Transizione ecologica

Transizione ecologica? Senza rivoluzione politica è spazzatura

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Avviso ai naviganti: la cosiddetta “transizione ecologica” non ha a nulla a che spartire con il contentino in formato ministeriale che il supecazzolaro Grillo spaccia per grandiosa innovazione, e la stessa versione autentica sarebbe comunque una toppa che non basterebbe a riempire la voragine autodistruttiva della nostra società drogata di sviluppismo.
Il copyright della formula appartiene, pensate un po’, a un gesuita, Gäel Giraud, autore di un saggio del 2012 intitolato appunto “Transizione ecologica”. Giraud è un ex consulente di banche folgorato sulla via della Compagnia di Gesù. L’esercito in tonaca fondato da Ignazio de Loyola, di cui fa parte anche papa Francesco, da secoli rappresenta la milizia lanciata a cristianizzare il mondo all’insegna dell’ottimismo della volontà. Spesso a un grado tale di ottimismo da aderire, almeno in parte, ai cambiamenti mondani (come si vede sui temi della sessualità, ad esempio). I gesuiti, insomma, nella Chiesa cattolica sono un po’ i riformisti. Anche radicali, ma pur sempre riformisti. Il gesuita in questione parte da un’analisi meritoriamente realistica e priva di infingimenti: è la finanza a impedire una conversione ambientale dell’economia, perché le fonti fossili, petrolio in primis, costituiscono la voce dominante dei loro investimenti nel settore, e solo un intervento delle banche centrali potrebbe invertire la rotta acquistando gli asset sporchi a prezzo ridotto, con una sorta di quantitative easing ambientale.

Giraud, che conosce bene gli avvoltoi del debito, è perfettamente conscio che questo non si farà mai. E correttamente ne dà la colpa ai banchieri (Domani, 26 febbraio 2021). Ma omette di aggiungere che a mancare è la volontà politica a monte, perché si dà il caso che la Bce, che in questi mesi ha svolto una temporanea funzione di finanziatrice di ultima istanza, non è una vera e propria banca centrale rispondente al popolo sovrano (quale? esiste forse un “popolo europeo”, istituzionalmente parlando?). Tanto è vero che, come sottolinea il nostro, inondando di liquidità l’Europa nel 2012 quando presidente era Mario Draghi, questi “ha salvato le banche, non gli Stati in sé, come molti pensano”. Cioè ha alimentato il gigantesco debito su cui balla l’economia del continente, e “lo ha fatto a patto che fossero in grado di rivendere quel debito”.

A ogni modo, la famosa transizione consisterebbe in un’operazione interessante. Mentre la solita industria della fuffa sforna greenwashing a manetta (tipo i green bond, che non sono green ma solo bond), una volta che idealmente si sia spostato il cannone finanziario fuori dal quadrante delle non rinnovabili, ci sarebbe denaro disponibile per dar di gas sulla ricostruzione verde delle infrastrutture pubbliche ma anche degli edifici privati, a cominciare dalle abitazioni. Non è niente di nuovo: la tanto buggerata scuola della decrescita volontaria (“felice”, in Italia) indica esattamente questa via, riorganizzando produzione e consumi secondo il principio del risparmio energetico e del riciclo-riutilizzo di tutto il riciclabile e il riutilizzabile. Ma il limite di tali visioni, sotto il profilo etico sottoscrivibili in toto, è che presuppongono una rivoluzione culturale che rovesci completamente la logica del sistema di vita capitalistico: meglio non è il più, ma il meno. Difatti, Giraud avverte che l’ostacolo principale è rappresentato, sul piano mondiale, da quei grassoni degli americani, che “dovranno capire che devono consumare meno e questo è uno shock per la loro civiltà, fondata sul sogno che non ci siano limiti”. Un sogno diventato l’incubo di tutti noi occidentali: la crescita perpetua, infinita, tumorale come il cancro.

E per di qui arriviamo al punto dolens di ogni qualsivoglia velleità ecologista, anche ammantata di tutte le buone intenzioni del caso: non c’è possibilità alcuna di orientare il mercato in un senso positivo verso l’ambiente se prima non si tenta di sciogliere il nodo dell’assetto di potere che governa l’economia e, attraverso l’economia, l’immaginario culturale e gli equilibri sociali. In altre parole, serve la politica. Una politica che voglia riprendersi il primato sulla finanza togliendole lo scettro del comando, o quanto meno la riconduca a più miti consigli.

E’ il limite storico della decrescita di Latouche (ma non di Pallante, molto più consapevole dello spocchioso francese affetto da “coazione a sinistra”): non prevedere una lotta all’ultimo sangue contro le sanguisughe che detengono i cordoni della Borsa. E’ la guerra decisiva che pochi hanno il coraggio di combattere. Anche perché pochi, anzi pochissimi comprendono che soltanto in questi termini ha un qualche significato discutere di ecologia. Voglio dire: se da noi, a usare come foglia di fico la bandierina ecologista è un governo presieduto dal campione assoluto dell’élite bancaria, ci scusino le anime candide piene d’ottimismo ma, di grazia, dove cavolo pensano di andare? A farsi prendere per il naso, come sempre. E’ la nota crescita felice – e infinita, senza fine – degli eco-creduloni.

(di Alessio Mannino)

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Per il PD “tutto Zaki” chi è già italiano può rimanere nelle carceri in Marocco
Barricate per l'egiziano Zaki, silenzio tombale per l'italo-marrocchina Fatima (nome [...]
La riforma della giustizia è una priorità, come quella costituzionale
Riforma della giustizia, una priorità congelata da decenni. Ieri il [...]
Lo strano concetto di “legge Anti-LGBT” dei progressisti
In Ungheria è entrata in vigore oggi la famigerata legge [...]
Brandi: “Caro minus habens, invece di criticare chi tifa Italia, impegnati tutti i giorni”
Pubblichiamo volentieri il post integrale di Matteo Brandi, che si [...]
Scroll Up

Iscriviti al nostro Canale Telegram

Non perdere le notizie veramente importanti. In un contesto di disinformazione, oscuramento della libertà di espressione da parte dei mass media, è importante avere canali alternativi di informazione.