Di Maio ha ragione: la rovina dell'Africa è il Franco CFA

Di Maio ha ragione: la rovina dell’Africa è il Franco CFA

Il CFA, originariamente, era chiamato “Franco delle colonie francesi d’Africa”. Ad escludere qualsiasi principio di solidarietà è già l’etimologia della parola stessa. Lo capirebbe anche un bambino. Ma andiamo oltre, procediamo ad un’analisi tecnica elementare anche per le capacità di apprendimento di Repubblica e PD.

I criteri che storicamente disciplinano questa valuta sono la libera trasferibilità, convertibilità e centralizzazione degli scambi. In Paesi come Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon, in virtù di tassi di risparmio rasenti allo zero, favorisce nient’altro che la fuga di capitali all’estero.

Più denaro è nelle mani di privati o enti stranieri più stretto è il cappio al collo del debito. Semplice matematica. Quindi non solo si vedono depredati delle risorse, ma sono pure costretti a riacquistare e riscattare la propria moneta a tassi di interesse altissimi e con una valuta forte. Su un totale di 10 miliardi di esportazioni, ad esempio, più della metà finisce nei depositi di Parigi come “riserva in valuta estera”. Un meccanismo infernale.

Ogni leader che, nella storia, lo ha rifiutato è stato ucciso o rimasto vittima di colpi di Stato. Pensiamo a Mu’ammar Gheddafi o Thomas Sankara. Coloro che, al contrario, ne hanno supinamente accettato i precetti sono sostenuti e ricompensati con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione, condizioni funzionali agli interessi usurai dell’Eliseo.

Il fenomeno migratorio che inevitabilmente ne consegue, infatti, diviene la sua arma per far morire qualsiasi intenzione di tali Stati di staccarsi dalle sue logiche imperialiste e raggiungere una forma di sovranità o autodeterminazione. Perché è il panafricanismo la soluzione del continente nero. C’è un filo conduttore che unisce la Gran Jamāhīriyya Libica Popolare Socialista alla rivoluzione contro Jean-Baptiste Ouédraogo. Entrambe le esperienze sono state represse perché convinte che per eliminare i lasciti coloniali dell’Africa fosse massima priorità avviarne un processo di unione che la staccasse dalle logiche del dollaro e del franco tramite una creazione di una valuta propria diretta concorrente.

Il dogma imperativo per arrivarvici – si legge nei loro scritti – era la “decolonizzazione della mentalità africana”. Accendere al suo interno il focolaio rivoluzionario. Con 40 anni di anticipo avevano capito i secondi fini dell’umanitarismo occidentale di questi infausti tempi. Spronare l’africano a partire per cercare fortuna altrove vuol dire ritenerlo incapace persino di ribellarsi all’oppressione e nasconde il messaggio secondo cui la sua terra è brutta, povera, non degna di un futuro.

Una forma di razzismo politicamente corretta che finisce per fare gli interessi dei saccheggiatori. “Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente anziché militarmente poiché strategia più flessibile, più efficace, e meno costosa”. Non esiste cosa più lungimirante mai sostenuta. Parigi convochi tutti gli ambasciatori che vuole, Luigi Di Maio ha perfettamente ragione.

(di Davide Pellegrino)

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