Sorpresa! Dopo soli 7 anni, Repubblica si sveglia sull' "Osservatorio siriano sui diritti"

Sorpresa! Dopo soli 7 anni, Repubblica si sveglia sull’ “Osservatorio siriano sui diritti”

Le “Primavere arabe” hanno una storia fantastica. Dico sul serio. Al netto di elementi secondari come la verità, l’affidabilità dei fatti, cose di poco conto tipo la stabilità geopolitica ed economica di mezzo Medio Oriente e le conseguenti tragedie umanitarie, sono riuscite comunque, nel loro immane dramma, a testimoniare un’era di meravigliosa narrativa.

Narrativa magicamente capovolta sulle pagine di Repubblica, che ieri, dopo oltre 6 anni di attacchi sistematici al presidente Bashar Assad e di difesa strenua della ribellione in combutta con i terroristi di Jabhat Al Nusra, scopre l’acqua calda sull’ “Osservatorio siriano per i diritti umani”:

Sorpresa! Dopo soli 7 anni, Repubblica si sveglia sull' "Osservatorio siriano sui diritti"

Proprio la Siria, protagonista di questo fantastico circo dei buoni sentimenti e della democrazia occidentaleggiante, lo stesso che chiama “dittatura” qualsiasi cosa, anche regimi parlamentari monarchici come quello iraniano (per di più parzialmente elettivi e con maggioranze e opposizioni assembleari) colpevoli semplicemente di essere frutto di una cultura teocratica estrema almeno quanto il costituzionalismo “laico” dalle nostre parti.

Sorpresa! Dopo soli 7 anni, Repubblica si sveglia sull' "Osservatorio siriano sui diritti"
Versione originale dell’articolo di Repubblica pubblicato ieri, 4 gennaio 2018

Ma non divaghiamo. In Siria, da quando scoppia la guerra civile tra l’esercito regolare comandato dal presidente Bashar Al Assad e i “ribelli in lotta per la democrazia” poi chiamati con retorica dirittoumanista “moderati”, sui media mainstream se ne raccontano di ogni tipo sugli eccidi del regime: ovviamente, poche di queste notizie corrispondono a realtà, e anche nei casi migliori si palesano evidenti esagerazioni, volutamente indifferenti alle azioni dei nemici del governo.

Quel genio incommensurabile di Roberto Saviano, l’anno scorso, sbaglia perfino l’anno in cui è cominciato il conflitto.

Sorpresa! Dopo soli 7 anni, Repubblica si sveglia sull' "Osservatorio siriano sui diritti"

Ma è solo la fase finale di un circolo infinito di notizie senza alcuna verifica basate su una sola fonte principale: per l’appunto, il cosiddetto “Osservatorio siriano per i diritti umani”.

Il 15 marzo 2016 parliamo dell’ “Osservatorio” e, citando testuali parole, ne enunciamo le caratteristiche focali, “celebrando” i 5 anni della guerra siriana:

Ancora oggi, a distanza di 5 anni, i media non si fanno scrupoli a diffondere menzogne basate su fonti di dubbia veridicità quali il ben noto “Osservatorio Siriano sui Diritti Umani”, di proprietà di un siriano con sede a Coventry, finanziato dal governo britannico e che non vede la Siria dal 10 giugno 2000, giorno della morte del Presidente Hafez al-Assad.

Una notizia pubblicata qualche anno prima dal New York Times, peraltro in un articolo in cui si elogiava l’operato “genuino” di Rami Abdul Rahman, aiutato, si diceva, si narrava, da “oltre 230 attivisti sul territorio siriano”.

Omettendo una serie di particolari non di poco conto, riepilogati da Francesca Totolo sul blog di Luca Donadel: il signor Rahman (nome reale: Osama Ali Suleiman) non è solo un “distinto” ultraquarantenne, ma ha rapporti costanti con il ministero degli affari esteri britannico, non esattamente una fonte neutrale nell’ “osservare” una situazione che dovrebbe – secondo la retorica occidentalista, non certo la mia – venire monitorata secondo criteri un minimo obiettivi.

Il libro del nostro Roberto Vivaldelli, Fake News, approfondisce in modo abbastanza chiaro la questione sull’Osservatorio, allontanandosi dalla propaganda liberal-democratica – di chiara ispirazione neoconservatrice Made in USA – e ben lontana dal descriverne i connotati.

Eppure, sulle pagine di Repubblica (e su tutta l’informazione televisiva mainstream, Rai, Mediaset e Sky in testa) sono proprio i fatti reali a non avere riscontro. L’Osservatorio, infatti, viene citato come fonte principale di molte delle notizie riguardanti i presunti eccidi dell’esercito regolare contro i civili siriani: e così via di ospedali pediatrici abbattuti che, dalla fine del 2015 fino alla metà del 2016, spuntano come funghi, via di attacchi chimici dalle prove molto dubbie. Ancora al 31 maggio 2016, il giornale fondato da Scalfari riporta la “denuncia” dell’Osservatorio sui presunti attacchi ai civili perpetrati dal regime.

E la narrazione filo-ribelle prosegue dando la cronaca dell’avanzata dell’esercito regolare alla fine del novembre 2016. Sempre i civili in primo piano, i bambini, come al solito, protagonisti. Una narrazione a senso unico che non racconta delle innumerevoli peripezie dei “moderati”, come i ripetuti razionamenti d’acqua a danno della popolazione su cui, ovviamente, sul giornale diretto da Calabresi non si fa menzione, se non ignorando i responsabili.

Al centro della storiella dirittoumanista mainstream ci sono sempre le stesse cose: ospedali e bambini. E la colpa, ovviamente, è di Assad. Tra le “fonti” c’è quasi sempre l’Osservatorio, attraverso la sua “ultima denuncia”, quindi ha ragione.

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Nemmeno un accenno dei legami inscindibili dei ribelli con Al Nusra, gli stessi che nel novembre del 2013 decapitano tre francescani (quindi cristiani) in un Paese che sotto il cattivissimo regime baathista garantiva la pace interreligiosa.

Nemmeno un accenno alle palesi infiltrazioni terroristiche (Fratelli Musulmani, salafiti e wahabiti di provenienza internazionale) nelle manifestazioni contro il governo praticamente dal principio, ovvero dalla primavera 2011, poco prima che la “protesta” si estenda ad Hama, a differenza di come ci continua a raccontare ancora oggi il vate Saviano.

Nessun accenno – ci mancherebbe – agli oltre 300 rinforzi regolari uccisi dai “moderati” proprio a Daara, origine della rivolta nell’aprile dello stesso anno. Meglio concentrarsi sui 26 morti della “folla” dalle forze regolari, in un contesto ovviamente di lotta e difficilmente inquadrabile come pura “repressione”.

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Il tutto condito da varie mitologie di “contorno” che si snocciolano come capitoli di una storia fantastica negli anni che seguono: i White Helmets che difendono il popolo siriano, George Clooney che dichiara di volerne glorificare i meriti con un film, l’Oscar al documentario a loro dedicato da Netflix che li dipinge come eroi senza macchia e senza paura, ignorando apertamente di simpatiche istantanee che gli stessi hanno il perfino il pudore di scattarsi in compagnia di qualche bella bandiera terrorista.

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Oggi, però, è tutto finito. L’Osservatorio non è più legge. Anzi, è addirittura fonte di quelle Fake News contro cui il sistema occidentale giura, da un anno abbondante, di voler intraprendere una guerra seria, all’insegna della verità. Stranamente, comodamente, a guerra finita, e vinta, dalla Repubblica di Assad.

“…da più parti è stata svelata la scarsa o nulla attendibilità, essendo di fatto gestito da una sola persona, peraltro finanziata, a quanto pare, da una non meglio precisata agenzia britannica.”

Sono passati solo 7 anni, ma ringraziamo Repubblica, ringraziamo tutta la stampa mainstream. Ringraziamo perfino la misera Rai, che a settembre raccontava della vittoria di Deir El Zor, quasi celebrando, chissà come mai, i vincitori. Perché il loro twist, silenzioso e timido, ma senza troppi scrupoli nel non scusarsi per la palese disinformazione perpetrata finora, ha dato un valore enorme al nostro lavoro.

Scrutiamo all’orizzonte, fiduciosi, anche quello di Roberto Saviano: sentendoci però, in questo caso, un po’ come gli ebrei che attendono ancora il Messia.

(di Stelio Fergola)

AGGIORNAMENTO

Il giornale di Calabresi, presumibilmente in prima mattinata, modifica l’articolo originale, probabilmente resosi conto della palese figuraccia nel tentativo di edulcorarla il più possibile. Ammettiamo sì, dubbi sull’Osservatorio, ma ci tiriamo indietro nell’ammettere verità ormai conosciute a tutti. Nessuna rettifica, solo una silenziosa modifica. Ma vabbé, pure quello sarebbe stato chiedere troppo.

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Versione “aggiornata” dell’articolo di Repubblica, avvenuta in data 5 gennaio 2018

 

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