Chef, TV e il pericolo del cibo come fine

Chef, TV e il pericolo del cibo come fine

L’enorme varietà eno-gastronomica italiana, unita alla proverbiale creatività dei nostri chef, fa del Bel paese un paradiso per gli amanti della buona cucina. Naturale quindi che grazie a questo ambiente favorevole, nascano scuole, corsi, ricette fantasiose e che tutto ciò poi, venga naturalmente sublimato in rappresentazioni televisive per il grande pubblico. Fin qui tutto bene quindi, o quasi.

Come affermava Paracelso infatti, “E’ la dose che fa il veleno”. In buona sostanza non è il programma televisivo dedicato alla cucina il problema in sè, il nocciolo della questione è invece, la quasi monopolizzazione del palinsesto televisivo e la diffusione a macchia d’olio di questo format di programmi.

Una società che trasforma cuochi capricciosi in star da invidiare e imitare, è la fotografia più nitida di una civiltà che ha deposto i propri eroi a favore di nuovi modelli di riferimento e che evidenzia quindi, le ovvie sovversioni di valori che questo comporta. Questo quadro mette in luce una polarità che attrae verso il basso e che tende cosi ad appiattire le più alte facoltà umane, equiparandole ai bisogni dello stomaco.

Lo stesso quadro infine, esalta una visione del mondo che strizza l’occhio al pensiero Freudiano che vede nell’uomo una sorta di animale in balia delle proprie pulsioni da sfogare.

È facile notare infatti, come siamo costantemente immersi in un ambiente in cui la tentazione è perenne e dove lo stesso enfatizza le spinte dei bisogni primari dell’Es, anzichè rafforzare le strutture dell’Io, per dirla sempre con Freud. Il risultato è che nessuno conosce più i simboli della nostra storia, ma tutti si ricordano il nome dello chef più alla moda del momento! Sempre meno conoscenza di se stessi e delle proprie radici, sempre più attenzione verso i propri sensi e il godimento immediato.

Naturalmente non c’è nessuna volontà di sferrare attacchi frontali al fantastico mondo della nostra miglior tradizione culinaria, sia chiaro, è giusto ripeterlo, l’obiettivo è invece accendere una consapevolezza maggiore per comprendere meglio quali siano i meccanismi fondamentali che regolano la nostra quotidianità, la stessa che ci vede sempre più come spettatori passivi ammaliati da continui stimoli; poco conta poi che questi stimoli premano su bisogni fisici di base.

È bizzarro, ma in realtà complementare al fenomeno appena descritto, notare che proprio in un momento storico come quello attuale, in cui il cibo è il protagonista indiscusso dei media, osserviamo purtroppo la continua ed inarrestabile crescita dei disturbi alimentari nella nostra ricca società; fenomeno che sembrerebbe quindi simboleggiare una distorsione del rapporto autentico tra uomo,cibo e benessere.

L’essere umano vive in città, mangia senza fame e beve senza sete, si stanca senza che il corpo fatichi, ricorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai” – con queste parole il grande alpinista Walter Bonatti descriveva già diversi anni or sono, lo stile di vita non naturale dell’uomo moderno. Il cibo infatti, come la materia in generale, se non sottoposta allo spirito, o quantomeno all’etica, può essere veramente distruttivo e perdere la sua reale utilità.

Si rischia quindi di mangiare continuamente per consolarsi e farsi compagnia, così come si rischia di smettere di mangiare per uno svilimento della propria vita. In sostanza, si tenta di colmare un vuoto esistenziale, rafforzato dai continui stimoli di una società che continua incessantemente a proporre tentazioni nuove, innescando quindi un circolo vizioso autodistruttivo che allontana sempre più ogni uomo, dalla sua parte più vera ed autentica, li dove vi è realmente la fonte del proprio benessere psicofisico.

Ecco perchè sarebbe importante ridimensionare il mondo dei cuochi e dei fornelli, ampliando parallelamente lo sguardo sui veri bisogni dell’essere umano, perchè non siamo solo consumatori schiavi della forchetta o bestie in preda a pulsioni, con buona pace di Freud.

Godiamoci la buona cucina, ma ridiamo la giusta importanza al cibo, che dovrebbe essere un mezzo che sostiene la nostra vita, non il fine della stessa.

(di Marco Terranova)

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