Sudan: una tregua di separazione

Daniele Bianchi

Sudan: una tregua di separazione

Dallo scoppio della guerra in Sudan, parlare di “cessate il fuoco umanitario” è diventato un ritornello politico ricorrente, invocato ogni volta che la catastrofe umanitaria raggiunge il suo apice. Tuttavia, il cessate il fuoco proposto oggi si inserisce in un contesto diverso e pericoloso. Segue il genocidio e la pulizia etnica commessi dalle milizie Rapid Support Forces (RSF) nella città di el-Fasher nel Darfur – uno dei crimini umanitari più orribili nella storia moderna del Sudan, e in effetti nella storia dell’umanità.

El-Fasher, un tempo simbolo di diversità e convivenza, è stata trasformata in una città devastata, svuotata della sua popolazione. All’indomani di questo grave crimine, la comunità internazionale è tornata ancora una volta a proporre come opzione un “cessate il fuoco umanitario”. Ciò richiede un’attenta lettura politica che non si fermi agli slogan morali, ma che invece esalti le motivazioni e le potenziali conseguenze, soprattutto per quanto riguarda l’unità geografica, sociale e politica del Sudan.

Un percorso verso la pace o una porta verso la disintegrazione?

Nella cultura popolare c’è un detto: “Se vedi un povero che mangia pollo, allora o il povero è malato o il pollo è malato”. Questo proverbio cattura l’essenza del legittimo sospetto politico riguardo ai tempi di questo cessate il fuoco.

Le tregue per scopi umanitari, in linea di principio, hanno lo scopo di alleviare le sofferenze dei civili e possono aprire la strada alla fine dei conflitti. Nel caso del Sudan, tuttavia, ciò che desta allarme è che questo cessate il fuoco è stato proposto dopo che si è verificata la catastrofe, non prima, dopo che RSF ha categoricamente rifiutato qualsiasi impegno umanitario, inclusa la protezione degli ospedali e la messa in sicurezza di corridoi sicuri per la fuga dei civili.

Le organizzazioni umanitarie hanno operato nella maggior parte delle regioni del Sudan, compreso il Darfur, nonostante le complessità della sicurezza e in assenza di un cessate il fuoco legale e firmato. Ciò rende inevitabile la domanda: perché spingere per un cessate il fuoco adesso? E nell’interesse di chi viene proposto questo cessate il fuoco in questo particolare momento?

Questa contraddizione apre la porta al sospetto che l’obiettivo vada oltre le preoccupazioni umanitarie, estendendosi invece al rimodellamento della realtà politica e geografica del paese.

I cessate il fuoco nell’esperienza storica

La storia moderna è piena di esempi in cui i cessate il fuoco umanitario si sono trasformati da strumenti di allentamento dell’escalation in preludi alla frammentazione e alla secessione. Nel Sahara occidentale, in Libia, Somalia, Yemen e Sud Sudan, i cessate il fuoco non sono sempre stati un ponte verso la pace; più spesso si trattava di fasi transitorie verso la divisione degli Stati e l’erosione della sovranità.

Nel contesto sudanese, in particolare, l’Operazione Lifeline Sudan lanciata dalle Nazioni Unite nel 1989 rappresenta un chiaro esempio di come l’azione umanitaria sia stata utilizzata come punto di ingresso politico, culminando infine nella secessione del Sud Sudan attraverso un referendum che ha seguito un lungo processo di normalizzazione della divisione.

La situazione attuale, tuttavia, è molto più pericolosa e complessa. Non si tratta di un governo che negozia con un movimento politico che sostiene rivendicazioni nazionali, ma piuttosto di uno scenario senza precedenti in cui due partiti affermano entrambi di rappresentare “il governo” all’interno di un unico stato: il governo legittimo del Sudan, da un lato, e RSF, che cerca di creare un’entità parallela, dall’altro.

La trappola del riconoscimento politico mascherato

La negoziazione tra “due governi” all’interno di uno stato non è senza precedenti solo in Sudan; rappresenta una grave trappola politica volta a ottenere il riconoscimento di una forza di fatto sotto l’ombrello del cessate il fuoco.

Il semplice atto di firma congiunta garantisce parità e legittimità al partito ribelle, contraddicendo fondamentalmente gli immensi sacrifici compiuti dal popolo sudanese in difesa dell’unità e della sovranità dello Stato.

Questo percorso costituisce una violazione diretta dei principi fondamentali per i quali i martiri caddero e le donne rimasero vedove:

Innanzitutto, il principio di unità: RSF lo ha violato importando elementi stranieri e mercenari, sfruttando il sostegno esterno per imporre cambiamenti demografici forzati e tentando di rimodellare il Sudan secondo programmi che non hanno alcuna relazione con la volontà nazionale.

In secondo luogo, il principio del governo unificato e della legittimità costituzionale: il perseguimento di un “governo parallelo” mina direttamente questo principio. Infligge un duro colpo alle fondamenta su cui si regge lo Stato fin dall’indipendenza e apre le porte al caos politico e alla frammentazione istituzionale.

Terzo, l’unità dell’istituzione militare: la RSF la viola ricevendo armi ed equipaggiamento da combattimento da stati stranieri e facendo affidamento su saccheggi e autofinanziamento, contraddicendo completamente qualsiasi discorso sulla riforma della sicurezza o sulla costruzione di un esercito nazionale unificato. In pratica, pone le basi per più eserciti all’interno di un singolo stato.

L’ambiguità dei negoziati e l’assenza di trasparenza

La preoccupazione aumenta per la totale mancanza di trasparenza che circonda il processo di tregua. Perché le trattative si svolgono a porte chiuse? Perché il popolo sudanese non può sapere cosa viene concordato in suo nome? Come possono gli stati stranieri negoziare a nome di un popolo che sanguina a causa della guerra e dello sfollamento? Chi ha più diritto di supervisionare gli sforzi di pace rispetto alle persone stesse? Ci sono priorità più grandi del comandare una guerra in corso in cui tutti sono coinvolti?

Ancora più allarmante è che il partito che “tiene la penna” nel processo politico è lo stesso partito che “tiene la pistola”, praticando omicidi e pulizia etnica – un paradosso etico e politico che non può essere accettato.

Una lettura complessiva degli eventi suggerisce che questo cessate il fuoco sarà più probabilmente un punto di accesso per smantellare lo stato sudanese che un ponte per salvarlo. Potrebbe portare al radicamento della divisione: zone di influenza, eserciti multipli, valute diverse, banche centrali parallele, ministeri degli Esteri in competizione e passaporti in conflitto – uno stato senza stato e sovranità senza sovranità.

Si tratta di una malattia contagiosa che, prima o poi, infetterà tutta la zona della costa, sia la foce del fiume che la sua sorgente.

Tra dovere umanitario e vigilanza nazionale

Nessuno contesta la priorità del miglioramento delle condizioni umanitarie e della protezione dei civili. Tuttavia, il cessate il fuoco imposto oggi potrebbe portare una stabilità temporanea al costo di un prezzo strategico devastante: l’erosione dell’unità del Sudan.

Il dovere nazionale richiede i massimi livelli di vigilanza e cautela, per evitare che il cessate il fuoco si trasformi in una trappola politica, spingendo il progetto di disintegrazione dello Stato. Anche se dovremmo riconoscere pienamente che la crisi ha radici storiche profonde e accumulate, dovremmo ricordare che la storia non perdona coloro che sperperano la propria patria, né assolve coloro che barattano la sovranità nazionale con dettami stranieri.

La speranza rimane riposta nella consapevolezza del popolo sudanese e nella sua capacità di unirsi nell’affrontare questo momento decisivo, in difesa di una patria, di un esercito e di uno Stato – uno che rifiuta la spartizione e la tutela, accettando solo la volontà del suo popolo attraverso un sistema e una struttura che non comportano il sequestro con la forza o l’imposizione della realtà sotto la minaccia delle armi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Oltre La Linea.

Daniele Bianchi

Daniele Bianchi, nativo di Roma, è il creatore del noto sito di informazione Oltre la Linea. Appassionato di giornalismo e di eventi mondiali, nel 2010 Daniele ha dato vita a questo progetto direttamente da una piccola stanza del suo appartamento con lo scopo di creare uno spazio dedicato alla libera espressione di idee e riflessioni. La sua mission era semplice e diretta: cercare di capire e far comprendere agli altri ciò che sta effettivamente succedendo nel mondo. Oltre alla sua attività di giornalista e scrittore, Daniele investe costantemente nell'arricchimento della sua squadra, coinvolgendo professionisti con le stesse passioni e interessi.