Open e l'Ucraina tollerante: ultimo atto di narrazione europeista

Open e l’Ucraina tollerante: ultimo atto di narrazione europeista

“Altro che antisemitismo!”. Così ha giubilato, qualche settimana fa, Open in merito all’elezione in Ucraina di Volodymyr Zelensky, seguendo il filo di una narrazione occidentale costantemente distaccata dalla realtà del Paese.

I revanscismi che richiamano il Terzo Reich sono infatti una costante nell’Ucraina euroatlantizzata. L’orrendo spettacolo nel centro commerciale Gorodok di Kiev – la svastica nella scala mobile – è stato seguito da una marcia trionfale della Nazionali Drijini con i gagliardetti dei veterani dell’ATO e gli stemmi degli “attivisti” di Euromaidan. E proprio nelle immediate vicinanze, in quella stessa Moskovskiy Prospekt di sovietica memoria rinominata, nel 2016, Stepana Bandery Avenue, in onore del collaborazionista dell’UPA.

Simboli non nuovi, ai più attenti: appaiono nelle mani di un tronfio Arsenij Jacenjuk, ex Primo Ministro dell’Ucraina post golpe, durante la sua campagna in Cecenia a sostegno delle brigate salafite. È stato impressionante e pesante come un macigno il silenzio omertoso e complice del mainstream occidentale. Gli sbufalatori di professione stigmatizzarono la vicenda come una ragazzata. Un “simpatico attacco hacker”, per la precisione.

Eppure tali milizie paramilitari reazionarie rappresentano, dal 2014, uno “Stato nello Stato.” Si sono letteralmente sostituite agli apparati di polizia e con la scusa del controllo dell’ordine pubblico reprimono quotidianamente l’autodeterminazione delle minoranze russofone. In cinque anni sono oltre 2300 i monumenti di epoca staliniana andati distrutti. Un vilipendio storico-politico, identitario, prima che fisico, di cui si ricorda il contraccolpo più tragico: il rogo di Odessa.  Il 2 maggio ne è stato proprio il quinto anniversario.

In alcuni video amatoriali, girati alla Casa dei Sindacati, si vede un certo Mykola Volkov. Membro dei banderisti dell’Assemblea Nazionale Ucraina, spara alle persone che si calano dalle finestre nel tentativo di salvarsi dalle fiamme. In altri, invece, registrati il giorno prima, è presente il capo del Consiglio di sicurezza di Kiev, Andrii Parubij, accolto con tutti gli onori da Laura Boldrini il 5 giugno 2017.

Tronfio e allegro, regala all”idolo UE di cui sopra dei giubbotti anti-proiettili. Nonostante questo, e la bandiera ucraina in prima fila che sventola da dentro il luogo oggetto dell’assedio, le maggiori testate seguirono la retorica “umanitaria”. Il Corriere della Sera parlerà di un generico incendio, senza specificarne né l’origine dolosa, né gli autori. Il Fatto Quotidiano, invece, imputerà la responsabilità direttamente alle comunità russofone dietro la regia di Mosca. Giampiero Gramaglia supererà addirittura i limiti della decenza, definendo il tutto una “maxi rissa.”

L’Unità ebbe il coraggio di scrivere che si trattò di un suicidio di massa dei separatisti nonostante un reportage, pubblicato su YouTube, ritraesse membri di Svoboda fabbricare molotov. Tutto questo, però, non ha avuto importanza. La melliflua macchina propagandistica europeista non deve avere sosta, specie se condividi il nome con la nota associazione “filantropica”.

(di Davide Pellegrino)

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