La sagoma discreta di un sottomarino sotto la superficie del Mediterraneo

Daniele Bianchi

Ora sappiamo perché i sottomarini italiani sono i più silenziosi della NATO e i russi non riescono a trovarli

Nel Mediterraneo un sommergibile può passare a poche miglia da una nave senza lasciare una traccia evidente in superficie. La sua presenza esiste soprattutto come una debole impronta acustica, confusa tra correnti, traffico mercantile e rumori del fondale. È in questo mondo quasi cieco che le unità italiane hanno costruito la loro reputazione.

Il punto non è una tecnologia segreta capace di rendere invisibile uno scafo. Il vantaggio nasce dalla somma di molti rumori eliminati o ridotti: propulsione elettrica, macchinari isolati, profilo idrodinamico e una gestione rigorosa di ogni attività a bordo. Quando questi elementi lavorano insieme, anche un sonar esperto riceve meno indizi da interpretare.

Il motore che può smettere di respirare

I sottomarini convenzionali devono normalmente avvicinarsi alla superficie per usare i motori diesel e ricaricare le batterie. È una fase delicata: aumenta il rumore, espone antenne e snorkel e rende l’unità più facile da localizzare. La classe Todaro, derivata dal progetto U212A, può invece restare immersa più a lungo grazie a un sistema di propulsione indipendente dall’aria.

Le celle a combustibile producono energia elettrica senza la combustione rumorosa di un motore diesel. In immersione l’unità può avanzare lentamente affidandosi al motore elettrico, mentre le apparecchiature più sonore rimangono spente. Non è la velocità a proteggerla ma la capacità di avere pazienza. Muoversi piano significa generare meno vibrazioni e disturbare meno l’acqua.

«Silenzioso» non vuol dire immobile. Vuol dire scegliere quando accelerare, quando cambiare profondità e quando lasciare che siano gli altri a produrre il rumore dominante. Saper aspettare obbliga chi cerca a controllare un’area sempre più grande.

Ogni vibrazione viene trattata come una firma

All’interno dello scafo ci sono pompe, ventilatori, sistemi di raffreddamento e parti meccaniche che potrebbero trasmettere vibrazioni all’acqua. La riduzione acustica comincia quindi prima ancora dell’elica. I macchinari vengono montati e isolati in modo da limitare il passaggio delle vibrazioni verso lo scafo esterno.

Anche la forma conta. Una superficie pulita e un flusso regolare limitano turbolenze e cavitazione attorno all’elica. A bassa velocità il battello lascia una traccia sonora estremamente sottile, soprattutto se il mare circostante è già pieno di suoni.

Questa attenzione arriva alla vita quotidiana dell’equipaggio. Un oggetto appoggiato male, un portello azionato nel momento sbagliato o un’apparecchiatura avviata senza necessità possono diventare segnali. La disciplina acustica non è spettacolare, ma trasforma decine di piccole precauzioni in un vantaggio reale.

Il Mediterraneo complica il lavoro di chi ascolta

Il sonar non vede un’immagine nitida come un radar. Deve distinguere frequenze, variazioni e direzioni dentro un ambiente che cambia continuamente. Nel Mediterraneo, strati d’acqua con temperature e salinità diverse possono deviare il suono. Fondali irregolari, coste vicine e intenso traffico civile aggiungono riflessi e rumore.

Un battello progettato per produrre pochi segnali può sfruttare questo scenario senza bisogno di manovre romanzesche. La difficoltà per una forza avversaria è separare una firma minima da migliaia di rumori credibili. Cercare più a lungo non garantisce una soluzione: può semplicemente aumentare il numero di contatti falsi da analizzare.

È qui che la frase sui russi va letta correttamente. Non significa che ogni sensore russo sia inutile o che un sottomarino italiano sia impossibile da individuare. Significa che i sistemi di sorveglianza devono ottenere una catena di indizi coerenti prima di poter seguire un bersaglio. Se la prima traccia è troppo debole o scompare rapidamente, la ricerca riparte quasi da zero.

Il vero vantaggio è obbligare l’altro a dubitare

Nella guerra antisommergibile trovare un contatto è soltanto l’inizio. Bisogna classificarlo, distinguerlo da una nave civile o da un fenomeno naturale e mantenerlo abbastanza a lungo da prevederne il movimento. Un singolo segnale non basta. Il sommergibile vince tempo ogni volta che costringe il sonar a chiedersi se abbia davvero sentito qualcosa.

Le esercitazioni tra alleati mettono alla prova questa catena con navi, elicotteri e boe acustiche. Anche in un ambiente controllato, un piccolo battello convenzionale può diventare difficile da seguire quando riduce la velocità e limita le proprie emissioni.

Non esiste però una classifica pubblica e definitiva del silenzio. Le prestazioni reali dipendono dalla velocità, dalla manutenzione, dal fondale, dal meteo e dalla competenza degli equipaggi. La reputazione italiana nasce dalla combinazione tra progetto, addestramento e ambiente operativo, non da un unico dispositivo miracoloso.

È questo il motivo per cui le unità italiane rappresentano un problema serio per chi prova a cercarle. Non cancellano la propria presenza: la riducono fino a renderla ambigua. E sott’acqua, dove ogni decisione dipende da pochi suoni incompleti, l’ambiguità può essere più efficace dell’invisibilità.

Daniele Bianchi

Daniele Bianchi, nativo di Roma, è il creatore del noto sito di informazione Oltre la Linea. Appassionato di giornalismo e di eventi mondiali, nel 2010 Daniele ha dato vita a questo progetto direttamente da una piccola stanza del suo appartamento con lo scopo di creare uno spazio dedicato alla libera espressione di idee e riflessioni. La sua mission era semplice e diretta: cercare di capire e far comprendere agli altri ciò che sta effettivamente succedendo nel mondo. Oltre alla sua attività di giornalista e scrittore, Daniele investe costantemente nell'arricchimento della sua squadra, coinvolgendo professionisti con le stesse passioni e interessi.