Nessun onore ai poliziotti anti-terrorismo: lo squallido antifascismo della Merkel

Nessun onore ai poliziotti anti-terrorismo: lo squallido antifascismo della Merkel

Circola da poco la notizia del rifiuto della Germania di premiare i due poliziotti che, il 23 dicembre 2016 a Sesto San Giovanni, hanno inconsapevolmente ucciso Anis Amri, il 24enne tunisino autore dell’attentato terroristico ai mercatini di Natale nei pressi della Gedächtniskirche il 19 dicembre 2016.

Nessun onore ai poliziotti anti-terrorismo: lo squallido antifascismo della Merkel

La motivazione “ufficiale”? “I loro profili social sfoggiavano foto di Benito Mussolini e l’antifascismo, per noi, è fondamentale e garanzia di sani valori.” Al netto della retorica caramellosa viene da chiedersi, dopo 72 anni: ma quali sono questi valori? Il continuo far riemergere nelle coscienze della nuova generazione di tedeschi il senso di colpa del crimine compiuto ad Auschwitz e impedirle, di fatto, di riappropriarsi di un’idea patriottica pena le accuse di essere nazista?

O, forse, il voler mantenere inchiodata la Germania alle logiche d’oltreoceano per evitare che ci possa essere un revanscismo “imperiale” che distrugga il cosiddetto “Sogno europeo”? Per cortesia.

La verità è un’altra: Angela Merkel sta affrontando una campagna elettorale non favorevole, minacciata dalla crescita di consensi di movimenti sovranisti, anti-europeisti e anti-globalizzazione quali Alternative Für Deutschland e Pegida. Per la prima volta dopo 6 anni viene sorpassata di un punto percentuale dai socialdemocratici dell’SPD, rinvigoriti dalla candidatura di Martin Schulz alla Cancelleria.

Dare, quindi, un riconoscimento ai due ufficiali delle Forze dell’Ordine avrebbe significato ammettere platealmente il fallimento su tutta la linea del suo operato in merito alla questione migratoria. Non che questo non fosse sotto gli occhi anche dei più inetti, anzi; le violenze sessuali a Colonia e Bielefeld la notte di Capodanno del 2015, gli accoltellamenti ai danni di diverse donne in quel di Reutlingen, l’attacco dinamitardo in un ristorante di Ansbach, in Baviera, e le varie mattanze estive lo hanno palesemente dimostrato, quindi c’è poco da continuare a fare narrative da Cinegiornale dell’Istituto Luce o da Pravda per “mettere a tacere” determinati istinti.

Non di meno, la premiazione avrebbe potuto irritare le comunità islamiche presenti sul territorio da anni, con il rischio di focolai di odio anti-occidentale e radicalizzazioni non più circoscritti nei “Refugees”, ma su scala ben più vasta.

La storia lo insegna: da Salah Abdeslam a Abdelhamid Abaaoud, passando per i fratelli Saïd e Chérif Kouachi e finendo con Amedy Coulibaly, tutti i terroristi che si sono resi protagonisti degli attentati più sanguinosi sul continente europeo dal 2015 ad oggi sono immigrati di seconda o terza generazione, se non addirittura veri e propri autoctoni dal fortissimo disagio sociale causato dall’emarginazione e dal contesto difficile delle periferie e delle Banlieue.

Dietro lo specchio dell’antifascismo di maniera, quindi, vi è un preciso e “teutonico” calcolo politico al fine di “salvare il salvabile” di una situazione – anche alla luce del crescente proliferare di gruppi salafiti – sempre più incandescente. Fesso chi non l’ha capito e ripete fino alla nausea la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana e il mantra de “la Germania ha fatto i conti con il passato, a differenza nostra”.

(di Davide Pellegrino)

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