Conservatori Usa: "Dobbiamo imparare a convivere con Assad"

Conservatori Usa: “Dobbiamo imparare a convivere con Assad”

Sembra solo ieri che Bashar al-Assad pianificava il suo eventuale esilio. Prima che Putin mandasse i suoi soldati a sostegno, il Presidente siriano viveva ogni giorno in stato di assedio. Decine di migliaia di soldati siriani disertavano. I suoi ufficiali alawiti spegnevano i fuochi in ogni angolo della regione. E Assad stesso poteva sentire le esplosioni fuori dalla sua finestra. L’umore dell’epoca può essere meglio descritto da quanto ha detto l’allora ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir: Assad può andarsene con le buone o con le cattive, ma deve andarsene.

La sua dipartita, ovviamente, non è mai avvenuta. Tre anni e sei mesi dopo la dichiarazione di Jubeir, Riad, Abu Dhabi, Ankara, Londra, Washington sono rimasti con un pugno di mosche in mano. Nonostante i fiumi di denaro in armi, rifornimenti, supporto politico all’opposizione siriana. Bashar al-Assad non solo è sopravvissuto, ha trionfato sui suoi nemici. Certo, la Siria è in rovina, con migliaia di morti, città ridotte in polvere, metà della sua popolazione dispersa e quasi 400 miliardi di buco di bilancio. Ma lui è ancora al suo posto. Può ringraziare i russi e gli iraniani per questo: senza il loro aiuto, a quest’ora la sua testa sarebbe sulla picca.

Per i governi europei e arabi che hanno scommesso sulla sua sconfitta, la sopravvivenza del regime porta una nuova serie di problemi. La questione non è più come gestire al meglio il rovesciamento Assad. Per quanto possa dispiacere, lui ha vinto la guerra civile. Quindi, come bisogna farci i conti, adesso?

La politica ufficiale dell’Unione Europea e della Lega Araba resta la stessa. Per loro Assad rimarrà un paria e continuerà ad essere trattato come un fuorilegge fino a quando non accetterà di negoziare coi suoi nemici per una nuova costituzione. L’UE ha informato il regime di Assad che nessun soldo europeo sarà messo a disposizione per la ricostruzione, se non parteciperà in buona fede al processo guidato dalle Nazioni Unite. Anche se la Lega Araba è stata meno diretta, le possibilità che la Siria si unisca di nuovo all’organizzazione sono basse. Poiché la Lega prende decisioni solo all’unanimità, Riad da sola può impedire la normalizzazione politica di Assad.

Alcuni governi, tuttavia, stanno rivalutando questa politica. Gli Emirati Arabi Uniti, un paese che spesso va di pari passo con i sauditi, ha riaperto la propria ambasciata a Damasco lo scorso dicembre. Anwar Gargash, ministro degli esteri degli EAU, ha detto al Washington Post che non ha senso strategico per il mondo arabo permettere a turchi, iraniani e russi di dettare le regole in Siria.

Meglio cercare di riportare Assad nella sfera araba piuttosto che permettere a Teheran di trincerarsi ancor di più nel cuore della regione. È una posizione puramente pragmatica che sta prendendo piede anche in altre capitali arabe. Riconoscendo che la vittoria di Assad è quasi definitiva, Baghdad e Amman hanno riaperto i loro confini e ristabilito le rotte commerciali che erano state chiuse durante la guerra.

Gli europei sono confusi. Inghilterra, Francia e Germania sono restii a cambiare l’attuale politica europea nei confronti della Siria. Essi interpretano qualunque apertura verso il paese come una capitolazione moralmente inaccettabile verso un criminale di guerra. Come ha rimarcato un diplomatico UE, “la situazione geopolitica attuale non è quella giusta per prendere mano al libretto degli assegni. È una questione di pressione politica, e noi non possiamo buttare l’unico strumento di pressione politica che abbiamo”.

Le grandi potenze europee non sono pronte a sacrificare la risoluzione ONU 2254, la quale avrebbe dovuto creare un processo di transizione politica in Siria che avrebbe condotto a elezioni supervisionate.

Ci sono altri paesi nel continente, tuttavia, che vedono la risoluzione 2254 come una lettera morta. I governi nazionalisti di Italia, Polonia, Austria e Ungheria sono più preoccupati di rimpatriare i rifugiati siriani, che di fare pressione su Assad con nuove sanzioni. La coalizione populista di Roma vede Assad come una possibile soluzione al problema dei rifugiati.

I britannici e i francesi potrebbero essere inorriditi all’idea di normalizzare Assad, specialmente dopo che hanno passato anni a chiedergli di fare un passo indietro, ma nulla di tutto ciò può impedirgli di ignorare come si è svolta la guerra e a che punto è giunta ora. Il regime ha vinto il conflitto, i presunti moderati hanno perso, e gli ufficiali siriani non hanno alcun interesse a compromettersi con loro. Anche se il regime sarebbe felice di accettare il denaro straniero, vuole vedere se continueranno a chiedere la riforma del sistema.

Quando è scoppiata la guerra civile e l’esercito siriano ha iniziato ad usare l’artiglieria pesante, mantenere l’unità contro Assad era facile. Ma ora che Assad ha sconfitto i suoi oppositori armati, i paesi che un tempo davano per scontata la caduta di Damasco devono confrontarsi con la realtà e lavorare con un Presidente che un tempo pensavano avrebbero processato per i suoi crimini.

(da The American Conservative – Traduzione di Federico Bezzi)

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