Realtà e nichilismo: intorno a Michel Houellebecq

Realtà e nichilismo: intorno a Michel Houellebecq

Genio, ciarlatano, profeta, reazionario: intorno alla figura di Michel Houellebecq si scrive davvero di tutto. La maggior attrattiva dei suoi romanzi sta nel mettere nero su bianco la realtà che stiamo vivendo, esaltandone consapevolmente le tinte più cupe. Un nichilismo di maniera, potremmo dire, ripetitivo ma efficace al tempo stesso.

Houellebecq non apre nuovi sguardi sulla realtà, sempre che non si consideri seriamente la sua “preveggenza”; preferisce servire con la sua prosa gelida, secondo molti “politicamente scorretta”, la vita così com’è, nella sua disperata nudità. “Estensione del dominio della lotta”, pubblicato nel 1994, non è certamente un valido suggerimento di lettura: per pagine e pagine, malgrado la brevità del libro, non vi si trova nulla di interessante.

Il protagonista, analista programmatore in una società informatica, non accorda alcun senso alla sua esistenza; non gli resta, dunque, che lamentarsi di un mondo che non gli piace, della società disgustosa, della nauseante pubblicità e della vomitevole informazione. Non segue, ovviamente, nessuno sbocco verso il numinoso, ma una completa paralisi emotiva; ad un collega di lavoro, Tisserand, ripetutamente deluso dai fallimenti negli approcci sessuali, consiglia con nonchalance di vestire i panni dell’assassino e inseguire con un coltello la ragazza che lo aveva da poco rifiutato per ucciderla insieme al suo compagno di una notte.

Il collega, una volta fallito anche questo proposito, deciderà poi di suicidarsi una volta per tutte schiantandosi con la sua automobile. Un diverso destino spetterà al protagonista, a cui verrà diagnosticata, presso una clinica per persone gravemente disturbate, la depressione. Ma le riflessioni che in quest’opera sono degne di attenzione, riguardano il rapporto tra la sessualità, la gerarchia sociale e i sistemi economici; il liberalismo incontrollato e liberalismo sessuale, per esempio, producono fenomeni analoghi di depauperamento assoluto, come li definisce l’autore.

“In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono a più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l’adulterio sia proibito, tutti riescono più meno a trovare il proprio compagno di talamo. In situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società”.

Questi passaggi saggistici, negli scritti di Houellebecq, sono interessanti spunti di riflessione, funzionali alle trame dei suoi libri – mutatis mutandis molto simili tra loro – per dar conto della condizione vissuta da una umanità in cui prevale la bassezza, l’occasionalità, la tristezza accompagnate alla fragilità emotiva, l’inettitudine e il fallimento.

I suoi personaggi sono dei perfetti falliti, motivo per cui l’autore, agli occhi di molti, non risulta credibile: cos’ha a che fare, si chiedono alcuni suoi detrattori, con gli apatici e i depressi uno scrittore che ha ottenuto grande successo fin dal suo primo romanzo? Da qui, il sospetto che l’autore si dilunghi in un atteggiamento ben ragionato da posatore; per un verso, attento alla costruzione di narrazioni che accontentino il pubblico plaudente e per l’altro accortissimo a scovare le trovate di marketing meglio riuscite per far vendere i propri libri.

Tuttavia, posatore o meno, in un’opera come “Le particelle elementari” trova spazio una sincera disperazione. È anche uno degli scritti in cui Houellebecq, con ottima agilità filosofica, muove dalla seduzione verso Schopenhauer a quella per il positivista, citato in diverse occasioni, Auguste Comte. I protagonisti del romanzo, Michel e Bruno, fratellastri, vivono un’atrofia percettiva che ostacola le loro relazioni interpersonali, in special modo con Annabelle e Christiane, le donne che entreranno a far parte delle loro vite per poi, devastate da problemi fisici irrisolvibili, optare al suicidio. Come nel caso di Tisserand in “Estensione del dominio della lotta”, i decessi vengono accolti con completa indifferenza dai protagonisti.

L’incapacità di provare sentimenti, infatti, conduce Michel, biologo rinomato, a vivere la propria esistenza dedito al progresso della conoscenza umana senza che gli sia mai dato modo di conoscere davvero l’amore; mentre, l’ossessione per la sessualità di Bruno – ridotta unicamente al piacere generato da stimolazioni epidermiche scatenate dai corpuscoli di Krause – diviene l’obiettivo principale della sua vita. Ma questa forma di libido, come vuole Lacan, non si accontenta della soddisfazione: il desiderio si conserva e la ricerca di nuove donne diventa una sete costante. E basta sostituire la parola “donne” con la parola “merci” per comprendere che Houellebecq ci sta narrando il meccanismo di funzionamento del capitalismo, una volta interiorizzato e divenuto parte della struttura psichica dell’uomo contemporaneo.

Siamo uomini usa e getta, nel rapporto con noi stessi e con gli altri; dedichiamo tempo alle cure del corpo, fin quando un’analisi razionale ci porta a capire che le gioie fisiche che si annunciano per il nostro futuro sono minori rispetto a quanto lo siano le sofferenze: allora arriva il momento di farla finita, di gettarsi via, di suicidarsi. Ma è solo una delle molteplici conseguenze di una “mutazione metafisica”, ossia una trasformazione globale adottata dalla gran parte degli uomini, che li ha portati a decurtare amore, tenerezza, fratellanza.

Ed è proprio la perdita di un amore tra le motivazioni per cui Florent-Claude Labrouste, il protagonista di “Serotonina”, è costretto alla regolare assunzione di Captorix, un antidepressivo che, favorendo il rilascio della serotonina, permette ai pazienti le comuni ritualità di una vita normale, salvo procurare effetti collaterali quali nausea, scomparsa della libido e impotenza. La domanda che soggiace per tutto il libro può essere questa: quale riparo dalla spietatezza del Contemporaneo può ricevere una vita senza amore? Nessuno, forse. Ed è proprio nel ricordo di una donna perduta e ancora amata, Camille, che Florent attraversa le proprie pene interiori.

Qualcuno ha sostenuto che questo romanzo è da considerarsi il testamento di Houellebecq. Non per forza, ma potrebbe esserlo; le ultime righe, in fondo, sembrano le parole di chi – come Cristo – riconsegna il proprio spirito nelle mani di Dio, introducendo nel mondo quella speranza che i dolori della croce parevano aver annientato:

“In realtà Dio si occupa di noi, pensa a noi in ogni istante, e a volte ci dà direttive molto precise. Questi slanci d’amore che affluiscono nei nostri petti fino a mozzarci il fiato, queste illuminazioni, queste estasi, inspiegabili se consideriamo la nostra natura biologica, il nostro statuto di semplici primati, sono segni estremamente chiari.
E oggi capisco il punto di vista di Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto. È proprio necessario, per giunta, che dia la mia vita per quei miserabili? È proprio necessario essere così esplicito?

Parrebbe di sì”.

(di Enrico Ildebrando Nadai)

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