La società della produzione e il "latino lingua inutile"

La società della produzione e il “latino lingua inutile”

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Il latino è inutile nel mondo odierno: c’è bisogno di operai specializzati, di ingegneri ed economisti. E non di filologi o di letterati che studino la lingua che fu di Roma e di buona parte dell’Europa e del Mar Mediterraneo per secoli; freghiamocene pure del greco di Platone e di Omero. Il passato è una tara atavica insopportabile, evitiamo qualsiasi nostalgia e non pensiamoci: noi siamo il presente e il futuro.

Sempre che siamo produttivi e che ci scanniamo gli uni con gli altri per un misero posto, nemmeno troppo fisso, e con uno stipendio da fame. Produrre, lavorare e non elucubrare su antichi e polverosi testi in latino o in greco. Fermiamoci qui e contempliamo per un attimo l’ottica progressista: gli stessi progressisti che cianciano di libertà, di uguaglianza e cultura sono altresì i primi che rinnegano la necessità di possedere una base umanistica e classica a favore invece di una conoscenza scientifica e spendibile in ambito lavorativo.

La colpa delle humanae litterae è di essere inutili e non immediatamente spendibili nel magico mondo del lavoro. Ecco, l’immediatezza: ai tempi di Roma era inconcepibile; si temporeggiava, non nella politica sia chiaro, o quanto meno si prendeva tempo per riflettere e per studiare: l’otium non era il nostro ozio, la mente rimaneva in subbuglio e produceva quei bellissimi versi poetici o entusiasmanti discorsi di filosofia e di retorica che oggi studiamo e apprezziamo sui banchi del liceo.

In breve, le fondamenta della nostra cultura e che oggi sono sempre più bistrattate e relegate nel dimenticatoio. Con la cultura non si mangia: già all’epoca di questa uscita del ministro Tremonti si doveva presagire un tentativo di annichilimento dell’eredità che ci hanno lasciato Cicerone, Orazio e Ovidio. Perché in un mondo in cui è la Borsa e non una subordinata o un’orazione a stipendiarti, chi vuoi che s’interessi ad un esperto di latino, ad un filologo che come un filosofo molto probabilmente se non si adatta farà la fame?

Se da una parte la realtà si regge sulla finanza e sull’economia, dall’altra è sempre più necessario riprendere in mano i classici e il latino: la forma mentis che in sinergia contribuiscono a creare è l’unica arma per contrastare un relativismo e nichilismo senza freni.
Il pensiero critico, che si scaglia contro le apparenze e infligge danni alla dissennatezza di certi discorsi, è l’ultimo rifugio per l’uomo: il logos non si può tradurre in italiano mantenendo intatto il suo significato originario; così come humanitas, filanthropia e pietas. O xenia.

Sono tutti concetti abusati dalla retorica contemporanea, senza conoscerne la reale definizione e storia. Dietro vi si trova un mondo, oggi inimmaginabile e di sicuro non politicamente corretto come ce lo vogliono far passare: basta aver studiato tutto ciò per rendersi conto delle fandonie che urlano e strepitano i buoni, i progressisti, i moderni. Conoscere il latino o il greco non è un mero esercizio di nozionismo pedantesco: significa ritornare alle origini per ritrovare lo slancio per un rinnovamento in seno a noi stessi; e dunque nella società.

Ritrovare il valore dell’uomo attraverso lo sforzo dello studio del latino è un compito, oggi più che mai, che dovrebbe trovare la sua realizzazione in tutti coloro i quali amano non soltanto l’identità e la cultura; ma anche l’uomo nella sua interezza, nella sue essenza più intima e profonda. Gli ingegneri e gli operai sono necessari, su questo non si discute: la produzione passa da loro. Ma se ci fermiamo al mero materialismo, al solo profitto di cui la produzione stessa ne è una sorta di teologia, come è possibile pretendere di voler desiderare di progredire con l’evoluzione umana?

Lo sviluppo del pensiero non avviene con numeri e catene di produzione o cantieri. Ma con l’apprendimento e l’applicazione di un metodo critico che si apprende solo nello studio delle famose lingue morte. Che hanno forgiato pure l’identità italiana e in un respiro più ampio europea. Definire inutili i latinisti come ha fatto Emma Bonino pochi giorni fa non è solo una mancanza arrogante di rispetto per i filologi, ma pure per il pensiero critico stesso e per la nostra, ed anche sua (nonostante non voglia ammetterlo) identità. Ma d’altronde, quando mai la radicale ha mai avuto rispetto per qualcuno?

(di Alessandro Soldà)

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