Intervista a Gianfranco De Turris, curatore di "Teoria e pratica dell'arte d'avanguardia"

Intervista a Gianfranco De Turris, curatore di “Teoria e pratica dell’arte d’avanguardia”

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Int: In che modo il pensiero di Evola si coniuga con l’esperienza delle avanguardie artistiche del 900 ed in particolare con il dadaismo?

Come Evola scrive nel Cammino del cinabro sin da giovanissimo i suoi interessi culturali e la sua insoddisfazione per il tempo presente insieme alla sua ansia di “superamento” e alle sue innate capacità artistiche, lo fecero avvicinare alle avanguardie dell’epoca che poi in sostanza erano rappresentate in Italia dal futurismo, da cui si staccò quando scoprì il dadaismo.

Le sue lettere al fondatore, Tristan Tzara, comprese in Teoria e pratica dell’arte d’avanguardia, sono fondamentali per capire questo passaggio. Il dadaismo gli consentì di fare una specie di tabula rasa e di idee preconcette e di luoghi comuni, per poi passare “oltre” ed elaborare una propria “visione del mondo”. Quello era anche il periodo in cui si avvicinò alle correnti “spiritualiste” e stava completando la definione della propria filosofia dell’Idealismo magico con al centro la figura dell’Individuo assoluto: da qui le altre componenti della sua Weltanschauung.

In una delle ultime lettere a Tzara inserì un disegno in cui si vede una iperbole ed una retta che taglia a metà l’immagine, e spiega che quella è la sommità di una esperienza, ma allo stesso tempo la base di una esperienza successiva. Per questo, come afferma in quella sua specie di autobiografia intellettuale, non c’è alcuna contraddizione fra l’essere stato artista d’avanguardia e poi studioso ed esponente della Tradizione.

Intervista a Gianfranco De Turris, curatore di "Teoria e pratica dell'arte d'avanguardia"

 

Int: Cosa intendeva Evola per astrattismo mistico?

Come si legge sempre in Teoria e pratica, nella personale tenuta alla Casa d’Arte Bragaglia nel gennaio 1920 Evola divise i 54 quadri esposti in “tendenze di idealismo sensoriale 1915-1918”, cioè quelli eseguiti sotto l’influenza del futurismo, e “tendenze di astrattismo mistico 1918-1920”, cioè quelli eseguiti sotto l’influenza del dadaismo. Poiché Evola aveva un atteggiamento negativo nei confronti del “misticismo” che intendeva come una predisposizione spirituale passiva e remissiva, qui “mistico” sta per spirituale.

Con queste opere egli intendeva dare una interpretazione appunto spirituale, interiore, di apertura verso il sovrasensibile del dadaismo dopo aver fatto piazza pulita dell’arte “borghese”. Basti pensare che molti quadri di questo periodo, alcuni giunti sino a noi, hanno come titolo generale “paesaggio interiore” con poi un orario (10,30, 16 ecc.), oppure una specificazioni tipo “illuminazione”. Insomma, come fossero improvvise visioni interne del proprio Io, della propria anima. Evola, nei suoi scritti dell’epoca dedicati in genere all’ “arte modernissima” ne teorizza un retroterra culturale, filosofico e spirituale che nessun altro fece.

 

Int: Anche il Futurismo ebbe una certa influenza sulle Evola pittore?

Certo, tanto e vero che il diciottenne Julius frequentò lo studio di Giacomo Balla, ma poi si allontanò dal movimento perché non condivideva i suoi presupposti ideai e politici (ma anche esistenziali) ed in seguito lo criticò. Nel Cammino del cinabro lo spiega bene e riporta anche un battibecco con Marinetti. I risultati pittorici furono però eccezionali considerando le opere che conosciamo come Five o’clock tea, Truppe di rincalzo sotto la pioggia, Mazzo di fori

 

Int: Quali furono i suoi rapporti con il fondatore del dadaismo, Tristan Tzara?

I rapporti furono ottimi, sino che durò la corrispondenza fra i due (1919-1921), che si incontrarono una volta sola a Roma. Evola trovava in Tzara una consonanza di idee e Tzara lo incoraggiò e valorizzò coinvolgendolo in varie sue iniziative. Evola venne anche inserito in esposizioni all’estero e fu tra i “presidenti internazionali” del movimento.

 

Int: Lei ha definito Evola come l’ultimo tabù della cultura italiana. Può spiegarci perché?

Come tutti sanno per tabù s’intende qualcosa di proibito, intoccabile, impronunciabile, inavvicinabile, vietato. Ebbene, Julius Evola per la intellighenzia italiana, per definizione progressista, de sinistra e ovviamente antifascista, è stato quasi sempre tutto ciò, pur non avendo essa praticamente mai letto nulla dei suoi scritti su un qualsiasi argomento (e se per caso li avesse letti non li ha voluti capire), ma basandosi soltanto sui sentito dire, i luoghi comuni, le dicerie, le leggende metropolitane, le etichette, i resoconti giornalistici preconcetti, bollandolo come “razzista”, “nazista” e “fascista”, “teorico del terrorismo nero”. Ovviamente bistrattato quando era vivo, ma anche dopo la morte.

Per la verità nel 2007 scrissi la introduzione al volume di interviste curate da Marco Iacona, Il Maestro della Tradizione edito da Controcorrente, in cui affermai che Evola era “un po’ meno tabù”. Infatti, all’epoca sembrava che le cose stessero cambiando in positivo nell’ambito della cultura italiana, ma durò poco, purtroppo. Oggi la situazione sembra quasi peggiorata, nonostante che di Evola si parli parecchio, i suoi libri escano con regolarità e si vendano sempre (assai più dei libri di certi pensatori progressisti, come rilevava tempo fa La Repubblica con rammarico astioso), i convegni su di lui si susseguano, ma gli “intellettuali” hanno nei suoi confronti una specie di paura irrazionale al punto che invece di parlarne negativamente (quello lo lasciano fare ai polittici da strapazzo e ai giornalisti orecchianti) preferiscono ignorarlo.

E anche per l’uscita di un’opera oggettivamente importante per la storia del dadaismo e dell’arte italiana come questo di cui ci occupiamo, non sono riusciti a superare i propri pregiudizi. Vale per loro soltanto il rancore ideologico: se sei etichettato fasciata, nazista, razzista come costoro pensano che Evola sia pur non avendolo mai letto, ebbene vade retro, non se ne parla, non esiste. Così l’ufficialità, che ha bisogno sempre di un “nemico” ideologico per convincersi di essere dalla parte del bene e del giusto.

Ma le persone di vera cultura non si fanno influenzare anche se magari all’esterno questo interesse si nota poco, ma il fascicolo speciale dedicato a Evola del mensile bibliografico la Biblioteca di Via Senato dell’ottobre scorso dimostra come invece intorno al suo nome, per i 120 anni dalla nascita, si possano riunire voci serie e autorevoli e si può confezionare un corposo fascicolo che giunge a biblioteche, accademie, scuole, università, istituzioni culturali.

In Italia si “sdoganano” anche gli ex terroristi assassini delle Brigate Rosse che scrivono e presentano i loro libri , ma Evola proprio no, perbacco! Ma la damnatio memoriae ideologica in un mondo digitale non funziona più, per fortuna.

(intervista di Emilio Bangalterra)

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