Irlanda del Nord, scenari presenti e futuri: intervista a Giuseppe Cappelluti

Irlanda del Nord, scenari presenti e futuri: intervista a Giuseppe Cappelluti

Giuseppe Cappelluti, nato a Monopoli (BA) nel 1989, ha vissuto in Estonia, Russia, Turchia e Irlanda del Nord, dove attualmente risiede. Laureato magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha recentemente conseguito un Master in Relazioni Internazionali d’Impresa: Italia – Russia presso l’Università di Bologna. Pubblicista dal 2013, nel corso della sua attività si è occupato di tematiche storiche, sociali ed economiche relative soprattutto all’area eurasiatica, ma ha sempre mostrato un forte interesse per le realtà sociali, storiche e politiche dei luoghi in cui ha vissuto. Collabora con Eurasia. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista.

Dopo l’autobomba di qualche giorno fa a Derry, nell’Irlanda del Nord il clima sembra essersi fatto nuovamente rovente. Eppure si parla poco di questa controversa realtà di quasi 2 milioni di abitanti. Giuseppe, tu che vivi nella capitale, cosa puoi dirci delle forze politiche in gioco, dei precari equilibri di questo Paese con i loro vicini e dei rapporti religiosi che ancora oggi hanno una grande portata politica In questi territori?

Il Nordirlanda è sempre stato una realtà fortemente polarizzata. Da un lato i cattolici, perlopiù nazionalisti e quindi favorevoli all’Irlanda unita; dall’altro i protestanti, molti dei quali si sentono britannici. In passato, com’è noto, questi due gruppi si sono fatti la guerra; oggi la situazione è pacifica, ma le tensioni restano. Tengo a sottolineare che il fulcro delle tensioni non è la religione, che nella prassi ha un peso marginale, bensì l’identità. Ma, come ad esempio in Bosnia, esiste una relazione diretta tra background religioso e identità.

Il conflitto, però, è finito da vent’anni ormai. Non sono sufficienti affinché si sviluppi una qualche identità condivisa, o quantomeno un voto di coscienza anziché di appartenenza?

Ci sono protestanti che non vedono di buon occhio i partiti unionisti e cattolici che magari non si dichiarano unionisti, ma che di fatto sono contenti di restare nel Regno Unito. Così come esistono partiti che non si dichiarano né unionisti né nazionalisti, primo tra tutti l’Alliance. Ma i partiti principali restano Sinn Féin e il DUP. Non si tratta di una mera contesa politica tra un partito della sinistra radicale e uno della destra conservatrice. Sinn Féin, per i protestanti, è l’ex braccio politico dell’IRA; il DUP, per i cattolici, è il partito del Reverendo che diede dell’Anticristo al Papa. Tutto il resto, ad esempio la politica economica e quella sociale, passa in secondo piano.

Quindi?

Un protestante progressista, che sostiene aborto e matrimoni gay, non vota Sinn Féin ma l’Alliance. O i Verdi. Stesso discorso per un cattolico conservatore, pro-life e per la famiglia tradizionale. In un altro Paese, molto probabilmente, il suo voto andrebbe all’equivalente locale del DUP, ma nel Nordirlanda voterà al più SDLP (un partito nazionalista moderato, nda), che sui temi morali è leggermente più conservatore di Sinn Féin. I cattolici dichiaratamente unionisti, e i protestanti dichiaratamente nazionalisti, sono merce rara.

Come si pongono le varie fazioni per quanto riguarda la Brexit?

La Brexit ha fatto riemergere le ben note spaccature all’interno della società nordirlandese. Come in tutta Europa, anche in Nordirlanda esiste un’élite secolarizzata e globalista. Si tratta di quel circa dieci per cento che vota Alliance, o Verdi, e che di fatto ha fatto sì che nel Nordirlanda vincesse il Remain. Ma, nella prassi, anche quello per la Brexit è stato un voto settario. I Cattolici hanno votato perlopiù Remain; i Protestanti hanno votato perlopiù per il Leave. E, con le trattative per la Brexit, queste divergenze si sono acuite. Il problema maggiore è che il Regno Unito mira ad uscire dall’Unione Doganale europea, per poter avere una politica commerciale autonoma. Ed è praticamente impossibile conciliare quest’ultima col mantenimento di un confine aperto tra il Nordirlanda e il resto dell’Irlanda, visto che la Repubblica non ha alcuna intenzione di uscire dall’Unione Doganale europea per creare una nuova unione doganale con Londra.

Da cui il backstop…

Esattamente. Per Sinn Féin, e più in generale per i nazionalisti irlandesi, è stato basilare combattere per un accordo che prevedesse questa sorta di assicurazione contro qualsivoglia nuovo controllo al confine tra le due Irlande, sia per motivi simbolici, sia perché ciò li allontanerebbe dalla prospettiva di un’Irlanda unita. Il backstop, però, implicherebbe nuovi controlli per le merci che circolano tra il Nordirlanda e il resto del Regno Unito, e il DUP sa bene che cosa implicherebbe: un Nordirlanda più vicino a Dublino che non a Londra, e la possibilità per i nazionalisti irlandesi di promuovere la riunificazione irlandese anche su un piano razionale.


In che senso?

Il Nordirlanda, in caso di backstop, si troverebbe costretto ad accettare regole decise a Dublino e a Bruxelles senza avere alcuna influenza, in quanto il Nordirlanda rimarrebbe parte del Regno Unito e quindi fuori dall’UE. In più, mentre gli scambi col Regno Unito risulterebbero penalizzati, quelli col resto dell’Irlanda e della UE vivrebbero una crescita. A questo punto, per i nazionalisti irlandesi, diventa quasi naturale promuovere l’Irlanda unita come una conseguenza logica. D’altro canto, è del tutto improbabile che i nazionalisti irlandesi si accontentino del backstop. A scaldare i cuori dei nazionalisti non è il confine aperto tra le due Irlande, ma l’idea di un’unica Irlanda, in cui Belfast magari godrebbe di uno statuto speciale, ma si troverebbe sotto Dublino e non sotto Londra.

L’accordo firmato dalla May, che prevede il backstop, è però impopolare non solo tra gli unionisti irlandesi, ma anche tra buona parte dei sostenitori della Brexit. E mentre da Dublino il Vicepremier Simon Coveney ha più volte dichiarato che non intende fare marcia indietro sul backstop, la prospettiva di un no deal si fa sempre più concreta. Ma un no deal renderebbe indispensabile una qualche infrastruttura al confine. Cosa succederebbe in Nordirlanda in caso di no deal?

Per prima cosa, si spaccherebbe il fronte nazionalista. Sinn Féin, in questo caso, si troverebbe tra due fuochi: da un lato i nazionalisti moderati dell’SDLP e i liberali dell’Alliance, dall’altro i Repubblicani dissidenti. I primi punterebbero il dito contro l’astensionismo dei sette deputati di Sinn Féin, che se partecipassero alle sedute renderebbero molto più difficile la vita del governo May (l’attuale governo britannico ha la maggioranza solo grazie ai dieci deputati del DUP, nda); i secondi criticherebbero la via legalitaria perseguita dal partito dopo l’Accordo del Venerdì Santo, e non pochi di loro sarebbero pronti a riprendere le armi. Ma non penso ci sarà un ritorno alla situazione dei Troubles: le discriminazioni (contro i Cattolici, nda) di un tempo non ci sono più, e per i più il ritorno del confine non sarebbe una giustificazione sufficiente per tornare alle armi.


Cosa accadrebbe invece in campo unionista?

L’esatto contrario. Il DUP si presenterebbe come il salvatore dell’Ulster britannico, e non mi stupirei se alle prossime elezioni superasse il 40%, marginalizzando i moderati dello UUP. In più, in caso di crescita dei gruppi repubblicani dissidenti, il DUP potrebbe presentarsi come il partito dell’ordine e tentare tra i cattolici qualcosa di simile a quanto fatto negli ultimi anni dalla Lega al Sud. Molto, però, dipenderà anche dall’esito complessivo della Brexit, e da quanto, ad esempio, i futuri governi britannici saranno in grado di compensare le perdite negli scambi con l’UE con nuovi legami con gli USA, i Paesi del Commonwealth e le economie emergenti.

(di Emilio Bangalterra)

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