L’Arabia Saudita si presenta come garante della stabilità nel Mar Rosso, ma si trova a fare i conti con una contraddizione difficilmente occultabile tra il suo discorso sulla mediazione e la rete di alleanze e schieramenti che ha costruito sulle due sponde del bacino. In Sudan, gli sforzi diplomatici per la pace si intrecciano con rapporti stretti con l’esercito; in Yemen, il Regno deve confrontarsi con il bilancio di undici anni di intervento militare senza una soluzione politica; mentre i suoi calcoli in materia di sicurezza si estendono al Corno d’Africa, una regione in cui cresce il rischio di un confronto diretto.
Non si tratta di crisi separate, ma di scenari in cui gli interessi sauditi si intersecano con conflitti locali e regionali. Quanto più Riyadh amplia la propria capacità di influenzare gli attori coinvolti, tanto più diventa difficile accettare il suo discorso sulla neutralità senza interrogarsi sulle sue scelte e sulle loro conseguenze. Uno Stato che ambisce a ottenere contemporaneamente vantaggi in termini di influenza e il prestigio del ruolo di mediatore deve dimostrare che le proprie alleanze non contribuiscono ad alimentare ulteriormente la polarizzazione nella regione.
In Sudan, Riyadh ospita iniziative diplomatiche volte a porre fine alla guerra, mentre i suoi rapporti con l’esercito guidato da Abdel Fattah al-Burhan sollevano interrogativi sulla distanza effettiva del Regno dalle parti in conflitto. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, Arabia Saudita ed Egitto hanno fornito sostegno alle Forze armate sudanesi, sebbene con modalità e livelli di assistenza differenti. Parallelamente, Riyadh ha partecipato all’iniziativa della «Quadrilaterale», che chiede una tregua umanitaria, un cessate il fuoco permanente e una transizione politica a guida civile.
È qui che la contraddizione politica emerge con chiarezza: come può uno Stato chiedere alle parti in guerra di fidarsi della propria mediazione, quando i suoi rapporti con una di esse vengono considerati parte degli equilibri di potere all’interno del conflitto?
È vero che i rapporti con l’esercito non dimostrano, di per sé, la volontà saudita di prolungare i combattimenti. Tuttavia, impongono a Riyadh una responsabilità ancora maggiore nel dimostrare l’indipendenza della propria mediazione e nell’esercitare pressioni equilibrate su tutte le parti. La guerra che ha devastato il Sudan non ha bisogno di un’ulteriore gestione degli equilibri di potere, ma di un cessate il fuoco effettivo, del blocco dei flussi di armi e dell’apertura di un percorso verso un governo civile.
Se l’influenza saudita continuerà a non produrre progressi tangibili su questi fronti, limitarsi a ospitare i negoziati non sarà sufficiente per rivendicare il successo della mediazione. Il valore di un mediatore, infatti, non si misura dal numero di incontri che organizza, ma dalla sua capacità di indurre le parti in guerra ad abbandonare la logica della vittoria militare.
Il caso dello Yemen rappresenta invece la verifica più evidente dei risultati della politica saudita. Dall’intervento militare del Regno, nel marzo 2015, Riyadh è diventata un attore centrale del conflitto e della costruzione delle alleanze politiche e militari all’interno del Paese. Eppure, dopo oltre undici anni, non è stata raggiunta una pace duratura, lo Stato yemenita non ha recuperato la propria unità e gli scontri e le minacce alla sicurezza continuano.
Nel corso di un briefing al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 9 ottobre 2026, funzionari dell’ONU hanno messo in guardia dal rischio di una ripresa dei combattimenti. L’inviato speciale delle Nazioni Unite ha inoltre sottolineato che i progressi sul terreno non possono sostituire i negoziati, mentre persistono le minacce alla navigazione nel Mar Rosso.
Si tratta di un bilancio che merita un esame diretto: anni di intervento militare e di costruzione di alleanze non sono bastati a conseguire quella stabilità che Riyadh aveva indicato come uno dei principali obiettivi della propria politica. Non si può ignorare la responsabilità degli Houthi per gli attacchi contro l’Arabia Saudita e le navi commerciali, ma tale responsabilità non esonera gli altri attori dalla necessità di riconsiderare le proprie politiche e i risultati dei rispettivi interventi.
L’esperienza yemenita ha mostrato i limiti di una strategia fondata sulla forza militare e ha dimostrato che riorganizzare le alleanze non significa necessariamente avvicinarsi a una soluzione negoziata. La domanda che oggi si pone a Riyadh va oltre le ragioni che portarono all’intervento del 2015 e riguarda i risultati conseguiti dopo oltre un decennio: perché lo Yemen è rimasto diviso? E perché la sicurezza del Mar Rosso continua a essere legata a una guerra che gli strumenti militari non sono riusciti a porre fine?
Una politica che promette stabilità e non riesce a garantirla per tutti questi anni non può limitarsi a riproporre le giustificazioni del passato: deve fare i conti con il bilancio delle proprie decisioni.
Il Corno d’Africa: gli schieramenti sauditi aumentano la sensibilità del conflitto
Nel Corno d’Africa, le tensioni tra Etiopia ed Eritrea si intrecciano con il conflitto nel Tigray e con la competizione per l’accesso al Mar Rosso. Secondo un’analisi pubblicata dal Soufan Center il 21 agosto 2026, l’Arabia Saudita tenderebbe a schierarsi con l’Eritrea di fronte alle ambizioni marittime etiopi, nell’ambito di equilibri regionali le cui ripercussioni potrebbero estendersi anche al Tigray.
Anche un’inchiesta di Al Jazeera ha segnalato l’assenza di una posizione saudita pubblica e inequivocabile sulla ripresa dei combattimenti, mentre le accuse di ingerenze esterne continuano a essere oggetto di controversia. Le fonti citate non dimostrano che l’Arabia Saudita abbia fornito un sostegno militare diretto al Fronte di liberazione del popolo del Tigray. Ciò, tuttavia, non cancella l’impatto dei suoi schieramenti politici in una regione in cui gli Stati guardano con estrema sensibilità a qualsiasi tentativo di modificare gli equilibri di potere.
Se Addis Abeba interpreta i rapporti tra Riyadh e Asmara come parte di una strategia volta a contenere le proprie ambizioni marittime, il rischio di una crescente sfiducia aumenta e le possibilità di intesa si riducono.
È qui che risiede il pericolo di una politica basata sulla contrapposizione tra blocchi: un partenariato che offre a una delle parti un senso di maggiore forza può trasformarsi in una fonte di minaccia per l’altra, ampliando la crisi anziché contenerla. Se Riyadh intende svolgere un ruolo incisivo nella sicurezza del Corno d’Africa, deve dimostrare in che modo le proprie alleanze contribuiscano ad abbassare le tensioni, anziché ridistribuire le leve di pressione tra gli avversari.
Nel febbraio 2024, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) ha documentato le perturbazioni delle rotte marittime attraverso il Mar Rosso e le conseguenze che ne sono derivate per il commercio mondiale. Nell’ottobre 2026, un briefing delle Nazioni Unite al Consiglio di sicurezza è tornato a mettere in guardia dal legame tra l’escalation del conflitto in Yemen e le minacce alle rotte di navigazione.
Questi elementi non significano che l’Arabia Saudita sia responsabile degli attacchi marittimi, ma aprono una questione sulla politica di un Paese che ha fatto della sicurezza del Mar Rosso una priorità strategica senza che le proprie alleanze siano riuscite a garantirla in modo duraturo.
Gli organismi di sicurezza non proteggono le navi per il solo fatto di essere istituiti, così come le alleanze non diventano un successo soltanto perché vengono annunciate. La sicurezza effettiva richiede di affrontare le cause profonde delle guerre, impedire che le rotte marittime vengano utilizzate come strumenti di pressione e costruire meccanismi di cooperazione che non si fondino sull’esclusione di alcuni attori o sul rafforzamento dell’influenza di altri.
Il persistere delle minacce nonostante il moltiplicarsi delle partnership dimostra che l’espansione della presenza militare e diplomatica non può sostituire accordi politici capaci di resistere nel tempo.
Dal Sudan allo Yemen, fino al Corno d’Africa, si ripropone una stessa dinamica: una presenza saudita estesa, una notevole capacità di costruire alleanze e di influenzare gli attori coinvolti, ma risultati che non hanno prodotto la stabilità che Riyadh dichiara essere l’obiettivo della propria politica. Al tempo stesso, l’ampiezza della sua influenza impedisce di considerare l’Arabia Saudita un semplice osservatore delle crisi o un mediatore estraneo ai calcoli che le alimentano. L’influenza conferisce infatti la capacità di incidere sugli eventi, ma comporta anche una responsabilità politica rispetto alla direzione e agli effetti di tale influenza.
Nel Mar Rosso, in particolare, non è più sufficiente che Riyadh dichiari il proprio sostegno alla pace, mentre le sue relazioni e le sue alleanze continuano a far parte degli equilibri di potere che governano i conflitti. Il criterio decisivo è capire se il Regno utilizzi questi rapporti per fermare i combattimenti e ridurre la polarizzazione, oppure se le partnership si trasformino, a prescindere dalle giustificazioni addotte, in strumenti che consentono ad alcune parti di proseguire il confronto da una posizione di maggiore forza.
Finché l’Arabia Saudita non dimostrerà risultati concreti nella cessazione delle guerre e nella riduzione delle tensioni, continuerà a persistere la contraddizione tra l’immagine di mediatore che promuove e le politiche che la rendono un attore influente nei calcoli dei conflitti. Perché la costruzione della pace non comincia dalla piattaforma da cui la si proclama, ma dalle decisioni che impediscono alla guerra di continuare.



