M5S sfonda, Centrodestra vince, PD piange

La lunga notte elettorale rivela che inediti orizzonti si profilano per il governo dell’Italia dei prossimi anni: in perfetta linea con i sondaggi, il centrodestra resta la prima forza politica del Paese, ma il M5S si attesta inconfutabilmente come primo partito e avrà sicuro diritto di parola nella legislatura nascente: “Tutti dovranno parlare con noi” esulta Di Battista a notte fonda, e gli fa eco Paola Taverna: “Confermiamo che è finito il periodo del <<vaffa>>, ci affermiamo come forza di governo”. Con chi ci sarà l’alleanza è difficile dirlo: se Di Maio la cercherà, di fatto aprirebbe un nuovo scenario per il partito pentastellato, che si è sempre rifiutato, finora, di cedere a compromessi con la politica del passato, essendosi da sempre presentato come un partito di rottura rispetto alla tradizione.

Il risultato memorabile portato a casa da Matteo Salvini, che ha trainato la Lega dal 4% del 2013 al 18%, superando l’alleato storico Forza Italia, preannuncia un terremoto per il centrodestra: la coalizione reggerà? E se, stando ai patti, sarà lui ad avere l’incarico, dove cercherà la maggioranza per governare?

Probabilmente il presidente Mattarella, che al momento si ritrova con una bella gatta da pelare, tenterà la carta della prassi in uso durante la Prima Repubblica, quella dell’incarico esplorativo ad una personalità stimata che cerchi di dialogare con le forze politiche in campo per cercare di formare una maggioranza, la quale, sic stantibus rebus, sembra molto difficile da pronosticare.

Chi di certo avrà peso pari a zero in questi giochi a carte scoperte sarà il centrosinistra, che ha riconosciuto la inevitabile e preannunciata sconfitta: fondare la campagna elettorale sulla fakenews del pericoloso ritorno del Fascismo (Casapound non è arrivata all’1%), dimostrare assoluta mancanza di lungimiranza rispetto al sentire degli Italiani circa il problema dell’immigrazione e puntare sull’appoggio delle istituzioni europee, lontanissime dalle simpatie dell’elettorato (per usare un eufemismo), ha fatto crollare Renzi e i suoi al 23%, mentre gli scissionisti di Liberi e Uguali praticamente risultano non pervenuti, sonoramente bocciati dalle urne. L’unico merito di cui possano fregiarsi è la rovina politica del segretario Pd.

Il 4 marzo 2018 è la seconda, personale débâcle di Renzi e della sua boria ipertrofica, già lasciata agonizzante dopo il referendum del 4 dicembre 2016 e ora freddata dal colpo di grazia: il Pd vuole la sua testa, e i rumors prospettano come attendibile l’ipotesi delle dimissioni.

È, in verità, il fallimento di un’intera classe politica, la sinistra rappresentante non del popolo, come vorrebbe la tradizione, ma dell’élite finanziaria e oligarchica, e avvolta, per giunta, da un’arrogante alone di superiorità morale e intellettuale, nei fatti smentita da ricette disastrose e oltranziste a danno del popolo italiano, punite dal voto democratico fondato sulla realtà e non sulle astratte chiacchiere da salotto televisivo.

Il M5S gongola sul suo risultato storico e il leader Di Maio parla di inizio della Terza Repubblica, rassicurando: “Avremo un atteggiamento responsabile”: si tratteggia un nuovo bipolarismo, ma la partita vera inizia adesso, ed è ancora tutta da giocare. La sfida è tra Lega e M5S: vinca il migliore.

(di Federica Palmieri)