"La disciplina del caos", il saggio di Alessio Mannino sul liberalismo

“La disciplina del caos”, il saggio di Alessio Mannino sul liberalismo

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La libertà divora se stessa

Mannino

Il liberalismo è stato molto più che l’involucro legittimante del capitalismo. Ha rappresentato una cesura antropologica: per la prima volta nella storia la dimensione economica è diventata il centro della vita umana. Mentre durante l’antichità, e per certi aspetti ancora in età medievale l’Economico, almeno idealmente, restava una parte del tutto e per di più non la più nobile (degno d’onore era il mercante se mecenate, non in quanto mercante né tanto meno in qualità di prestatore di denaro), con l’evo moderno l’ambito produttivo e commerciale si scorpora dalla cornice comunitaria e, autonomizzatosi in società civile, prevale su ogni altro. Il progetto moderno rinnega la Natura legislatrice e l’historia magistra vitae e le sostituisce con la calcolabilità, secondo cui ogni fenomeno è misurabile, quantificabile, programmabile (l’impresa capitalistica moderna, scrive Weber, “si fonda interamente soprattutto sul calcolo”8).

Ciò che interessa alla modernità liberale è la sicurezza dei traffici privati. Ergo, non serve più neanche una teoria dello Stato, perché lo Stato non è soggetto primario ma derivato, di risulta, strumento pericoloso da cui semmai difendersi. Perciò non ha più neanche senso parlare di governo: meglio chiamarla governance, amministrazione burocratica con il pilota automatico.

La libertà come dominio sull’eccesso è abbandonata per far posto all’eccesso come virtù, libidine di potenza ruotante interamente intorno al nervus rerum del denaro (“la tecnica che unisce tutte le tecniche”9). Il vero fine del capitalismo liberale, tuttavia, non è il denaro in sé: è l’appropriazione del futuro tramite il denaro (“non esiste passato e non esiste presente, ma solo l’avvenire”10). Speculazione e sfruttamento: impaziente di accumulare, il capitalista lasciato a sè, al netto delle intenzioni, è un delinquente etico. La monetizzazione del reale ha agito come acido solvente dei comportamenti umani, divorando se stesso come in “una febbre che dapprima aumenta il metabolismo e accelera la crescita di un organismo, per poi intaccarne la forma e minarne l’esistenza stessa”11. Assunta la razionalità utilitarista come criterio più razionale rispetto all’imprevedibile ragionevolezza politica, l’interesse privato ed economico ha colonizzato l’immaginario, indebolendo il concetto stesso di pubblico. E finendo, oggidì, con il considerare fatto del tutto normale la sfiducia nel prossimo (“il 75,5% degli italiani non si fida degli altri, convinti che non si è mai abbastanza prudenti nell’entrare in rapporto con le persone”, diagnostica il Censis nel rapporto 2019).

Armi della distorsione liberale sono state la scienza tecnica e l’economia neoclassica. Quest’ultima sarebbe più corretto chiamarla marginalista, perché nasce contro quella classica di David Ricardo (contrario al laissez faire) idealizzando il margine, l’apporto che ciascun soggetto arreca alla produzione di reddito. I marginalisti pretendono di dimostrare non solo una semplicistica lettura della legge di Say, per cui l’offerta sregolata genererebbe come per magìa la domanda, ma anche la piena occupazione, grazie a una massiccia flessibilità contrattuale. Ben lontana dall’essere scientifica, tale scuola va considerata “una teoria politica alla ricerca di egemonia”12, che sorvola sulla strutturale eccedenza di offerta che porta il capitalismo a cicliche crisi di domanda (tradotto: si produce di più di quanto si consuma).

La libertà come esenzione da imposizioni, e dunque da imposte, ha legittimato innanzitutto il cambio della guardia tra aristocrazia di sangue e aristocrazia degli affari. In un secondo tempo, tuttora in corso, ha sradicato il concetto stesso di gerarchia di sforzi e meriti. Storicamente giustificabile con la decadenza della nobiltà e l’inefficienza dell’assolutismo, l’emancipazione sette-ottocentesca dai lacci della tradizione (ancién règime) è reiterata ai giorni nostri come se ancora sussistesse un qualche residua sacralità, che invece è stata rasa al suolo da un pezzo. I liberali dell’ultimo metro, i cosiddetti neo-liberali, ragionano come se Adam Smith fosse qui fra noi. David Boaz, vicepresidente del Cato Institute di Washington, ebbe a dire una volta che “il liberalismo ha innanzitutto portato alla rivoluzione industriale e, in una evoluzione naturale, alla nuova economia. (…) In un certo senso, siamo ora tornati sulla via tracciata all’inizio del XVIII secolo, alla nascita del liberalismo e della rivoluzione industriale. (…) L’ideale dei liberali non è cambiato da due secoli. Vogliamo un mondo, nel quale gli uomini e le donne possano agire nel loro interesse… perché in questo modo contribuiranno al benessere del resto della società”13. Più demenzialmente chiaro di così…

“Le istituzioni liberali cessano di essere liberali non appena si riesce ad ottenerle: non v’è nulla, in seguito, che in maniera più terribile e radicale delle istituzioni liberali danneggi la libertà” (Friedrich Nietzsche). Il liberalismo ha dichiarato pornografica la necessità di assi portanti comuni che non siano regoline procedurali. È diventato così il nemico pubblico numero uno della libertà di cui presume di avere l’esclusiva. Una truffa intellettuale. L’individuo, anziché pensarsi come nodo di relazioni, galleggia nell’isolamento (il che, detto di passata, è tecnicamente materia per manuali di psichiatria). Di conseguenza i valori sono considerati come attinenti alla sola sfera individuale, “dove non ci sarebbe più il problema di accordarsi eticamente su nulla”14. Una comunanza etica diventa allora irrazionale. Peggio: un peso. “Non sappiamo più amare, né credere, né volere. Ciascuno di noi dubita della verità di ciò che dice, sorride della veemenza di ciò che afferma e presagisce la fine di ciò che prova”. Lo scriveva già Constant nel primo Ottocento. Valeva allora, come vale  adesso.

Per meglio servire il vitello d’oro si alimenta un edonismo da straccioni15 che pagano per godersi quel po’ di vita concessa dalla dichiarazione dei redditi. Vaticinato e stigmatizzato già durante l’ascesa della ragione liberale, l’homo oeconomicus è oggi cosa fatta. Ma non potrà andare avanti per sempre. Normalità sociale (intesa come norma prevalente) e naturalità psicobiologica (l’insieme dei caratteri precipui della specie umana) reclamano il ripristino dei propri canoni. E lo faranno, piaccia o meno, con le buone o con le cattive. Tornare umani, non restare umani, sarà la gaia scienza di un mondo post-liberale.

1.       Max Weber, ‘Parlamento e governo. Per la critica politica della burocrazia e del sistema dei partiti’, Roma-Bari, Laterza, 1982

2.       Georg Simmel, ‘Filosofia del denaro’, UTET, Torino, 1984

3.       Werner Sombart, ‘Il borghese’, Longanesi, Milano, 1950

4.       Andrea Zhok, ‘Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente’, Meltemi, Milano, 2020

5.       ivi

6.       cit. in Alain De Benoist, ‘Critica del liberalismo. La società non è un mercato’, Arianna Editrice, Bologna, 2019

7.       ivi

8.       Il diritto al godimento, la liberazione sessuale, il sostanziale anarchismo degli stili di vita, la “fantasia al potere” sono spesso citati dai detrattori come colpe storiche del’68 giovanile. Ma il sessantottismo è un sintomo, una reazione di crescita, l’epifenomeno più tumultuoso e protestatario della sottile ma ferrea logica del sottostante sviluppo economico liberale, in cui l’individuo suppone di emanciparsi dal passato, dall’autorità e dalle elementari regole della natura biologica pur di far trionfare la trasgressione istituzionalizzata, l’armonia della spontaneità, l’Età dell’Acquario, che poi altro non è che il “libero” mercato di passioni e ossessioni vendute a prezzo modico. Un marxista rigoroso parlerebbe di sovrastruttura ideologica che, nello specifico, credeva di osteggiare la struttura economica e invece la aiutava a evolversi, sbaragliando le residue resistenza vetero-borghesi (famiglia, Stato, nazione). Proprio i sessantottini che scagliavano parole di fuoco contro la “mercificazione universale” hanno contribuito come nessun altro a rendere l’intero universo un magazzino di merci da consumare per sentire un brividino di libertà. Il loro maggior profeta, Herbert Marcuse, pensava che il fine ultimo della protesta fosse niente po’ po’ di meno che un uomo “biologicamente incapace di fare le guerre e di creare sofferenze”, versione radicaleggiante della pax liberale dove violenza e dolore sono accidenti secondari nel panglossiano mondo di opportunità per tutti e diritti per ognuno, animali compresi, foca monaca inclusa. L’Eden realizzato, la fine della Storia, la vittoria finale del Bene sul Male: la cara vecchia espunzione del tragico dalla vita, il solito hegelismo di terza mano, cristianesimo ulteriore traslato in politica, un ennesimo liberalismo questa volta combaciante, nella più classica eterogenesi dei fini, con il liberalismo di fatto che di lì a poco, inghiottendo quei furori in un più produttivo edonismo commerciale, seppellì Marcuse e l’ardore palingenetico sotto la polvere delle biblioteche.

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