Storia

E si celebra perfino l’8 settembre: un regime allo sbando

Sono anni, ormai, che la presidenza della Repubblica celebra l’8 settembre in un modo quasi imbarazzante, come se fosse una vittoria. Il 2021 non ha fatto eccezione. Il giorno più tragico della storia della Nazione italiana, con l’esercito sfaldato, i comandi completamente allo sbando e l’armistizio di Cassibile con la conseguente resa incondizionata divengono non più motivo quanto meno di imbarazzo, ma addirittura di glorificazione e di commemorazione gioiosa.

Già il 25 aprile, una festa costruita sulle ceneri di una disfatta, era un problema gravissimo per la vita comune e quotidiana del Paese. Ma trasfomare pure l’8 settembre in un “nuovo 25 aprile” rende la questione davvero drammatica.

8 settembre: la resa incondizionata diventa “Difesa di Roma”

Così è nei comunicati ufficiali pubblicati sul sito del Quirinale, per lo meno.

In occasione del 78° anniversario della Difesa di Roma, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato a Porta San Paolo e al Parco della Resistenza dove ha reso omaggio ai Caduti.

La Giornata è stata celebrata con la deposizione di una corona d’alloro da parte del Presidente Mattarella alle lapidi commemorative dei Caduti militari e civili della Difesa di Roma a Porta San Paolo e l’omaggio al Monumento del Parco della Resistenza.

Presenti alla cerimonia il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e numerose autorità civili e militari.

Come a dire, non c’è più dignità neanche per i giorni tragici.

La “difesa”, altro non fu che un cambio di fronte a dir poco imbarazzante, con la fuga del Re nella sera dello stesso giorno, con l’esercito allo sbando, con il Paese virtualmente disintegrato nella sua anima più profonda. Un disastro che da qualsiasi punto di vista non potrebbe mai essere certamente celebrato, ma al massimo ricordato con estremo dolore.

Fino a qualche decennio fa, neanche la sinistra si permetteva di infierire troppo. Ma oggi è cambiato tutto.

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Sinistra: senza dignità perfino su una tragedia

Il trauma dell’esercito spaccato, della resa incondizionata, dell’impotenza, della fine di ogni sogno di indipendenza. Separavano il 25 aprile, ovvero la celebrazione comunque di una sconfitta, da quella data di un anno e mezzo precedente.

Oggi le accomunano. E l’8 settembre diventa addirittura un giorno da ricordare positivamente, perché emblematico della fine del fascismo e propedeutico alla sempreverde “democrazia”.

Quel giorno nefasto ha segnato l’inizio del declino della Nazione italiana. Un declino che non ha risparmiato nessuno, neanche i post-fascisti. Nemmeno chi per decenni si è detto difensore della patria.

Quella data ha innescato una serie di processi distruttivi, anche dal punto di vista culturale: la “revisione” e le pippe mentali sul Risorgimento da lì ricevono un enorme impulso.

Nel frattempo il Feudo anti-italiano che avrebbe conquistato il potere nel giro di una ventina d’anni non poteva far altro che festeggiare.

Almeno culturalmente, quella epoca dovrà finire. E spero che molti si uniscano a noi per farla tramontare il più rapidamente possibile.

Viva il Risorgimento, viva la Vittoria del 1918. Perché sono entrambe parte della stessa, splendida storia. Quella d’Italia.

(di Stelio Fergola)

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