Donald Trump e gli 007: dalla Russia con amore

Donald Trump e gli 007: dalla Russia con amore

Mosca, 2016. Nella stanza segreta c’è Vladimir Putin con la vecchia uniforme del KGB. Sul muro un poster recita “Сделаем Америку Великой Снова”, “Make America great again”. Al centro una scrivania. Un giovane ragazzo. Alexander, Ivan, Jurij… o magari Vladimir anche lui, non importa. Sta di fatto che il ragazzo in questione è un esperto informatico, un hacker. Il presidente sedutogli accanto sorride. Sullo schermo le mail rubate ad Hillary Clinton. Parte l’inno sovietico, l’internazionale e “SS marschiert in Feindesland”, per far contento Dugin, e anche Putin che, si sa, è un nazista della prima ora.

Probabilmente è così che si immaginano la scena i fantasiosi media di tutto il mondo che, dal 9 novembre scorso (a proposito, non abbiamo avuto modo di festeggiare, EVVIVA!) si stanno lanciando nelle più fantasiose ricostruzioni da guerra fredda rompendoci l’anima con le presunte (mai mostrato nemmeno uno straccio di prova, ma proprio niente di niente) “ingerenze russe nelle elezioni politiche americane”. Non c’è da biasimarli, il colpo di vedere Donald Trump eletto presidente è stato davvero duro; i media sono sprofondati in una crisi profondissima; redazioni intere hanno passato quella notte in un crescendo di panico che gli USA avevano visto solo a Wall St. nel ’29.

E ora? Cosa fare? Come comportarsi? Dopo la Brexit anche questo! Se solo non fossero atei per moda si darebbero alla preghiera, ma a questo punto, maledizione, non possono nemmeno quello. E allora non resta altro da fare se non continuare l’attacco mediatico, stavolta inserendo l’altro male assoluto, la Russia, per accrescere ancora di più la narrazione di carattere drammaturgico. Ecco partire dunque le inchieste dei nostri James Bond alla ricerca della spia russa in ogni angolo, in ogni minimo udire di cadenza fonetica, in ogni bottiglia di vodka aperta, in ognuno che legga Dostoevskij.

Tutto sarebbe legittimo (seppur delirante) se non vi fosse, come sempre, la solita ipocrisia di fondo, vera e propria piaga del mondo “dem”. Sì, perché, se anche si volesse ammettere l’esistenza delle interferenze russe (ricordiamolo ancora una volta, per ora con la stessa base probatoria degli asini volanti) non si potrebbe certo contestarle se dall’altra parte si appoggiava un candidato (Hillary Clinton) che aveva ricevuto endorsement da mezzo mondo, dal governo italiano, da Juncker, nonché lauti finanziamenti da interi Paesi, come l’Arabia Saudita.

Il tutto con i media di mezzo mondo, mai come stavolta, massicciamente schierati dalla parte del candidato democratico e che hanno condotto contro “the Donald” un vero e proprio bombardamento mediatico, facendogli le pulci su ogni minima negatività, persino l’aspetto fisico, come fosse un leader di uno Stato nemico in tempo di guerra. E di certo, ancora, non potrebbe contestare la violazione di “par condicio” nemmeno il democratico Obama, sotto il cui governo, la NSA è stata protagonista di uno scandalo spionistico internazionale, con conversazioni intercettate ai danni persino di Paesi alleati come quelli europei, e di interi governi (come quello Berlusconi poi “caduto”).

Insomma se anche ammettessimo, per assurdo, che degli hacker russi avessero fatto venir fuori la storia delle mail, non sarebbe onestamente tanto più grave di tutte le violazioni fatte dalla casa democratica. D’altronde il fatto era reale, quelle mail esistevano per stessa ammissione della Clinton. Non ci sarebbe dunque alcuna falsificazione, ma solo un’operazione di trasparenza (magari non richiesta) che in campagna elettorale è sostanzialmente normale fare per attaccare l’avversario. Se anche la Russia avesse appoggiato dunque il tycoon nella sua campagna, cosa ci sarebbe di così grave? E, soprattutto, cosa di così diverso rispetto alle normali procedure messe in atto dal partito democratico?

La verità è che, al di là delle trame da spy story, ciò che conta, alla fine, resta un solo dato, ovvero il voto del popolo americano. Donald J. Trump passerà alla storia come il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Un consiglio spassionato: per qualcuno, accettare la sconfitta senza frignare come un bambino a cui hanno tolto il giocattolo gioverebbe di più, e non darebbe nemmeno così tanto l’idea di un sistema alla canna del gas.

(di Simone De Rosa)

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