kcnawatch.co/newstream/1520596839-840493171/sexism-comes-under-the-spotlight-around-world/.

[29]Intervista a Berlunes, 27 maggio 2014: http://berlunes.com/entrevista-alejandro-cao-benos.

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