La comicità e il politicamente corretto: intervista ad Ivano Bisi

La comicità e il politicamente corretto: intervista ad Ivano Bisi

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Abbiamo raggiunto lo stand up comedian Ivano Bisi, per intervistarlo e chiedergli del rapporto tra comicità e l’ormai dilagante politicamente corretto.


Nel tuo percorso ti sei ispirato in particolare a determinate figure?

Inizialmente a Louis C.K, Jim Jefferies, Stephen Wright, ma più in generale come riferimento la comicità americana. per quanto riguarda l’Italia il riferimento è sicuramente Corrado Guzzanti

Il politicamente corretto


Col passare degli anni assistiamo a delle censure sempre più diffuse da parte del politicamente corretto, in ogni contesto, compreso il mondo della comicità. Che difficoltà si riscontrano per chi lavora in questo ambito e decide di fare un tipo di comicità che non si pone eccessivi quanto controproducenti tabù?

Il politicamente corretto è un problema che affligge in modo pesante soprattutto la cultura anglosassone. Non è un caso che durante gli spettacoli dei comici si veda ridere il pubblico per cose che qui francamente non ridiamo. Questo perché lo vivono come un momento di leggerezza, perché in quel contesto è consentito scherzare su cose e argomenti che nella quotidianità non è consentito. Woody Allen chiama Il P.C. che permea la società americana “il fascismo delle parole”. Da noi devo dire che siamo messi meglio, per quanto si cerchi di scimmiottare il modello americano, mi si consenta la battuta, fortunatamente non siamo ancora a un livello di civiltà tale da aver reso adulto il mostro del Politicamente Corretto. Personalmente non ho mai subito censure, mi è sempre stato concesso di lavorare in libertà, se cesure ci sono in tv è più per un discorso improntato di catturare più pubblico possibile che per il famigerato P.C., certo non siamo esenti da questo cancro e prima o poi si diffonderà in metastasi anche da noi, ma al momento vere e proprie difficoltà, considerando anche il tipo di umorismo che faccio, non posso dire di averle incontrate.

Secondo te non è stata proprio la follia politicamente corretta a generare un tipo di comicità che si scaglia direttamente contro questa cultura apparentemente più libera rispetto al passato?

Non lo so, non credo in Italia, molti lo fanno perché seguono i comici americani, altri perché quella comicità ce l’hanno sempre avuta nelle proprie corde e ora può essere espressa. In America il discorso è diverso, fa il suo esordio dopo la seconda guerra mondiale, ma la risposta al politicamente corretto è quasi un effetto collaterale. C’era bisogno di ricostruirsi anche nel morale, c’era bisogno di ridere. Per quanto riguarda ora, la follia del politicamente corretto, non credo sia la causa scatenante di un certo tipo di comicità, perché ne vedo pochi di comici che di fatto vi si scagliano contro oltrepassando gli ottusi confini stabiliti, ma chi lo fa veramente non lo fa con l’intenzione, semplicemente esprime autenticamente la propria comicità, la propria cattiveria naturale e prima o poi giocoforza quel confine lo passa. Dovremmo capovolgere il paradigma per evitare di farci condizionare la vita dal politicamente corretto, perché alla lunga il rischio è quello di finire per autocensurarsi, castrarci il processo creativo sin dal principio condizionandolo a ciò che si può e non si può, pensare che non è la libertà d’espressione declinata in qualunque forma che travalica i limiti del politicamente corretto, ma è quest’ultimo che cozza contro di essa.

La comicità e i limiti

Ci sono dei limiti che bisogna darsi o si può scherzare su tutto?

Teoricamente no. Se lo sai fare puoi scherzare su tutto. I limiti te li fa capire il pubblico mettendoti davanti alla tua abilità di scherzare su argomenti sensibili che comunque rimangono molto soggettivi. Personalmente se mi viene in mente una battuta o un pezzo comico non mi pongo minimamente il problema di rischiare di offendere qualcuno, non mi pongo il problema di ciò che il pubblico potrebbe pensare di me o di ciò che dico o scrivo, l’unica cosa che mi preoccupa è: c’è qualità in ciò che vado a proporre? del resto non mi curo. Sono conscio di correre il rischio di offendere, di certo non parto con l’intenzione di farlo, ma un comico a mio avviso deve saper correre dei rischi. Aggiungo che “fregarmene” del pubblico è il mio modo di rispettarlo e trattarlo da adulto.

Comicità e politica

In Italia si sta assistendo ad un cambiamento nelle modalità di fare comicità o siamo ancorati a vecchi standard?

Sì e no. In parte il pubblico ha una certa diffidenza del nuovo, in larga parte è colpa nostra. Si ha paura di rischiare e quindi si spaccia per stand up comedy ciò che è tranquillamente sovrapponibile con i vecchi standard umoristici, sia chiaro, non ho nulla contro il cabaret, anzi, credo che ci sia un gap attoriale, artigianale, di cultura del lavoro con la stand up in loro favore che sarà difficilmente colmabile in pochi anni, ma semplicemente spacciare per stand up comedy ciò che non lo è non contribuisce a dare un’idea corretta di questo tipo di comicità. Non sono tra quelli che dicono che il cabaret debba cedere il passo, anzi, credo che la “concorrenza” con la stand up possa migliorare entrambe, ma credo anche che debbano rimanere due cose ben distinte, soprattutto per il pubblico che rischia di confondersi le idee. Se vado a vedere una partita di calcio e poi vedo che si passano la palla con le mani è normale che mi sorga qualche perplessità.

A tuo avviso al comico conviene presentarsi sempre in una veste ambigua nella sua performance, risultando difficile da etichettare politicamente (pratica alquanto diffusa), oppure ha il dovere di assumersi nel suo mestiere un ruolo pedagogico, ovvero finalizzare la sua comicità alla diffusione di un determinato messaggio, prendendo anche determinate posizioni?

Ti rispondo schiettamente: a me i comici schierati pubblicamente che sventolano la loro appartenenza negli spettacoli mi stanno sui coglioni. Bada bene, non discuto certo sul fatto che ognuno abbia o debba avere una coscienza politica, ma sul fatto di usare il palco come un pulpito. In questo modo farai ridere solo quelli che la pensano come te e non per i contenuti artistici. Quella che tu definisci ambiguità comica io la chiamo trasversalità, ed è una cosa a cui tengo moltissimo. Non credo nel ruolo pedagogico del comico, il comico quando inizia a parodiare il pedagogo si dimentica il motivo per cui ha scelto questo mestiere: far ridere. E anche se avanzassi la pretesa di voler veicolare un messaggio, l’unico mezzo su cui puoi farla viaggiare è la risata, sennò l’unico messaggio che il pubblico riceve è: che rottura di coglioni. Non c’è nulla di più triste di un comico che si prende sul serio.
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