Terrificanti stragi nelle carceri brasiliane: intervista a Luigi Spera

Terrificanti stragi nelle carceri brasiliane: intervista a Luigi Spera

Il 2017 del Brasile si è aperto con una serie di scontri tra le principali fazioni del crimine organizzato in diversi penitenziari della nazione che hanno provocato oltre un centinaio di vittime. Per comprendere i motivi di questa lotta abbiamo deciso di intervistare Luigi Spera, giornalista e autore del libro “Crimini e favelas. Traffico di droga, violenza istituzionale e politiche di pubblica sicurezza a Rio de Janeiro dalla fondazione alla pacificazione per le Olimpiadi 2016” pubblicato per Eiffel edizioni.

Il Brasile ha la quarta popolazione carceraria al mondo, 622mila detenuti, a fronte di una capienza massima dei suoi penitenziari di poco superiore alla metà, 372mila posti. Come sono gestite queste strutture? Lo Stato brasiliano ne è ancora sovrano?

La gestione, al netto di qualche tentativo di affidamento a società esterne, con risultati tra l’altro poco felici, è prerogativa dei singoli Stati che compongono la Repubblica federativa del Brasile. Quanto alla sovranità, è qui che si pone il grande problema, emerso con violenza nelle ultime settimane. La gestione della pena in Brasile è oggi di fatto in mano ai criminali e non alle istituzioni ufficiali. Mi spiego: l’atavica disattenzione istituzionale nei carceri del Brasile ha generato un livello di disumanità preoccupante. Di fronte a questo, al netto dei contesti storici differenti, i criminali negli anni ’70 a Rio (Comando Vermelho) e nei primi ’90 a San Paolo (Primeiro Comando da Capital), si sono organizzati, dandosi regole interne, fondate ovviamente su ‘pseudo-valori’ e fedeltà, che hanno però migliorato le condizioni di vita e soprattutto le statistiche di morte, limitando i conflitti. Miglioramenti sui quali le istituzioni si sono cullate, lasciando di fatto in mano ai ‘comandos’ la gestione interna, in modo che risolvessero da soli i loro problemi. Cosa che i criminali sono stati ben felici di fare creando tribunali e organizzandosi sempre più. La corruzione sistemica che garantisce loro telefoni, computer, prostitute, cibo e tutto ciò di cui abbiano voglia, fa sì che si ‘abbattano’ i muri tra dentro e fuori.

I recenti massacri, nella prima metà di gennaio, nelle carceri brasiliane sono dovuti a scontri tra i principali gruppi di criminalità organizzata. Quali e quanti sono?

I principali gruppi sono il “Comando Vermelho” con base a Rio e il “Primeiro Comando da Capital” con base a San Paolo. Ciascuno ha poi dei comandos ‘alleati’ o ‘affiliati’ in vari Stati del Paese, legami basati su accordi per la fornitura di droga. Alleanze ovviamente strette e ‘gestite’ nei carceri, cuore pulsante del crimine brasiliano. Il Cv e il Pcc hanno vissuto insieme con un patto di non belligeranza per molti anni. Finita la ‘pace’ per la volontà del Pcc di superare il Cv sono iniziate le guerre. Ovviamente in carcere.

Nel tuo libro, “Crimini e favelas” edito da Eiffel edizioni, dimostri come il narcotraffico non sia l’unica fonte di sostentamento di questi gruppi. Quali sono le altre che vengono attuate in un regime di monopolio nel rapporto tra estorsori e favelados?

La droga è di certo la principale fonte di introiti e di guai. Guadagni marginali per i trafficanti vengono anche dal traffico di armi e dalle forniture di alcuni servizi illegali ai cittadini, ovviamente costretti a scegliere l’opzione indicata dai criminali.

Un problema enorme del Brasile deriva anche dalle cosiddette “milizie” che spesso estirpano i gruppi criminali solamente per sostituirsi ad essi nell’ombra dell’illegalità. Ritieni sia plausibile un confronto con gli squadroni paramilitari colombiani?

Quello della milizia è un caso limite e paradossale, principalmente legato alla periferica zona est di Rio, il limbo della coscienza carioca. La ‘mission’ dei miliziani è differente da quella dei trafficanti e, per esempio, vede gli introiti provenire solo marginalmente dalla droga, (introiti) che principalmente arrivano invece proprio dalle forniture di servizi ‘illegali’ carenti nell’offerta dello Stato. Essendo formati da ex poliziotti e militari, hanno gioco facile nell’eliminare o costringere alla fuga trafficanti dalle aree dove vogliono istallarsi con il loro sistema ‘mafioso’ di gestione. Non sono un grande fan dei confronti, di certo alcuni aspetti sono somiglianti tra i miliziani carioca e gli squadroni colombiani. Sia per il fatto di essere formati da militari, sia per il fatto, nel caso di Rio, di essere nati come organizzazione ‘paramilitare’ utilizzate per eliminare i criminali prima e i dissidenti politici poi. Oggi sono principalmente dei criminali organizzati e purtroppo, molto, troppo, vicini alle forze di sicurezza ufficiali.

Le grandi manifestazioni sportive, Mondiali di calcio e Olimpiadi, sono alle spalle. Il Brasile è costretto a tornare nel dimenticatoio dell’informazione occidentale?

Temo di sì. Quello che accade oggi in Brasile sia in campo sociale che politico, per non parlare di economia e, soprattutto, di sicurezza e criminalità è molto peggiore rispetto a quello visto e denunciato negli anni scorsi. Eppure l’attenzione non c’è come prima. Sia perché gli interessi strategici stranieri sono inferiori, sia perché l’attenzione del grande pubblico segue le indicazioni della ‘grande’ stampa, che ora non si interessa, purtroppo, al Brasile. Contribuisce a questo il fatto che il Paese sia tornato in una posizione marginale dal punto di vista geopolitico e che i continui scandali corruttivo-istituzionali l’abbiano reso instabile, poco affidabile e piccolo agli occhi del mondo.

Solo una manciata di anni fa il Brasile sembrava uno dei punti di forza dell’asse delle potenze regionali denominata BRICS. Oggi, insieme al Sudafrica, è il paese, tra questi, più in difficoltà. Quali sono stati i principali ostacoli a questo sviluppo?

La crescita economica del Brasile è stata al più causata da questioni ‘passeggere’ (come l’alto prezzo delle commodities e la scoperta dei giacimenti petroliferi) e misurata solo con il punto di vista ‘quantitativo’ del Pil. Le difficoltà, le carenze e le storture della struttura economica erano evidenti anche all’epoca, ma tra la propaganda del governo di Luiz Ignacio ‘Lula’ da Silva e la crescita proprio del BRICS, non si sono avute grosse analisi approfondite. Il fatto è che i soldi sono entrati, ma non sono stati utilizzati, approfittando del momento buono, per mettere mano a delle riforme strutturali che avrebbero ammodernato il Paese rendendolo più competitivo e stabile. I soldi sono stati invece destinati alle fasce più deboli della popolazione. Cosa nobile, sacrosanta e necessaria, ma visto che i piani sono stati strutturati al meglio, ora che l’economia è in recessione violenta, a pagare di più la crisi sono le stesse fasce della popolazione che per un breve periodo hanno potuto godere di un benessere passeggero, e non i ricchi, contro i quali comunque Lula ha usato il guanto di velluto.

(di Luca Lezzi)

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