Non basta un servizio su Deir el-Zor a cancellare sette anni di letame giornalistico

Non basta un servizio su Deir el-Zor a cancellare sette anni di letame giornalistico

In quel di Rai Uno abbiamo assistito ad un servizio “curioso”: a Deir el-Zor, cittadina ad est dell’Eufrate appena liberata dall’ISIS, si è dato voce, per la prima volta, a quei “cittadini volutamente dimenticati” che hanno avuto la grave colpa di sostenere la Russia, l’Iran, Damasco e Hezbollah in questi anni tragici.

Si sono sentiti elogi a Vladimir Putin, all’aviazione russa e tutti noi, lo confessiamo, abbiamo goduto e ne siamo rimasti sorpresi, considerando l’andazzo. Infatti, dal continuo ripetere che la “rivoluzione, nei primi mesi, è stata pacifica” ai massacri di Bashar al-Assad successivi la liberazione di Aleppo Est, nel dicembre 2016, la copertura mediatica del mainstream occidentale sulla guerra per procura in corso in Siria è sempre stata coronata di mezze verità, se non falsità belle e buone.

Andiamo ad analizzare alcuni casi, dettagliatamente. Il 27 e 28 marzo 2011, a Latakia, vengono segnalati movimenti sospetti di gruppi armati di persone, finanziati da mani giordane, che sparano contro cittadini inermi. 10 persone uccise, tra cui alcuni agenti delle forze di sicurezza, e 300 arresti totali, molti dei quali libanesi, iracheni ed addirittura statunitensi.

Nessun cenno sulla stampa occidentale, che concentrerà l’attenzione sui fatti di Daraa, dove la distruzione di opere pubbliche compiuta dagli iniziali focolai sovversivi eterodiretti verrà oscurata in favore di un dossier dettagliato sulla rappresaglia governativa, costata 4 morti. Tra il 10 e il 18 aprile dello stesso anno, ad Homs, circa 300 militari di rinforzo vengono ammazzati da sovversivi, invitati ad occupare strade e piazze da un numero telefonico con prefisso saudita e dai Fratelli Musulmani.

La conferma di ciò proverrà da un cecchino libanese arrestato, con armi e dollari, dalle forze di polizia siriane il 14 aprile 2011. Tuttavia, i telegiornali europei tutti parleranno dei “carri armati del regime” sulla folla. In merito all’acutizzarsi dell’estremismo salafita, Selvaggia Lucarelli, Roberto Saviano, opinionisti, giornalisti ed analisti politici vari, nei loro editoriali su L’Espresso, Repubblica e Corriere della Sera, continuano a sostenere che abbia avuto inizio solamente tra il 2012 e il 2013.

Altra grandissima mistificazione: in un messaggio video di 7 minuti trasmesso il 27 luglio del 2011 – ma registrato addirittura nel mese di giugno – il leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, da il suo pieno sostegno ai miliziani della cosiddetta opposizione siriana, invitandoli, però, a non sostituire Bashar al-Assad con un regime filo-statunitense. “Mujhaideen contro la laicità”, cosi vengono orgogliosamente definiti. Facciamo un salto temporale di 5 anni: la madre di tutte le battaglie, quella di Aleppo.

Le notizie quotidiane sui “millemila milioni” di ospedali bombardati e sui “clown” uccisi – ad abile copertura nei confronti della decapitazione, ad opera di Nur al-Din Zanki, di Abdullah Issa, bimbo palestinese di 12 anni scambiato per un membro della brigata al-Quds, vicina a Damasco – provengono tutti dalla stessa fonte, i White Helmets. Nonostante l’organizzazione in questione venga considerata neutrale nel conflitto siriano sia dai suoi portavoce che da Amnesty International pochi giornalisti, analisti di geopolitica e politica internazionale hanno voluto dare un’occhiata alla sua attività in maniera più approfondita.

Eppure sarebbe bastato intervistare un qualsiasi ex residente per scoprire che si tratta solamente di miliziani qaedisti legati a Jabhat al-Nusra aventi lo scopo di fare apparire la stessa, agli occhi dell’Occidente, caritatevole, premurosa e amorevole nei confronti dei civili precedentemente usati come scudi umani e screditare il governo di Bashar al-Assad tramite appositi filmati di propaganda confezionati da media center situati ad Aleppo e nel governatorato di Idlib.

E’ da questi, infatti, che sono nati gli storytelling strappalacrime su Omran, nell’estate del 2016, e il presunto “attacco chimico” a Khan Sheikhoun, il 04 aprile 2017. Nient’altro che umanitarismo astratto che ha inevitabilmente fatto da supporto all’imperialismo militar-finanziario insito nella globalizzazione a stelle e strisce, come stanno a dimostrare le continue “tregue umanitarie” indette per far riorganizzare militarmente i “ribelli moderati” e il bombardamento con 39 Tomahawk, ordinato da Donald Trump il 07 aprile 2017, sulla base aerea di Shayrat, nei pressi del governatorato di Homs. Arriviamo al 13 dicembre 2016, la liberazione di Aleppo Est da parte dell’asse russo-sciita è completata e il mondo è scioccato dalle notizie ivi provenienti.

Parigi, Londra, Berlino, Roma, Bruxelles spengono le luci dei monumenti in onore dei “civili massacrati” durante l’evacuazione della città ad opera dell’esercito siriano. Le maggiori testate internazionali, per seguire gli sviluppi, pendono dalle labbra del profilo Twitter di Lina Shamy e da un certo Bilal Kareem, che Repubblica, addirittura, si spinse ad intervistare all’epoca. Andiamo a vedere chi sono.

La prima, ragazza occhialuta e in Hijab che grida al mondo di essere prossima ad essere massacrata – salvo poi trovarsi a bere caffè, tronfia e felice, in un bar di Istanbul mesi dopo – risulta essere stata la comandante, in seguito alla morte di Zahran Alloush il 26 dicembre 2015 in un raid governativo nel Ghouta orientale, dell’ala paramilitare di Jaysh al-Islam, formazione filo-saudita di matrice salafita, alleata di Jabhat al-Nusra e balzata agli onori delle cronache per i colpi di mortaio sulle abitazioni civili della periferia di Damasco, i suoi piani di pulizia etnica di sciiti e cristiani e aver rinchiuso gli alawiti in gabbie al fine di proteggersi dai raid aerei russo-siriani.

Il secondo è, invece, uno dei tanti “attivisti indipendenti”. Afroamericano, vicino ad al-Arabiya – quindi a Riad – dichiara, sulla sua pagina Facebook, di essersi recato ad Aleppo per “conoscere i rispettabili combattenti islamici desiderosi di instaurare la Sha’ria.” La barba lunga, il look da salafita, le interviste concesse ad Abu Firas, leader dei miliziani qaedisti del Fronte al-Nusra, e ad un terrorista suicida non lasciano pochi dubbi al caso: il pezzente in questione è legato ai gruppi takfiro-wahhabiti che operano in Siria.

L’Occidente, quindi, legittimò tout-court la propaganda terrorista per mantenere aperta una flebile speranza di ottenere l’agenda imperialista che si era prefissato. Non basta, quindi, un servizio obiettivo a cancellare questo immondo letame, perché trattasi solamente di viscidume. “Se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico”, diceva un proverbio. Quantomai veritiero.

(di Davide Pellegrino)

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