Charlie Hebdo: l'inaccettabile libertà di insultare

Charlie Hebdo: l’inaccettabile libertà di insultare

Sembra che la testata satirica francese Charlie Hebdo abbia “preso a cuore” non solamente le religioni (specie se cristiana e islamica), ma anche le tragedie provocate dal terremoto che hanno colpito il centro Italia, visto che le attenzioni delle penne dei vignettisti parigini si sono spostate ancora sullo stivale colpito dall’ennesima scossa.

La vignetta sulla slavina che ha travolto decine di persone (una rappresentazione della morte che scia con la frase “è arrivata la neve”)  ha fatto il giro del web,  provocando indignazione ma anche difese oltre ogni limiti della decenza.

Pare naturale quanto scontato (nella testa di chiunque nutra il proprio cervello con il buon senso) che non si possa accettare il solito, vergognoso insulto verso le vittime, usando per di più la satira come giustificazione. Ci si chiede lecitamente quale sia il limite di accettazione della satira stessa, e Charlie Hebdo ancora una volta ci ha aiutato a comprendere l’ubicazione di una linea di demarcazione netta, che non dovrebbe essere valicata per nessuna ragione al mondo.

La satira sarebbe uno strumento nobile, utile a mettere in luce in chiave ironica certi aspetti anche esecrabili della società e del potere, e il suo fine dovrebbe essere educativo. Fare ironia su tragedie che colpiscono una collettività incapace anche solo di difendersi, inerme di fronte alla natura e alla negligenza dello Stato non ha nulla di satirico, ma soprattutto nulla di edificante o costruttivo.

La vignetta in questione per lo più non fa riferimenti all’hotel di Rigopiano sommerso dalla valanga: come riportato dai giornali esso è stato costruito abusivamente e senza i dovuti permessi, motivo in più per non vedere nessuna denuncia in quell’immagine, se non un ulteriore pugno nello stomaco alle vittime, ai parenti e agli eroici soccorritori che, fortunatamente, hanno potuto salvare delle vite anche a 48 ore di distanza dalla slavina.

Se da una parte le persone dotate di oggettivo buon senso ripudiano qualsiasi “licenza di satira” per Charlie, dall’altro lato il popolo dei benpensati e semicolti si è ancora una volta uniformemente ed univocamente schierato a difendere senza ritegno le vignette e la “libertà di espressione”, sottolineando come la “magica” matita dei vignettisti serva a smouvere le coscienze di un Paese immobile di fronte alla corruzione e all’immobilismo.

“Non capite Charlie Hebdo perché conoscete solo la satira bigotta”, titola Linkiesta. Ovviamente “familismo amorale” messo in mezzo “alla buona”, come luogo comune e mancanza di ragionamento vuole, perché Banfield fa sempre effetto, nonostante non c’entri nulla nella fattispecie.

Ci siamo ormai abituati al popolo dei semicolti “je suis Charlie” e alle loro apologie dell’indifendibile, con quell’ostinata ricerca del messaggio “giusto” e di una denuncia sociale che viene fuori solo quando fa più comodo.

È il popolo che conosciamo ormai a memoria: lo stesso che nome della democrazia difende da anni ogni rivoluzione colorata esportata a suon di bombe contro governi sovrani. Ma in casi come quelli non abbiamo mai visto una vignetta da parte di Charlie Hebdo.

Non parliamo neanche dei crimini dei terroristi in Siria o in Libia (qualcosa che loro dovrebbero conoscere bene), perpetrati contro civili inermi tanto quanto le persone travolte dalla slavina. Certe tragedie non meritano la loro “satira”, perché non c’è nessuna coscienza da smuovere, ma solo il desiderio turpe di infierire sul sangue di vittime innocenti.

Oggi più di ieri è doveroso ribadire che “nous ne sommes pas Charlie !”

(di Simone Nasazzi)

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