La politica europea verso Israele deve affrontare una prova democratica

Daniele Bianchi

La politica europea verso Israele deve affrontare una prova democratica

Più di 457.000 cittadini europei hanno firmato una petizione chiedendo la sospensione totale dell’accordo di partenariato dell’Unione Europea con Israele entro il primo mese dell’iniziativa.

Lanciata il 13 gennaio come iniziativa dei cittadini europei formalmente registrata, la petizione deve raggiungere 1 milione di firme da almeno sette Stati membri dell’UE entro il 13 gennaio del prossimo anno per innescare l’esame formale da parte della Commissione europea. Non è un appello simbolico. Si tratta di un meccanismo integrato nel quadro democratico dell’UE, progettato per tradurre la volontà pubblica in controllo istituzionale.

La velocità e la diffusione geografica di questa mobilitazione sono importanti. La richiesta di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele non è più limitata alle manifestazioni di piazza o ai circoli di attivisti. È entrato nell’architettura democratica formale dell’UE.

La petizione chiede la sospensione in quanto Israele viola l’articolo 2 dell’accordo di associazione, che condiziona il partenariato al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Come si legge nell’iniziativa, “i cittadini dell’UE non possono tollerare che l’UE mantenga un accordo che contribuisca a legittimare e finanziare uno Stato che commette crimini contro l’umanità e crimini di guerra”. Il testo cita inoltre uccisioni di civili su larga scala, sfollamenti, distruzione di ospedali e infrastrutture mediche a Gaza, il blocco degli aiuti umanitari e il mancato rispetto degli ordini della Corte internazionale di giustizia.

Fino a lunedì l’iniziativa aveva raccolto 457.950 firme, più del 45% del totale richiesto in un solo mese. I firmatari provengono da tutti i 27 Stati membri dell’UE, senza eccezioni. Non si tratta di un’impennata regionale. È continentale.

La distribuzione delle firme rivela più che semplici numeri. La sola Francia conta 203.182 firmatari, quasi il 45% del totale. Questa cifra riflette la lunga tradizione del paese di mobilitazione solidale, le manifestazioni di massa sostenute durante la guerra genocida contro Gaza e il chiaro posizionamento dei principali attori politici, come La France Insoumise. La Francia è emersa come il principale motore di questa spinta istituzionale.

Segue la Spagna con 60.087 firme mentre l’Italia si attesta a 54.821, un dato particolarmente eclatante vista la presenza di un governo di destra che sostiene apertamente Israele. Il Belgio ha registrato 20.330 firme da parte di una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, il che riflette un elevato impegno relativo. Nella regione nordica, la Finlandia con 12.649 firme, la Svezia con 15.267 e la Danimarca con 8.295 mostrano una partecipazione sostenuta. L’Irlanda ha raggiunto le 11.281 firme su una popolazione di poco più di cinque milioni.

Molti di questi paesi hanno già superato le soglie nazionali richieste dalle norme dell’UE. Francia, Spagna, Belgio, Finlandia, Irlanda, Italia e Svezia hanno tutti superato il numero minimo necessario affinché le loro firme possano essere conteggiate ai fini del requisito dei sette Stati membri. Questo è uno sviluppo critico. Ciò significa che l’iniziativa non sta semplicemente accumulando volume, ma sta anche già soddisfacendo i criteri di legittimità geografica integrati nel meccanismo di iniziativa dei cittadini europei.

I Paesi Bassi, con 20.304 firme, si avvicinano alla soglia nazionale. La Polonia, con 22.308 firme, riflette un impegno che si estende oltre l’Europa occidentale. Anche negli stati più piccoli come la Slovenia con 1.703 firme, il Lussemburgo con 900 e il Portogallo con 4.945, la partecipazione è visibile e misurabile.

La Germania presenta un contrasto rivelatore. Nonostante sia lo Stato membro più popoloso dell’UE e il luogo di alcune delle più grandi manifestazioni contro la campagna genocida di Israele a Gaza, la petizione ha raccolto 11.461 firme tedesche, solo il 17% della soglia nazionale tedesca di 69.120. Questo divario tra la mobilitazione di piazza visibile e la partecipazione istituzionale formale evidenzia il particolare ambiente politico e giuridico della Germania, dove l’espressione filo-palestinese ha dovuto affrontare restrizioni e dove i governi successivi hanno mantenuto un sostegno quasi incondizionato a Israele come questione di politica statale. La percentuale relativamente bassa non segnala l’assenza di dissenso. Piuttosto, illustra i vincoli strutturali entro i quali opera il dissenso. Il fatto che più di 11.000 cittadini abbiano comunque registrato formalmente il loro sostegno indica che l’impegno istituzionale si sta verificando anche in condizioni di pressione politica.

Nel loro insieme, questi modelli rivelano qualcosa di più profondo dello slancio di una petizione. Dopo più di due anni di guerra genocida, di pulizia etnica e di distruzione sistematica della vita civile a Gaza, la solidarietà in tutta Europa non si è dissipata. Si è trasformato da slogan di protesta e mobilitazione di piazza in uno strumento democratico formale che richiede una risposta istituzionale.

Le petizioni non cambiano automaticamente la politica. La Commissione europea non è giuridicamente obbligata a sospendere l’accordo di associazione anche se l’iniziativa raggiunge alla fine 1 milione di firme. Ma le implicazioni politiche sono significative. Un’iniziativa di successo obbligherebbe formalmente la Commissione a rispondere a una richiesta fondata sulla clausola sui diritti umani della stessa UE. Dimostrerebbe che la richiesta di sospensione è radicata in un sostegno pubblico ampio e misurabile in più Stati membri.

L’Unione Europea si presenta da tempo come una potenza normativa impegnata nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. L’articolo 2 dei suoi accordi di partenariato è fondamentale. Se centinaia di migliaia, e potenzialmente più di un milione, di cittadini europei insisteranno affinché questo principio venga applicato in modo coerente, le istituzioni dell’UE dovranno affrontare un test di credibilità.

Questa petizione non è semplicemente un conteggio delle firme. È un indice di volontà politica. Dimostra che in Francia, Spagna, Belgio, Italia, Irlanda, negli stati nordici e oltre, i cittadini stanno invocando i meccanismi democratici dell’UE per chiedere responsabilità.

Se alla fine l’iniziativa raggiungerà 1 milione, una realtà è già stabilita. La richiesta di sospendere il partenariato UE-Israele è entrata nel flusso sanguigno istituzionale dell’Europa. Non può più essere liquidata come retorica marginale. È parte integrante del processo democratico formale dell’Unione e ciò segna uno sviluppo significativo nella risposta dell’Europa al genocidio di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Oltre La Linea.

Daniele Bianchi

Daniele Bianchi, nativo di Roma, è il creatore del noto sito di informazione Oltre la Linea. Appassionato di giornalismo e di eventi mondiali, nel 2010 Daniele ha dato vita a questo progetto direttamente da una piccola stanza del suo appartamento con lo scopo di creare uno spazio dedicato alla libera espressione di idee e riflessioni. La sua mission era semplice e diretta: cercare di capire e far comprendere agli altri ciò che sta effettivamente succedendo nel mondo. Oltre alla sua attività di giornalista e scrittore, Daniele investe costantemente nell'arricchimento della sua squadra, coinvolgendo professionisti con le stesse passioni e interessi.