La guerra con l’Iran ha messo in luce i limiti della neutralità

Daniele Bianchi

La guerra con l’Iran ha messo in luce i limiti della neutralità

Il recente confronto militare USA-Israele con l’Iran non è semplicemente un’operazione militare limitata o un altro ciclo di deterrenza reciproca. Piuttosto, rappresenta un momento rivelatore per l’intera struttura dell’ordine internazionale. Questo confronto ha ridefinito le divisioni geopolitiche in un modo senza precedenti, mettendo in luce i limiti dei presupposti che avevano governato per decenni il comportamento delle maggiori potenze, prima fra tutte la convinzione che i conflitti potessero essere contenuti attraverso la neutralità o strumenti diplomatici convenzionali.

Ciò che divenne chiaro fin dai primi giorni della guerra è che il mondo non opera più secondo la logica delle tensioni gestite e della deliberata moderazione, ma all’interno di un ambiente altamente interconnesso in cui la geografia si interseca con le reti transnazionali e le crisi regionali possono rapidamente trasformarsi in shock globali diretti. L’Iran ha lanciato attacchi in diversi paesi della regione solo nei primi giorni di guerra, prendendo di mira le risorse americane, l’energia del Golfo e altre infrastrutture, causando quasi immediatamente uno sconvolgimento del mercato globale.

I limiti della neutralità

Il corso della guerra ha dimostrato che il concetto di “neutralità” non è più praticabile nei contesti regionali contemporanei, in particolare in Medio Oriente. Quando gli strumenti del conflitto si estendono attraverso agenti armati, la chiusura di corridoi marittimi vitali e le minacce alle forniture energetiche globali, qualsiasi stato, indipendentemente dai suoi sforzi, si ritrova trascinato nella traiettoria della crisi in una forma o nell’altra. Il Qatar, ad esempio, aveva investito anni nella mediazione tra Washington e Teheran, mantenendo i canali aperti con tutte le parti, ma ha dovuto affrontare attacchi iraniani sulle sue infrastrutture civili e impianti energetici poche ore dopo l’inizio della guerra.

La neutralità è più facile da dichiarare che da mantenere. Gli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche negli stati del Golfo hanno costretto diversi produttori a dichiarare forza maggiore e a sospendere le loro attività. In Qatar, Qatar Energy ha interrotto la produzione di GNL, e gli effetti si sono fatti sentire quasi immediatamente in Europa attraverso un’impennata dei prezzi del gas di quasi il 50% nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, a ricordare che l’economia globale, la sicurezza energetica e le catene di approvvigionamento sono ora direttamente legate alla stabilità di questa regione.

Quando gli alleati non sono d’accordo

Il dialogo con regimi difficili o intransigenti è rimasto una sfida persistente. Diversi stati membri della NATO hanno segnalato riluttanza, o hanno rifiutato del tutto, di sostenere la richiesta di Washington di una cooperazione ampliata. A livello multilaterale, le divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono diventate evidenti: mentre alcuni membri hanno condannato gli attacchi dell’Iran contro gli stati del Golfo, il Consiglio non è stato in grado di raggiungere un consenso sugli attacchi USA-Israele, sottolineando profondi disaccordi tra le maggiori potenze su come avvicinarsi e interagire con l’Iran.

Il campo del cessate il fuoco si basa su una pesante documentazione storica. Interventi militari, come quelli in Iraq e Libia, ad esempio, hanno dimostrato che il rovesciamento dei regimi con la forza non porta necessariamente alla costruzione di sistemi stabili; più spesso apre la porta al caos e al collasso istituzionale. Sia in Iraq che in Libia, gli interventi militari esterni hanno contribuito a prolungare il conflitto, la frammentazione e il collasso istituzionale, da cui entrambi i paesi si stanno ancora riprendendo.

Questo campo ritiene che la guerra sia un moltiplicatore di crisi e che la priorità debba essere quella di fermare il costo umanitario ed economico e tornare sulla via diplomatica, anche se ciò significa convivere con un regime difficile o intransigente. Considera inoltre la stabilità relativa preferibile al caos senza risultati prevedibili.

Tuttavia, questa argomentazione si trova di fronte a un dilemma centrale: presuppone che il regime iraniano sia suscettibile di contenimento all’interno delle regole della diplomazia convenzionale, un presupposto che le stesse azioni dell’Iran dal 28 febbraio hanno ora messo in discussione. Ad esempio, l’Iran ha colpito diversi stati del Golfo, tra cui il Qatar e l’Arabia Saudita, che avevano entrambi dato esplicite assicurazioni che i loro territori non sarebbero stati utilizzati per lanciare operazioni offensive contro l’Iran.

Il campo del cambio di regime ha un punto di vista opposto, sostenendo che la guerra non ha creato la crisi ma piuttosto ne ha rivelato la vera natura. Sostiene che il comportamento iraniano, sia prendendo di mira i corridoi marittimi che espandendo le guerre per procura, ha dimostrato che il regime non può essere contenuto o domato attraverso gli strumenti tradizionali. Decenni di diplomazia e sanzioni non hanno impedito la chiusura dello Stretto di Hormuz.

I sostenitori di questa posizione sostengono che decenni di diplomazia, compreso l’accordo sul nucleare e la mediazione regionale, hanno contribuito ad espandere le capacità dell’Iran e ad espandere la sua influenza piuttosto che contenerle. Per questo campo, la soluzione sta nel cambiare la struttura stessa del regime stesso.

Tuttavia, questa argomentazione solleva una questione profondamente complessa: cosa viene dopo il cambio di regime? Le precedenti esperienze nella regione non offrono un modello di successo per la ricostruzione dello Stato dopo il rovesciamento dei regimi, rendendo questa opzione più rischiosa di quanto i suoi potenziali vantaggi possano giustificare. Lo sciopero di apertura di questa guerra, l’assassinio del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, era esso stesso basato sul presupposto che la rimozione del capo di Stato avrebbe accelerato il collasso. Invece, poco dopo lo sciopero iniziale venne scelto un successore e le istituzioni statali continuarono a funzionare.

L’ordine internazionale a un bivio

In effetti, questa guerra rivela una trasformazione più profonda nella natura delle minacce che l’ordine internazionale si trova ad affrontare. Le minacce non sono più convenzionali o confinate entro i confini statali; sono diventati collegati in rete e in grado di diffondersi simultaneamente sui fronti militare, economico e digitale. Hanno origine non solo dagli eserciti regolari ma dalla convergenza di molteplici strumenti: milizie, attacchi informatici, targeting economico e chiusura dei passaggi marittimi. Questa complessità rende estremamente difficile fare affidamento sugli strumenti tradizionali, siano essi diplomatici o militari, per affrontare le crisi in modo efficace.

Chiedere la cessazione delle ostilità senza affrontare le cause profonde della crisi potrebbe equivalere a rinviare l’inevitabile esplosione, mentre perseguire un cambiamento radicale senza una visione chiara per il giorno dopo potrebbe aprire la porta a un caos ancora più ampio.

Tra queste due opzioni, il mondo si trova di fronte a una domanda fondamentale: come può affrontare un regime ampiamente considerato da molti stati come parte del problema, senza consentire il perseguimento della sua trasformazione per crearne uno ancora più grande?

Ciò che appare evidente è che la prossima fase lascerà poco spazio alla zona grigia all’interno della quale gli Stati sono da tempo abituati a manovrare. Sarà la logica del cauto contenimento oppure la logica della risoluzione decisiva. In entrambi i casi, il costo della decisione sarà elevato, non solo a livello regionale ma per l’ordine internazionale come lo conosciamo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Oltre La Linea.

Daniele Bianchi

Daniele Bianchi, nativo di Roma, è il creatore del noto sito di informazione Oltre la Linea. Appassionato di giornalismo e di eventi mondiali, nel 2010 Daniele ha dato vita a questo progetto direttamente da una piccola stanza del suo appartamento con lo scopo di creare uno spazio dedicato alla libera espressione di idee e riflessioni. La sua mission era semplice e diretta: cercare di capire e far comprendere agli altri ciò che sta effettivamente succedendo nel mondo. Oltre alla sua attività di giornalista e scrittore, Daniele investe costantemente nell'arricchimento della sua squadra, coinvolgendo professionisti con le stesse passioni e interessi.