Questa Brexit non s'ha da fare?

Questa Brexit non s’ha da fare?

Wenstminster dice di no, e per la seconda volta. L’accordo di Theresa May per l’uscita della Gran Bretagna dalla UE non va bene: 391 contrari, 242 favorevoli. Come non andava bene a gennaio, quando con numeri simili il Parlamento espresse il primo rifiuto (432 a 202). Continua a profilarsi il più angosciante dei quesiti: questa Brexit non s’ha da fare?

“No deal” or yes, il voto del giugno 2016 sembra lontanissimo, anni luce. E già da prima di gennaio erano in diversi a pensare che un secondo referendum sulla Brexit fosse possibile. La stessa May lo ha “provocatoriamente” chiesto dopo la votazione. La Camera dei Comuni reagisce con confusione, ma si odono distintamente degli “Yes” che non lasciano trasparire nulla di buono.

Per lo meno per i valori democratici che l’universo progressista difende a parole un giorno sì e l’altro pure. Su riviste come Internazionale l’acquolina è già alla bocca dai mesi scorsi, quando in delirante editoriale Bernard Guetta scriveva che sulla “complessità” riguardante gli accordi o meno per uscire dall’Unione il popolo britannico “non è stato consultato”, e che quindi ” in questo senso, a non essere democratico sarebbe il mancato ritorno alle urne per chiedere il parere della popolazione”, facendo una sorta di outing il rigo dopo: “Se questa è la democrazia, allora tanto vale tornare alla monarchia assoluta o passare all’oligarchia, almeno le cose sarebbero chiare”.

Ne deduciamo che ad esempio, i no francesi del 2005 alla Costituzione Europea o quelli irlandesi del 2008 al Trattato di Lisbona (a sua volta nuova versione del Trattato di Nizza) potevano all’epoca essere ridiscussi il giorno dopo senza le modifiche che poi permisero alla ratifica di passare praticamente in tutta l’Unione, visto che ai transalpini – ad esempio – si permisero di chiedere soltanto “Approvate voi la proposta di legge che autorizza la ratifica del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa?“. E la complessità di ogni singolo articolo del trattato? I contenuti dettagliati? Dove li mettiamo?

E che dire sul referendum nostrano per lo smantellamento delle trivelle estrattive nel 2016? Niente quorum, ma il popolo italiano è stato realmente consultato su ogni singolo aspetto tecnico della questione? Siamo sicuri?

Ogni votazione referendaria si basa su elementi sintetici ed è veramente difficile – se non impossibile – rendere consapevoli masse enormi di cittadini di ogni singolo dettaglio o possibile evoluzione di una scelta. Specialmente se non si può prevedere il futuro, visto che nessuno poteva chiedere al popolo su una divisione che il Parlamento stesso avrebbe palesato dopo il referendum stesso. La verità è che con questo principio ogni votazione potrebbe essere ridiscussa, praticamente sempre, a seconda di quanto ci faccia comodo o meno.

E l’altrettanta amara verità, in questo caso, è che per gli ambienti globalisti, liberisti, oltre che per tutta la stampa che regge loro il moccolo, l’opzione più comoda è quella invocare un secondo voto britannico e addirittura avere pure il coraggio di spacciarlo per democratico. Perché questa Brexit non s’ha da fare. Perché non è mai stata accettata, nonostante i sermoni che il pensiero dominante ci propina ogni giorno sul rispetto della volontà popolare, da santificare solo finché mantiene lo status quo. Nonostante qualcuno, a Londra, abbia manifestato lo scorso dicembre chiedendo il rispetto del voto.

Se realmente avvenisse, la figuraccia per l’immagine delle democrazie rappresentative occidentali – già compromessa negli ultimi anni – sarebbe storica. In un certo senso, sperarlo non sarebbe così assurdo. Per mettere ancora una volta i sedicenti democratici di fronte alla loro infinita ipocrisia. Stavolta dichiarata, esplicita, ben più che in passato.

(di Stelio Fergola)

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