Nayirah, la bambina che scatenò la guerra in Iraq

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I macabri resti dei veicoli militari iracheni giacciono, come in un cimitero improvvisato, ammassati intorno alle sei larghe corsie della Autostrada 80: un serpente di asfalto lungo 130km che parte dal centro di Kuwait City e, attraversando il deserto, raggiunge il confine meridionale dell’Iraq.

È la tragica notte tra il 26 e il 27 febbraio 1991, quando l’aviazione statunitense colpisce dall’alto ciò che rimane dell’esercito di Saddam Hussein in fuga dal Kuwait: una lunga colonna di veicoli civili e militari batte in ritirata, direzione Baghdad, su questa strada raccapricciantemente passata alla storia, da allora, come la “highway of death”, l’autostrada della morte. Ultimo atto della Operazione Desert Sabre, che decreterà la conclusione di una guerra iniziata soltanto cinque settimane prima, l’attacco lanciato contro le truppe irachene lascerà sul campo i resti di migliaia di veicoli e un numero indefinito di vittime, tra le 800 e le 2000, principalmente militari.

Tra le testimonianze fotografiche dell’evento ce n’è una, in particolare, che i media statunitensi rifiutarono in toto di pubblicare: il corpo di un soldato iracheno carbonizzato, ritratto mentre sembra fuggire dal proprio camion in fiamme, i muscoli del corpo esposti e il volto contorto in un ghigno di dolore. Il reporter Ken Jarecke, alla domanda di un ufficiale che gli chiese quale interesse avesse nel fotografare i cadaveri, rispose platealmente: “se non scatto questa foto, persone come mia mamma penseranno che la guerra sia come la vedono in televisione”.

UNA GUERRA TELEVISIVA

La Guerra del Golfo iniziò ufficialmente il 2 agosto 1990, quando l’esercito di Saddam Hussein riuscì a vincere in sole quattro ore le forze kuwaitiane, costringendo lo sceicco e capo del governo Jaber Al-Ahmed Al Sabah all’esilio in Arabia Saudita, e annettendo con la forza il paese. Causa scatenante dell’invasione, l’accusa che il Kuwait avesse rubato delle importanti riserve petrolifere irachene. Tuttavia, le operazioni militari sarebbero iniziate solo il 17 gennaio 1991, dopo cinque mesi di trattative, minacce e sanzioni.

Considerato “il primo conflitto del villaggio globale” per la sua inedita copertura televisiva, questa spettacolare guerra fu in realtà osservata dal buco della serratura, confezionata dalla televisione ad uso e consumo del cittadino comune, come ben aveva compreso Jarecke. Il governo statunitense mise le briglie all’informazione come mai aveva osato prima, memore degli effetti sull’opinione pubblica che, qualche decennio prima, avevano prodotto i reportage dalla guerra del Vietnam.

Nayirah, la bambina che scatenò la guerra in Iraq
I resti dei veicoli militari iracheni sulla “Autostrada della morte”, 27 febbraio 1991

Le linee guida da adottare verso i giornalisti furono definite con precisione nel documento del Pentagono intitolato “Annex Foxtrot”, stilato il 14 gennaio 1991, tre giorni prima dell’avvio dell’Operazione Desert Storm: ai reporter presenti sul conflitto (solo 192 autorizzati, quasi tutti statunitensi) era proibito “andare al fronte senza una scorta militare, di fotografare o filmare morti e feriti, di dare informazioni su armamenti, equipaggiamento, spostamenti e consistenza numerica delle unità alleate e sulla consistenza dell’armamento nemico, di descrivere nei particolari le operazioni militari, di fornire dati sulle perdite alleate, di nominare le basi di partenza delle missioni, di intervistare i militari senza il preventivo permesso ufficiale”. Le citazioni del New York Times, infatti, “provenivano per il 79% da fonti governative o da organizzazioni a esso affiliate”.(1)

Se dal fronte estero, dunque, arrivarono notizie inevitabilmente condizionate dalla presenza militare, sul fronte interno dell’opinione pubblica i cittadini statunitensi -e del mondo- subirono una massiccia operazione di propaganda. Come ci hanno insegnato i fatti più recenti, dalla fialetta di antrace sventolata da Colin Powell fino ai mai realmente provati massacri di Gheddafi e Assad, perché una macchina bellica prenda avvio è necessario anzitutto convincere il popolo che una guerra sia necessaria e, magari, finalizzata a scopi umanitari. Oggi le chiamiamo “fake news”, ma è solo un altro modo per dire propaganda. A questo scopo, per donare un volto umanitario alla guerra del Golfo, fu cruciale il ruolo svolto da una ragazzina di soli quindici anni.

LE PRESUNTE INCUBATRICI RUBATE

Nel lasso di tempo che intercorre tra l’invasione del Kuwait e l’inizio dell’Operazione Desert Storm, cinque mesi, nessuno al di fuori degli Stati Uniti sembrava interessato a risolvere la controversia attraverso gli strumenti bellici: non la CEE, allora guidata da Giulio Andreotti in qualità di presidente di turno; non l’ONU, che pure approvava diverse sanzioni economiche, e neppure il presidente russo Mihail Gorbačëv.

Di diverso avviso il presidente statunitense George H.W. Bush, così come il governo del Kuwait in esilio. Il primo, attraverso la sua amministrazione, esagerò volutamente la stima delle truppe irachene nel paese, parlando di 250.000 soldati e 1500 carri armati – vi erano in realtà poco più di 100.000 soldati male armati, e solo 300 veicoli corazzati, peraltro molto vecchi.

Il secondo, di concerto, agì attraverso una massiccia operazione di public relationship sfruttando la facciata del sedicente comitato “Citizens for a Free Kuwait”, uno specchietto per le allodole attraverso il quale il governo del Kuwait finanziò venti tra agenzie pubblicitarie e studi legali al fine di mobilitare l’opinione pubblica statunitense contro Saddam Hussein.

Un ruolo imprescindibile nella vicenda lo ebbe la Hill & Knowlton, all’epoca la più grande agenzia pubblicitaria del mondo: finanziata dal governo del Kuwait con dieci milioni di dollari, attraverso una ricerca di mercato gli addetti marketing scoprirono che, in primo luogo, i cittadini statunitensi sapevano molto poco del Kuwait (il che li rendeva maggiormente manipolabili sul tema); in seconda istanza, che il modo migliore per influenzare l’opinione pubblica sul conflitto in corso era quello di porre l’enfasi sulle vere o presunte atrocità compiute dagli iracheni, in particolare verso i bambini. Entrarono in gioco, dunque, le storie riguardanti delle incubatrici sottratte dagli iracheni negli ospedali di Kuwait City.

Già il 2 settembre 1990, in sede ONU, il rappresentante del Kuwait Mohammad A. Abulhasan riferì di “saccheggi di computer, impianti di aria condizionata, lavagne, scrivanie e perfino incubatrici” effettuati dagli iracheni. Sui media venne ipotizzato (senza prova alcuna, in quanto era impossibile accedere al paese) che i bambini venissero strappati dalle incubatrici e lasciati morire senza cure; così sempre Abulhasan, in una nota successiva, sottolineò che “le incubatrici negli ospedali sono state rubate, causando la morte di tutti i bambini prematuri”, senza specificare un numero preciso dei presunti morti, né quali fossero le sue fonti.

La storia venne ripresa da diversi quotidiani statunitensi, e giunse fino al presidente George H.W. Bush, il quale la citò in due diverse occasioni. Il Kuwait, tuttavia, rimase un argomento marginale sui media, al punto che i network televisivi faticarono a riempire gli spazi pubblicitari in prossimità dei telegiornali, e l’opinione pubblica iniziò a presto a dimenticarsene: solo il 10 ottobre le operazioni di propaganda confezionarono un autentico capolavoro.

LE LACRIME DI NAYIRAH

“Ho fatto la volontaria all’ospedale al-Addan con altre dodici donne. Io ero la volontaria più giovane. Le altre donne avevano tra i venti e i trent’anni. Mentre ero lì ho visto i soldati iracheni entrare armati nell’ospedale. Hanno tirato fuori i bambini dalle incubatrici, preso le incubatrici e lasciato i bambini a morire sul pavimento. È stato orribile” (Qui il video completo)

Nayirah, la bambina che scatenò la guerra in Iraq
Nayirah, presunta testimone di Kuwait City, parla davanti al Congresso

Così si presentò ai membri del Congresso, in una udienza del Congressional Human Rights Caucus, “Nayirah”, presunta profuga quindicenne di Kuwait City che sarebbe rimasta nella città durante i giorni dell’assedio iracheno, lasciando la famiglia per lavorare come volontaria nell’ospedale cittadino. I quattro minuti della sua toccante testimonianza, inframmezzata dai singhiozzi e dalle lacrime, e recitata in un sospetto inglese troppo fluente, furono registrati e, attraverso la Hill & Knowlton, inviati a settecento stazioni televisive, raggiungendo un pubblico stimato di 53 milioni di persone negli Stati Uniti – quasi un terzo della popolazione.

Incluso il presidente Bush, il quale nelle settimane successive ripeterà la storia più di dieci volte. L’impatto della testimonianza di Nayirah sull’opinione pubblica sarà ampiamente dimostrato dal fatto che perfino Amnesty International crederà fermamente alle sue parole, pur non avendo a sua volta i mezzi per trovarne riscontro nella realtà. Quando, il successivo 29 novembre, l’ONU legittimerà l’attacco contro le forze irachene, e il 3 gennaio dell’anno successivo il congresso approverà l’inizio dell’Operazione Desert Storm, nessuno oserà nutrire dubbi sulla legittimità della guerra in Kuwait.

LA FRODE

L’Operazione Desert Storm è finita, la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha vinto con un dispiegamento di forze altissimo e delle perdite molto contenute. Soltanto quando i reporter riusciranno finalmente ad entrare a Kuwait City avranno occasione di mettere alla prova le dichiarazioni di Nayirah. Ironia della sorte, sarà proprio la ONG Amnesty International ad ammettere per prima, il 13 giugno 1991, che ispezionando gli ospedali del Kuwait non sono emerse prove della testimonianza della ragazzina.

Sarà, infine, il giornalista John MacArthur del New York Times a svelare, nel gennaio 1992, la vera identità di Nayirah: non era una profuga kuwaitiana, bensì la figlia dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Saud Nasir al-Sabah. Tutta la sua testimonianza, la sua recitazione, il suo inglese ritoccato con piccoli errori e marcato accento mediorientale, tutta la messinscena era stata studiata da una agenzia pubblicitaria. Una guerra era stata venduta al pubblico sfruttando le leggi del marketing.

Cosa rimane, oggi, a quasi trent’anni da quella comparsata televisiva? Nella Guerra del Golfo hanno perso la vita 658 soldati della coalizione, oltre 20.000 combattenti iracheni, e più di 4.000 civili. Cinquantamila soldati, inoltre, soffriranno le conseguenze del forte avvelenamento causato dai proiettili all’uranio impoverito. Nayirah, chiunque realmente fosse, è scomparsa dai riflettori, e la Hill & Knowlton non è mai stata formalmente incriminata – d’altra parte, la testimonianza della ragazza non era sottoposta a giuramento.

Restano dunque i morti di una guerra tanto fulminea quanto brutale, e la consapevolezza che, di nuovo, la prima vittima sul campo di battaglia è la verità: di fronte alle nuove guerre, ai nuovi nemici e ai cosiddetti “stati canaglia”, il potere trova sempre il modo di vendere al popolo la versione dei fatti che maggiormente è in grado di fare presa sul pubblico. Riprendendo la celebre frase di Jarecke, potremmo dire che conoscere -e riconoscere- queste frodi, questi esercizi di propaganda, serva affinché “persone come le nostre madri non pensino che la guerra sia come la vendono in televisione”.

1) “Informazione e guerra: la televisione nella guerra del Vietnam e del Golfo Persico”, di Mirko Nozzi.

(di Federico Bezzi)

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