Florian Schneider e i Kraftwerk, i pionieri robotici

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Hanno rivoluzionato completamente il mondo della musica a partire dagli anni 70’, anticipando l’era digitale. I Kraftwerk rappresentano un ponte tra la musica tradizionale e quella elettronica. Appare un’impresa ardua rintracciare tutti i sottogeneri derivanti dai quattro musicisti teutonici, nonché gli artisti che sono stati influenzati dalla loro estetica a tinte rosse e nere, robotica, suprematista e futuristica, con riflessi post-umani.

Kraftwerk: la storia

Il gruppo nacque nel 1970 dalla passione per il rock psichedelico unito alla voglia di sperimentazione da parte di Ralf Hutter e il recentemente scomparso Florian Schneider, a cui fece seguito il contributo dei percussionisti Wolfgang Flur e Karl Bartos. Questa fusione di generi in Germania fu coniata in senso denigratorio come “krautrock”. Fondamentale fu all’epoca l’endorsment dell’influentissimo David Bowie, il quale dichiarò che i Kraftwerk erano la sua band preferita. Il gruppo nella sua lunga storia conta tanti componenti quanto la sconfinata miriade di strumenti tradizionali e nuovi agli esordi (vocoder, synth, drum machine ecc.) adoperati.

Lo stile


I Kraftwerk furono a loro volta ispirati dalla commistione di differenti universi sonori: dal rock al funk alla musica concreta e minimalista e probabilmente, andando ancor più dietro nel tempo, dal grande innovatore e futurista italiano Luigi Russolo con i suoi intonarumori. Lo stesso Schneider disse: «Il suono dei Krafwerk è un insieme di ritmi funky, musica concreta e pop». I quattro dischi fondamentali rilasciati sempre nel corso degli anni ’70 (Autobahn, Radioactivity, Trans-Europe Express e Tha Man-Machine) hanno costituito un punto di non ritorno per l’immaginario musicale negli anni a venire. Attraverso le sembianze robotiche, con l’immobilismo dei manichini che prendevano il posto del quartetto anche nel corso dei concerti, hanno sempre fuggito le apparizioni pubbliche ed il rapporto con i media, giocando con il concetto di autorialità e con la metamorfosi da umani a robot, ripreso dagli anni ’90 dai Daft Punk, il duo francese che rinnovò nuovamente il mondo dell’elettronica. Le melodie fredde, rigide, ripetitive ed innovative plasmeranno nuove sonorità alla fine degli anni ’80. 

L’eredità dei Kraftwerk


Furono infatti i bianchi e teutonici Kraftwerk ad ispirare prima la
nascita dell’electro e dell’house di Chicago, con la pietra miliare del 1982 “Planet Rock” dell’icona hip hop Afrika Bambataa, in cui è contenuto il campionamento di Trans Europe Express, ed in seguito la techno nata dai dj neri di Detroit, il cosiddetto “trio di Belleville” ( Juan Atkins, Kevin Saunderson e Derrick May). Come constatato dallo scrittore Marco Braggion «Con la techno viene ribaltato il paradigma storico del rock e del soul: la musica bianca viene remixata dagli artisti neri. La techno è quindi l’ultimo anello di una catena che parte con la fantascienza, passa per la tecnologia e approda alla musica, proponendo un fecondo terreno su cui rivoluzionare l’idea di musica da club». Ci si domanda ancor di più, ora che Florian Schneider, il “feticista dell’uomo” è passato a miglior vita, se potrà mai esserci un gruppo o un’artista in grado di rivoluzionare il mondo musicale dopo che è già stato detto (quasi) tutto.

(di Emilio Bangalterra)

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