Feyerabend

Coronavirus e il concetto di scienza secondo Feyerabend

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In tempi di Coronavirus stiamo assistendo ad un acceso dibattito inerente al rapporto fra la società e la scienza, tra il potere politico e quello scientifico, domandandoci chi debba farsi carico delle decisioni cruciali in uno scenario inedito come quello che stiamo vivendo . A maggior ragione del fatto che quasi ogni giorno provengono dall’ambito scientifico internazionale le opinioni più disparate riguardo le origini del virus, gli strumenti da adottare per annientarlo o se prolungare o meno le misure di quarantena, risulta indispensabile riprendere l’importante lezione del filosofo austriaco Paul Feyerabend. L’autore, noto soprattutto per il celebre e famigerato saggio “Contro il metodo” del 1975, coniò il concetto di anarchismo epistemiologico .

Feyerabend, la scienza e la ragione

“L’anarchismo epistemologico quindi consiste nella negazione della necessità, della validità e dell’ineluttabilità del metodo della scienza e nell’idea che la scienza per progredire si debba avvalere delle astuzie della ragione” (Fonte: Anarchopedia). Feyerabend concentrò la sua analisi sul problema del rapporto tra le teorie e la loro valenza empirica, arrivando a sostenere, passando per un’accesa critica al paradigma scientifico galileiano, la non esistenza di alcun metodo scientifico universalmente valido, da cui la celebre espressione ” anything goes “, qualsiasi cosa va bene, dal momento che a detta dell’autore gli scienziati sono degli opportunisti, i quali usano i mezzi materiali e mentali più idonei al raggiungimento del loro fine, violando intenzionalmente le regole di scientificità. Nel 1978 in “La scienza in una società libera” ingaggiò una battaglia in nome della libertà di metodo di ricerca sostenendo che una società può dirsi davvero libera se riconosce pari dignità a tutte le tradizioni culturali e pari possibilità di accesso ai centri di potere per tutti gli individui che in quelle si riconoscono. “Gli scienziati hanno metodi diversi da quello democratico con cui controllano idee, emendano errori e trasformano in specchi attendibili della realtà o in utili strumenti tecnologici (…) Tutto è nelle mani della scienza: nascita, educazione, cura dell’anima, salute.

Scienza e verità

Il processo a cui si giunge ad una verità scientifica non è diverso da quello con cui vengono approvate nuove leggi. La superiorità della scienza è il risultato di influenze politiche, istituzionali e militari. Impegniamoci a liberarci dalle maglie di una scienza dogmatica allo stesso modo in cui i nostri antenati si sono liberati dalle maglie di una religione dogmatica. (Contro il metodo)
A metà Seicento nacque in Inghilterra la Royal Society, l’istituzione deputata al compito di sottoporre il sapere scientifico alle tecniche di governo. Attualmente assistiamo al processo inverso: è il potere (politico) ad essere al servizio della scienza alleata alla tecnica, con tutti i rischi e scenari distopici che ne conseguono, come ha sempre denunciato il filosofo Emanuele Serverino. E’ fondamentale ribadire a gran voce che la scienza non deve trasformarsi in sapere elitario, in un circolo ristretto di pochi illuminati dal potere più che dal sapere, andando così in controtendenza alla filosofia “buroniana” della scienza non democratica, in un periodo in cui, appellandosi in difesa della presunta “vera” scienza vengono intraprese crociate inquisitorie contro l’informazione non ufficiale – si veda il “Patto trasversale della scienza” del solito Burioni spingere per l’oscuramento del sito di controinformazione di Byoblu. La lezione di Feyerabend è un antidoto a qualsivoglia iperrazionalismo positivista nonché alla scienza assunta come dogma, verità assoluta, come religione che ha innalzato il progresso infinito ad unico dio. Lo stesso paradosso della scienza come religione viene magistralmente rivelato da Fedor Dostoyevskij nei fratelli Karamazov : “Un giorno, illuminato dalla luce della ragione, tolse le immagini delle divinità e dei santi che adornavano l’altare della sua piccola cappella, spense i ceri, e, senza perder tempo, sostituì quelle immagini con le opere di filosofi atei; quindi, riaccese devotamente i ceri. L’oggetto della sua fede era cambiato, ma era forse accaduto altrettanto ai suoi sentimenti religiosi?”

(di Emilio Bangalterra)

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