Juncker, euro e lacrime di coccodrillo

Juncker, euro e lacrime di coccodrillo

Un coccodrillo che piange, un sodale che gli dà man forte: questa è la storia che sta per essere raccontata.

« Durante la crisi del debito c’è stata dell’austerità avventata , ma non perché volevamo sanzionare chi lavora e chi è disoccupato: le riforme strutturali restano essenziali. Non siamo stati sufficientemente solidali con la Grecia e con i greci. Li abbiamo insultati. Mi rammarico di aver dato troppa importanza all’influenza del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, mi rallegro di constatare che la Grecia, il Portogallo ed altri Paesi hanno ritrovato, se non un posto al sole, almeno un posto tra le antiche democrazie europee».


Questo è il succo del discorso che Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, ha recentemente tenuto al Parlamento di Strasburgo per festeggiare i vent’anni dell’euro, la moneta unica che dal 1999 (a livello finanziario, dal 2002 a livello di moneta contante) è in vigore. Egli lo ha definito un successo, nonostante tutti i catastrofismi e le avvertenze che, a lui ed agli altri “padri fondatori”, avevano rivolto in molti – economisti americani su tutti – sul fatto che non avrebbe funzionato. Per utilizzare parole oramai note, essi hanno messo in atto una «faustiana pretesa», quella di una moneta senza Stato: tuttavia, occorre anche sottolineare che erano sinceramente consapevoli della natura limitante ed anti-democratica – per usare un eufemismo – di questa operazione, come peraltro ha pubblicamente ammesso uno dei suoi propugnatori, Giuliano Amato.


In ogni caso, le parole del politico lussemburghese sono state – come dire? – incalzate ulteriormente da quelle del presidente della BCE, Mario Draghi, il quale si è spinto ad affermare che l’euro ha protetto i Paesi che l’hanno adottato dai dissesti finanziari del mondo globalizzato, dando loro quella sovranità monetaria indispensabile per sopravvivere: per quanto, tuttavia, ad alcuni i suoi benefici non siano giunti.


Il vicepremier e leader del MoVimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha replicato duramente, sul Blog delle Stelle, al Presidente della Commissione: «Juncker e tutti i suoi accoliti hanno devastato la vita di migliaia di famiglie con tagli folli […]. Dopo anni in cui ha benedetto i tagli in nome dell’austerità, adesso parla di “austerità avventata” e di aver dato “troppo influenza al Fondo Monetario Internazionale” e “poca solidarietà nei confronti della Grecia”.

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Insomma l’austerità è stata fatta per sbaglio, è stata avventata “non certo perché volevamo colpire chi lavora o chi è disoccupato”. Invece è proprio quello che hanno fatto, con le loro politiche economiche scellerate ed ingiustificate».


Al di là della sacrosanta risposta che gli è stata data, val la pena soffermarsi un attimo di più sulle affermazioni di Juncker, ed analizzarle all’interno di un quadro sistemico. Egli si è detto profondamente dispiaciuto di aver esagerato con l’austerità in Grecia e di averne irriso i cittadini, strozzati dai pacchetti di aggiustamenti strutturali: eppure, è doveroso ricordare che proprio lui fu tra i protagonisti nell’impari braccio di ferro che costrinse il governo greco a cedere ai diktat della Troika.

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La quale, incidentalmente, arrivò nel Paese per abbattere il rapporto fra debito pubblico e PIL [come se quest’unico parametro potesse misurare il benessere di una popolazione: un parametro – le dimensioni del debito pubblico di uno Stato – su cui, peraltro, molti stanno facendo marcia indietro, leggasi un articolo sul blog Alphaville del Financial Times-attraverso la ricetta dei tagli alla spesa pubblica: una “cura ricostituente” che ha fatto schizzare il succitato rapporto dal 126% a quasi il 180%.


Una mancanza di comprensione e sensibilità – se così ci si può esprimere, riferendosi al “mea culpa” dello stesso Juncker – cui ha invece sempre fatto da contraltare una grande magnanimità, una qual certa propensione, nei confronti delle multinazionali. Infatti, quando egli era alla guida del Granducato di Lussemburgo, lo trasformò in un vero e proprio paradiso fiscale; alla testa della Commissione, invece, persino L’Espresso ha dovuto affibiargli l’epiteto di killer d’Europa , avendo egli lasciato l’impietosa voragine di mille miliardi all’anno nei conti continentali ed avendo siglato ben 2.053 accordi perché le potentissime multinazionali potessero non pagare le imposte, attraverso operazioni finanziarie compiute proprio nel suo Paese di origine.

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Verso la Grecia invece, con la complicità della BCE di Mario Draghi e dell’FMI di Christine Lagarde, non è stato così generoso e munifico: le sue parole cadono infatti nel vuoto dell’abisso di disperazione del popolo greco, perché non può essere semplicemente “avventata” – se non in un’ottica di pura campagna elettorale – un’austerità che il Paese ellenico dovrà protrarre fino al 2060 con una media di avanzi primari del 2,2% per ripagare prestiti ed interessi (peraltro, su una valuta straniera, poiché la Banca Centrale Greca non può emettere l’euro, non può essere prestatrice illimitata di ultima istanza). Tradotto: per quarant’anni, la Grecia dovrà tassare i suoi cittadini più di quanto potrà spendere per loro. Quarant’anni.


«Non siamo stati sufficientemente solidali con la Grecia»: più vero di così si muore. Letteralmente. Tanto è vero che il 12 novembre 2018 il Consiglio Europeo, con alla guida Dunja Mijatovic, ha stilato il suo report sul Paese, dopo averlo visitato, con un responso impietoso: in Grecia sono stati violati i più basilari diritti umani .

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Infatti:
• i senzatetto sono quadruplicati, giungendo al numero di 40.000;
• la sanità pubblica è arrivata (ed è tuttora) al collasso, gravemente sotto-finanziata;
• per insicurezza e delusione, oltre la metà dei greci nel 2017 soffriva di disturbi mentali;
• i suicidi sono aumentati del 40%;
• si sono registrati picchi di HIV;
• la qualità dell’istruzione è stata gravemente compromessa;
• la disoccupazione è al 20%, 45% tra i giovani;
• il 34% della popolazione è attualmente a rischio povertà.



Per non parlare delle privatizzazioni selvagge, che hanno condotto tutti gli aeroporti greci nelle mani dei tedeschi, che hanno salvato i pericolosi (e tossici) investimenti delle banche francesi e teutoniche piuttosto che i cittadini greci e che – secondo una logica impensabile, a-morale, spietata e cinica: si consenta la climax ascendente – potrebbe condurre la Grecia addirittura a vendere i suoi siti archeologici. Ovverosia, la culla della civiltà occidentale, che sprezzantemente si dice essere rientrata «tra le antiche democrazie europee».


Senza considerare l’emigrazione che in questi anni ha sottratto alla popolazione greca, sempre più disperata, oltre mezzo milione di abitanti (sui circa 11 totali): una prospettiva destinata persino a peggiorare.
Insomma l’austerità – nella perversa logica dei “conti in ordine”, della contabilità posta al di sopra del fatto economico e finanche al di sopra del fatto umano – ha portato morte e distruzione in Grecia, in maniera ben più silente eppure ben più spietata di quanto avrebbe potuto fare una guerra, in un Paese che nel 1953 condonò la metà dei debiti di guerra (per l’appunto) della Germania, per evitarle il default.


Non a caso, il belga Olivier De Shutter, professore di Diritto Internazionale, ha sottolineato come, per tutto questo, la Grecia possa (e dovrebbe) chiedere all’Unione Europea il risarcimento dei danni , inenarrabili non soltanto dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto di quello umano e sociale.

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Non basteranno le lacrime di coccodrillo di Juncker a ridare la dignità perduta al popolo greco. Non basterà lo spalleggiamento di Draghi a salvare dalla condanna la moneta unica, quella festeggiata dal Presidente della Commissione Europea al Parlamento di Strasburgo come un enorme successo.

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Infatti, come evidenzia Matthew Lynn sullo Spectator , i quattro più grandi risultati dell’euro sono stati:
• la peggiore depressione mai registrata (la Grecia appunto);
• la creazione della prima economia “post-crescita” (l’Italia, che ha un’economia ad oggi ben inferiore rispetto a quella che aveva quando la lira fu sostituita);
• la formazione dei più alti squilibri mondiali fra debito e credito;
• l’andare in frantumi del sistema bancario continentale (una denuncia che l’economista italiano Valerio Malvezzi porta avanti da tempo).
Insomma, trattasi della «moneta più disfunzionale che sia mai stata creata», e le cui disfunzionalità, portate innanzi dalla struttura decisionale multi-livello europea, hanno sortito tutti i loro candidi effetti in Grecia, attraverso quella che è stata chiamata – con superficialità – una “austerità avventata”: del resto, come ebbe a dire Mario Monti, «la Grecia è il più grande successo dell’euro».


(di Lorenzo Franzoni)

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