Pavolini

Pavolini, storia di un gerarca e di un letterato

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Uno dei gerarchi fascisti più conosciuti e demonizzati dalla storiografia ufficiale e conformista, cioè quella dei vincitori, è senza dubbio Alessandro Pavolini nato il 27 settembre del 1903 a Firenze.

Alessandro Pavolini, l’uomo

Dalla “vulgata” storiografica antifascista Alessandro Pavolini è dipinto come un fanatico e sanguinario, responsabile, insieme a Mussolini, delle efferatezze della guerra civile, un “fosco” personaggio da trattare come il più crudele dei criminali di guerra.

In realtà il rigore ideale di Pavolini, la sua fedeltà incondizionata al fascismo e al suo Capo sono distanti anni luce dalla politica contemporanea, fatta di interessate abiure e convenienti tradimenti, di squallidi compromessi e trionfo del rinnegare costi quel che costi. Alessandro Pavolini è stato un personaggio politico, oltrechè storico, di un’altra razza, di un esempio da considerare come la propria stella polare nell’agire politico quotidiano.

Pavolini, che morì fucilato a Dongo il 28 aprile 1945 insieme agli altri gerarchi catturati dai partigiani della 52a Brigata Garibaldi al grido di “Viva l’Italia!”, ed esposto il giorno seguente a piazzale Loreto a Milano appeso per i piedi in quella che lo stesso Ferruccio Parri – l’allora presidente del consiglio del Comitato di Liberazione Nazionale – definì «macelleria messicana», può essere messo sullo stesso piano di un Corneliu Zelea Codreanu per la sua fede dai tratti mistico-religiosi, di un Léon Degrelle per il suo valore di soldato e soprattutto di un Robert Brasillach visti gli interessi letterari del gerarca fiorentino.

Non si dimentichi che il segretario del Partito Fascista Repubblicano, carica assunta da Alessandro Pavolini l’indomani dell’8 settembre 1943 e che già ai primi di ottobre ricevette circa 250.000 richieste di adesioni, provocò una rivoluzione anche estetica, abolendo il termine «gerarca», rendendo le divise spartane eliminandovi i fronzoli. Pavolini fu un fascista particolarmente colto e attivo organizzatore di cultura: i Littoriali dell’Arte e della Cultura e il Maggio Musicale Fiorentino, tutt’ora celebrato, sono sue creazioni, così come l’annuale partita di calcio in costume d’epoca e la fondazione della rivista Il Bargello (1929-1943) aperta anche a collaboratori frondisti e non allineati come Romano Bilenchi, Vasco Pratolini e Berto Ricci, che fu il fondatore de L’Universale (1931-1935).

Pavolini scrittore

E’ noto anche per la sua produzione letteraria di romanzi e racconti, da segnalare: Disperata1, L’indipendenza finlandese2, Scomparsa d’Angela. Racconti3, Nuovo Baltico. Viaggio 4. Il primo libro è ispirato all’attività di squadrista diciassettenne nella Firenze del 1920 che lo contraddistinse per fervore e dedizione alla causa. Il giovane Pavolini si cimentò anche nella poesia dove tratterà i temi della “bella morte” che lo tormenterà per tutta la vita e troverà concreta attuazione al momento della fucilazione che, narra la leggenda, lo vedrà rialzarsi dopo la prima raffica di mitra nell’atto dell’ultimo saluto romano prima del colpo di grazia.

Le sue spoglie riposano presso il Cimitero Maggiore di Musocco a Milano nel Campo X – il Campo dell’Onore – in cui sono sepolti circa 1.000 caduti della RSI.

Quindi l’intransigenza, il coraggio e l’eroismo sono i valori cui il futuro Ministro della Cultura Popolare e combattente in Africa durante la Guerra d’Etiopia (1935-1936) si ispirò e per questo merita rispetto e onore al di là delle appartenenze politiche.

La sua ortodossia fascista lo spinse senza esitazione a sostenere il Duce anche nel momento del tradimento e a punire senza pietà coloro che decretarono la fine del regime, tra gli altri Galeazzo Ciano di cui pure fu amico. Ortodossia e non cieco fanatismo può essere definita l’azione di Alessandro Pavolini poiché egli credeva sinceramente alla giustezza dell’Idea della rivoluzione fascista, e il regime lo ricompensò generosamente e dalla vita stessa ebbe riconoscimenti di valore come l’amore di Doris Duranti, l’attrice dei “telefoni bianchi” più in voga del momento, anche se egli aveva una famiglia che mai dimenticò.

Nel momento in cui l’onore dell’Italia era in pericolo seppe accantonare gli affetti per dedicarsi completamente al dovere di difendere la Patria e mantenere la fedeltà all’alleanza con la Germania nazionalsocialista con il comune proposito della realizzazione di un Nuovo Ordine Europeo. Anche negli ultimi giorni della RSI realizzò un Ridotto Alpino Repubblicano di migliaia di Camicie Nere e iscritti al PFR, che aveva ordinato fossero militarizzate nelle Brigate Nere in Valtellina portando con sé le ceneri di Dante, per l’estrema difesa del fascismo nella sua versione crepuscolare: repubblicano, sociale e rivoluzionario a cui contribuì essendo con Mussolini e Nicola Bombacci (tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia e fucilato a Dongo) tra gli estensori del Manifesto di Verona il 14 e 15 novembre 1943 durante il primo e unico Congresso del Partito che si tenne sempre nella città scaligera.

Questo romantico sogno che avrebbe dovuto far emergere l’aspetto guerriero del milite fascista non si concretizzò mai nella realtà, ma la dice lunga sulla tensione ideale che l’animava, nello sprezzo del pericolo per un superiore interesse della Nazione che aveva tratti metafisici e mistici di cui la frase “l’importante è morir bene” è l’emblema del riscatto da un modo vile di concepire la vita e la politica ridotte a un mercantilismo materialistico che tutt’ora predomina.

Storiografia di rivalutazione

Tra i libri che hanno trattato la vita, il pensiero e l’azione del gerarca fiorentino va segnalato per primo Arrigo Petacco (1929-2018) che ne raccontò l’opera in Pavolini. L’ultima raffica di Salò e nel Superfascista. Vita e morte di Alessandro Pavolini. Ma è da ricordare soprattutto l’opera di Massimiliano Soldani (1968) L’ultimo poeta armato. Alessandro Pavolini segretario del P.F.R., con una introduzione a cura di Gabriele Adinolfi, che rappresenta un classico della storiografia non conforme e ricca di una minuziosa documentazione.

Il saggio di Soldani, a differenza della pubblicistica tesa a individuare un “doppio” Pavolini diviso tra due metà inconciliabili: l’intellettuale “buono” e il gerarca “cattivo”, ci mostra l’integralità e la coerenza dell’esperienza pavoliniana, all’insegna della poundiana «cultura delle idee che diventano azioni». Il fine del fascista fiorentino sotto le diverse vesti che ebbe ad “indossare” (squadrista, giornalista, intellettuale, gerarca e soldato) perseguirà fu unico: la rivoluzione continua. Cioè la lotta permanente da parte del regime mussoliniano contro i suoi nemici di dentro e di fuori, e l’opposizione all’idea di dare al fascismo il compito del semplice restauratore dell’ordine, l’inesauribile spirito antiborghese, il progresso sociale senza limiti da conseguire al di là del liberalismo e del marxismo.

Il fascismo di Pavolini non ripone mai nell’armadio la vecchia camicia nera in vista di una qualche normalizzazione reazionaria, ma che aspira a perpetuare sia in tempo di pace che durante la guerra l’animo scanzonato e battagliero delle prime squadre d’azione. E ciò gli fece esclamare all’alba di quella esperienza di fuoco e acciaio che fu certamente la Repubblica Sociale Italiana: «Camerati si ricomincia. Siamo quelli del Ventuno. Lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita. Chi è stato squadrista una volta, lo è per sempre».

Il nipote di Pavolini, Lorenzo (1964), scrisse un libro, Accanto alla tigre, finalista al Premio Strega e dedicato alla memoria del nonno mai conosciuto di cui venne a sapere da una fotografia riportata su un suo libro di storia della seconda media pubblicata su un giornale che ritraeva lo scempio di piazzale Loreto.

Il volume è un romanzo storico che non fa mancare nulla alla letteratura e alla narrazione. Elegante ed emozionante, algido e passionale. La storia degli anni del fascismo è narrata attraverso il pensiero e il dolore dei famigliari di Alessandro Pavolini, ma soprattutto di intellettuali e personaggi dell’epoca il cui pensiero è ancora oggi vivo e influente nella cultura italiana. La visione storica è, quindi, originalissima e straordinariamente interessante.

(di Franco Brogioli)

Note:

1 Vallecchi, Firenze1937, nuova ed. Libreria Europa, Roma, 2019

2 Anonima Romana, Roma, 1928, nuova ed. Le Frecce, 2016

3 Vallecchi, Firenze, 1935, nuova ed. Società Editrice Barbarossa, Milano, 1998

4 Società Editrice Barbarossa, Milano, 2a ed. 2012

6 Fandango, Roma, 2010, 2a ed. Marsilio, Venezia, 2019

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