Europee, Salvini domina: e adesso? Risultati e scenari

Europee, Salvini domina: e adesso? Risultati e scenari

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Alle europee i sovranisti vanno bene, ma non basta. Gli ottimi risultati ottenuti infatti (Lega primo partito in Italia, Brexit Party primo in UK, Rassemblement National primo in Francia, Orban assoluto dominatore in Ungheria, Kaczyński primo in Polonia), non basteranno a formare una nuova maggioranza nel Parlamento europeo.

Di contro si assisterà alla più clamorosa delle euroammucchiate, con una maggioranza tra popolari, socialisti, Alde e verdi, tutti contro il fenomeno sovranista. Dato ampiamente prevedibile. Una “rivoluzione dei popoli europei” che sarebbe evidentemente di difficilissima attuazione, anche in caso di clamorosi scenari positivi verso i “populisti”, con un Parlamento che, anche qualora fosse stato totalmente conquistato dalle forze “rivoluzionarie”, resta un organo con scarsissimi poteri reali. Il segnale delle urne doveva essere un segnale politico, e così è stato, nella consapevolezza che scardinare il potere europeo resta complesso.

Molto più interessanti invece i risvolti in chiave nazionale. Il dato è chiaro e non lascia spazio ad interpretazioni. La Lega vince, i 5 stelle perdono. Fratelli d’Italia vince, Forza Italia perde. Il PD? Pareggia.

Questo in sostanza il verdetto delle urne che hanno decretato la definitiva consacrazione della Lega a guida Matteo Salvini. Un capolavoro politico da parte del leader leghista passato in appena un anno – seppur nella diversità delle due rilevazioni – dal 17 al 34% (per non parlare dei progressi fatti da quando ereditò un partito disastrato, al 4% e sul soglio dell’estinzione).  Resterà ora per i leghisti la non semplicissima gestione del vantaggio per evitare un “effetto Renzi”, ma le armi nelle mani di Salvini restano tantissime. Può infatti continuare col governo spingendo i suoi temi o andare in rottura coi 5 stelle, appoggiarsi al centrodestra classico o cercare l’appoggio in ottica sovranista di Giorgia Meloni. Un enorme ventaglio di possibilità che fanno sicuramente del “capitano” l’uomo che condurrà il ballo della politica italiana di qui in avanti.

Crollano invece clamorosamente i 5 stelle, passati, specularmente agli alleati di governo leghisti, dal 32 al 17%. Difficile dire quale scelta paghino i pentastellati, dall’ammorbidimento delle originarie posizioni anti-establishment alla scellerata campagna elettorale di opposizione interna a Salvini, con un Di Maio tanto posseduto da uno spirito piddino da averne raccolto i frutti in termini di voti. Una posizione, quella attuale del Movimento, che pare di difficilissima gestione, con molti provvedimenti di bandiera già spesi in questi mesi che non sono bastati a fermare un’emorragia da gestire ora avendo un alleato sempre più ingombrante (e che potrebbe scalpitare).

Il Partito Democratico non vince, ma non crolla. E forse è per questo che al Nazareno quasi si festeggia: non per quello che è stato, ma per quello che si è scongiurato. Troppo strutturato il partito per scendere al di sotto di quella che sembra ormai una soglia minima, ma che, ragionando con calma e senza entusiasmi inutili, nulla aggiunge allo scarso risultato del 2018. Se è vero che si passa dal 19% del 4 marzo dello scorso anno al 22,7%, è anche vero che il PD ha riaccorpato al suo interno l’elettorato di un soggetto come Liberi e Uguali, che alle scorse politiche aveva corso per conto suo e ottenuto il 3,4% e oggi non ha seguito Fratoianni nella disastrosa esperienza “La Sinistra”. 19+3=22, un pareggio scialbo che è sbagliato scambiare per vittoria, ma che fa tirare un sospiro di sollievo ai vertici dem, impauriti dal crollo. Il paziente è in cattive condizioni, ma stabile.

Interessante invece quello che accade nel centrodestra. Forza Italia, a differenza di quanto detto prima per il PD, non frena e continua la sua marcia verso il baratro. Si ferma infatti all’8,79%, un risultato incredibilmente basso per un’area che ha a lungo dominato la scena politica italiana e che ora sembra sempre più in confusione, sia ideologica che strategica. Tra alleanze imbarazzanti con la sinistra e dichiarazioni più contro i propri alleati naturali che contro i presunti avversari, il risultato è impietoso. Di non facile gestione a questo punto anche le spinte centrifughe delle voci critiche, su tutte quella di Giovanni Toti.

Chi ha motivo di festeggiare invece, unica vincitrice insieme a Salvini di questa tornata, è Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia aumenta cresce parecchio (unica insieme alla Lega) sia nei voti percentuali che in quelli reali e raggiunge il 6,46%. Un risultato eccellente paragonato alle vecchie percentuali ottenute, che porta in dote al partito della fiamma l’obbiettivo dichiarato dalla sua leader: dimostrare la possibilità di un governo sovranista di destra con la Lega, tenendo fuori Berlusconi. E i numeri hanno detto proprio questo. Una inedita alleanza dei soli Salvini-Meloni potrebbe infatti ottenere oltre il 40% dei consensi. Per non parlare del gioco degli uninominali che potenzialmente potrebbero consegnare il governo del Paese al duo della destra, con un’alleanza sovranista ben più ideologicamente compatta e coesa rispetto a quella del governo gialloverde. Successo dunque, questo di Fratelli d’Italia, che consegna alla Lega un’ulteriore opzione da valutare. A ben vedere, un ulteriore dato estremamente positivo per il vincitore indiscusso del voto: Matteo Salvini.

Non pervenute le altre forze, col tentativo ancora una volta fallito da +Europa, nonostante i “filantropici” investimenti, di raggiungere percentuali rappresentative e con le forze “estremiste” (anche quelle del “pericolo fascista”) ridotte a percentuali a dir poco irrilevanti.

(di Simone De Rosa)

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