L’attacco militare israelo-americano contro l’Iran del 28 febbraio 2026 non è stato semplicemente un altro episodio nel lungo ciclo di tensioni della regione. Quell’attacco si trasformò rapidamente in un evento cruciale con l’annuncio dell’assassinio del leader supremo iraniano Ali Khamenei, uno sviluppo che sconvolse l’equilibrio di potere all’interno dell’asse regionale che Teheran aveva costruito nel corso di decenni.
Nello Yemen, in particolare, è sorta una domanda diversa: come affronterà questo momento Abdel-Malik al-Houthi? Questi sviluppi spingeranno il gruppo a impegnarsi in un nuovo confronto, o sceglierà di gestire la situazione con cautela e attendere che la traiettoria del conflitto diventi chiara?
E quale sarà il destino del gruppo e della sua leadership se deciderà di intraprendere questa guerra?
A Sanaa, dove il gruppo Houthi è politicamente e ideologicamente legato all’asse iraniano, era naturale che l’attenzione si concentrasse sui discorsi del leader del gruppo.
Abdel-Malik al-Houthi è apparso tre volte dallo scoppio della guerra. Nel suo primo discorso, ha dichiarato la sua solidarietà all’Iran e ha affermato la sua disponibilità a “tutti gli sviluppi”, in un messaggio che sembrava più una dichiarazione politica che una dichiarazione di determinazione militare. Nel secondo discorso il tono è stato più emotivo, offrendo le condoglianze per la morte di Khamenei e ribadendo il sostegno a Teheran.
Il terzo discorso è stato simile, senza pronunciamenti diversi, e ha rafforzato lo stesso messaggio.
Tuttavia, ciò che non è stato detto nei discorsi è stato altrettanto sorprendente di ciò che è stato detto.
Il gruppo non ha rilasciato una chiara dichiarazione di intervento militare, come aveva fatto in passato quando voleva inviare messaggi di deterrenza o solidarietà pratica ai suoi alleati. Né sono state registrate sul campo escalation dirette o chiare minacce militari contro gli interessi israeliani o statunitensi. Anche i messaggi mediatici del gruppo questa volta sono apparsi più disciplinati e sommessi, a differenza del suo approccio abituale in momenti regionali simili, che tipicamente prevedevano una diffusa retorica di escalation.
Questa discrepanza tra la retorica della mobilitazione e le azioni sul campo suggerisce che la decisione di entrare in guerra non è così semplice come sembra. Il gruppo, che ha costruito gran parte del suo discorso politico sull’idea dell’“asse della resistenza”, è anche consapevole che entrare in uno scontro diretto in una congiuntura regionale molto complessa potrebbe aprire un vaso di Pandora con conseguenze incontrollabili.
Confrontando questo con il comportamento degli altri membri dell’asse emerge un quadro più chiaro. Hezbollah in Libano, uno dei più importanti rappresentanti militari dell’Iran nella regione, non ha perso tempo ed è entrato nella mischia dopo lo scoppio dell’ultima guerra. L’ingresso del partito nel conflitto riflette il suo ruolo all’interno del cosiddetto asse iraniano, dove è visto come uno dei più importanti deterrenti regionali e tra i più pronti ad una rapida azione militare nel caso Teheran dovesse trovarsi sotto un attacco diretto.
Questo sviluppo rafforza l’impressione che l’Iran abbia già iniziato ad attivare alcuni dei suoi delegati militari nella regione. Con Hezbollah e le fazioni irachene ora coinvolte nel conflitto, la questione della posizione degli Houthi diventa ancora più pressante: rimarranno in disparte o si uniranno alla mischia più tardi se la guerra dovesse intensificarsi?
La situazione degli Houthi appare leggermente diversa. Nonostante i suoi stretti legami con l’asse iraniano, il gruppo opera in un ambiente geografico e politico diverso e deve affrontare complesse considerazioni interne e regionali che rendono più delicata qualsiasi decisione di entrare in guerra. Pertanto, la moderazione evidente nel suo comportamento attuale può riflettere la consapevolezza che qualsiasi escalation su larga scala potrebbe aprire molteplici fronti contro di essa in un momento di instabilità regionale.
L’esperienza recente rivela anche che gli Houthi sono capaci di un certo pragmatismo quando le circostanze impongono calcoli diversi. Nel maggio 2025, il Sultanato dell’Oman ha mediato un accordo tra il gruppo e gli Stati Uniti che ha ridotto le tensioni nel Mar Rosso, dopo mesi di crescenti tensioni derivanti dagli attacchi Houthi alle spedizioni internazionali. Questo accordo rifletteva la volontà del gruppo di riadattare il proprio comportamento militare quando il costo dell’escalation superava i potenziali guadagni, soprattutto considerando il pesante prezzo pagato dagli attacchi aerei statunitensi nel 2025.
Durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025, un momento delicato a livello regionale, gli Houthi si sono limitati alla retorica della solidarietà piuttosto che all’intervento militare diretto, nonostante la pressione morale esercitata all’interno dell’asse iraniano. Questi precedenti indicano che il gruppo possiede la capacità di separare la sua retorica di mobilitazione dalle sue decisioni operative quando le considerazioni sul rapporto costi-benefici hanno la precedenza.
Pertanto, lo scenario più probabile – qualora la guerra regionale continuasse per un periodo prolungato – sembra essere un’escalation calcolata attraverso operazioni simboliche o tattiche di pressione attentamente calibrate, senza impegnarsi in uno scontro su vasta scala. Tale opzione darebbe al gruppo spazio per dimostrare solidarietà con l’Iran e mantenere la coesione della sua base interna, senza provocare un attacco su larga scala che potrebbe colpire le sue infrastrutture militari in un momento di instabilità regionale.
In questo contesto, esiste un’altra possibilità altrettanto importante: che il gruppo rinvii il suo intervento diretto ma cerchi di sostenere l’Iran attraverso un fronte diverso, come il Mar Rosso e lo stretto di Bab al-Mandeb. Questa regione rappresenta uno dei più importanti punti di pressione strategica sulle rotte commerciali ed energetiche globali, e gli Houthi hanno dimostrato negli ultimi anni la loro capacità di utilizzarla come un’efficace tattica di pressione prendendo di mira o minacciando le spedizioni marittime.
Un simile scenario potrebbe consentire al gruppo di partecipare indirettamente allo scontro, interrompendo le linee di rifornimento internazionali e inviando un messaggio politico e militare contemporaneamente, senza impegnarsi in un conflitto aperto con Israele. Ciò è in linea anche con il ruolo svolto dagli Houthi negli ultimi mesi, quando gli attacchi del Mar Rosso sono diventati parte dell’equazione di pressione regionale legata alla guerra a Gaza.
L’intervento diretto, sia bombardando Israele che effettuando operazioni su larga scala contro gli interessi americani, rimane un’opzione ad alto rischio, soprattutto alla luce delle crescenti valutazioni secondo cui Israele considera gli Houthi un obiettivo differito da mesi e che qualsiasi momento opportuno potrebbe essere sfruttato per lanciare un ampio attacco contro la sua leadership e le sue infrastrutture militari.
I calcoli del gruppo non si limitano all’ambito regionale; le dinamiche interne allo Yemen giocano un ruolo altrettanto influente nel determinarne le scelte. Comprende che qualsiasi ampio coinvolgimento in un confronto esterno potrebbe aprire la porta a cambiamenti interni imprevedibili, in particolare nel contesto degli sforzi per riorganizzare l’equilibrio di potere all’interno del campo governativo e dei tentativi di riorganizzare il processo decisionale militare con il sostegno saudita.
Anche la situazione nelle aree controllate dagli Houthi non è immune alle pressioni. L’accumulo di sfide economiche, insieme a tensioni sociali e di sicurezza intermittenti, rendono l’escalation esterna una decisione rischiosa. In un tale contesto, la leadership Houthi potrebbe preferire gestire le tensioni con cautela per evitare di aggiungere un nuovo carico militare in un momento delicato.
Tuttavia, questi calcoli potrebbero cambiare se la guerra regionale si muovesse in una direzione diversa. Se dovesse evolversi in una minaccia esistenziale per il regime iraniano, o se si protraesse abbastanza a lungo da rimodellare gli equilibri di potere regionali, gli Houthi potrebbero trovarsi ad affrontare una nuova serie di calcoli.
Per ora il gruppo sembra essere un osservatore cauto. La sua retorica esprime solidarietà a Teheran, ma la decisione militare resta rinviata in attesa che il corso della guerra diventi più chiaro.
Le prossime settimane riveleranno probabilmente la direzione che il gruppo sceglierà in questo momento delicato. La questione non è più semplicemente se gli Houthi parteciperanno o meno alla guerra, ma piuttosto come si posizioneranno in un panorama regionale che viene rimodellato dal conflitto.
Rimarranno nel loro ruolo tradizionale come parte della rete di influenza regionale dell’Iran, o cercheranno di sfruttare questo momento per presentarsi come una forza con i propri calcoli, gestendo il proprio ruolo regionale secondo i propri interessi piuttosto che secondo il ritmo stabilito da altri?
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