I media sono preoccupati che gli Usa non occupino la Siria per sempre

I media sono preoccupati che gli Usa non occupino la Siria per sempre

A dicembre, il presidente Donald Trump ha dichiarato di volere ritirare le truppe statunitensi dalla Siria, che attualmente sono tra le 2000 e le 4000 unità. L’annuncio di Trump è stato ampiamente stigmatizzato dai media, dimostrando la convinzione diffusa nella benevolenza americana nei confronti degli altri popoli, nel presunto diritto e dovere di Washington di decidere i destini degli altri paesi, e nella guerra eterna che gli USA dovrebbero portare avanti in Medio Oriente.

Un tema spesso sottolineato è quello per cui le truppe americane dovrebbero rimanere in Siria finché esisterà l’ISIS. Un altro è che le forze americane dovrebbero rimanere lì perché i governi di Russia, Siria e Iran vogliono che gli USA se ne vadano.

Un editoriale del New York Times del 19 dicembre ha detto che sarebbe “pericoloso” per gli USA ritirarsi dalla Siria. “Nessuno vuole che le truppe americane siano collocate in una zona di guerra più del necessario”, ha scritto il giornalista. L’articolo sostiene l’idea che la lotta all’ISIS non sia “ancora finita”, dicendo inoltre che “un ritiro americano sarebbe un regalo per Vladimir Putin. Un altro beneficiario sarebbe l’Iran, che sta cercando di espandere la propria influenza nella regione”.

Secondo questa visione, gli USA dovrebbero andare via dalla Siria solo una volta che la presenza americana non sarà più “necessaria”; ma non specifica esattamente quando la sua presenza non sarà più “necessaria”, e non ha nessun riguardo per i costi che deve sostenere la Siria: un bombardamento americano diretto contro l’ISIS ha raso al suolo Raqqa, una delle maggiori città siriane, uccidendo e ferendo cittadini in quella che il segretario della difesa James Mattis ha definito “una guerra di annichilimento”.

A quanto pare è altrettanto necessario rimanere fin quando la Siria non avrà un governo che sia alleato con la Russia e l’Iran, anche se nella pratica questa cosa contraddice gli obiettivi che il giornalista ha appena elencato, tra cui eliminare l’ISIS: sono proprio gli sforzi americani per abbattere il governo siriano del presidente Bashar al-Assad, così come l’invasione statunitense dell’Iraq, che hanno creato le condizioni affinché l’ISIS emergesse.

Ciò che gli autori suggeriscono è che gli USA dovrebbero mantenere la loro presenza illegale in Siria fin quando il governo siriano non sarà rovesciato e rimpiazzato da uno che si allei con gli Stati Uniti. Poiché tutte le prove suggeriscono che la Russia combatterà affinché i suoi partner in Siria rimangano al potere, in termini pratici si suggerisce che gli USA rimangano in Siria per sempre, o almeno fin quando gli Stati Uniti non combatteranno la terza guerra mondiale con la Russia.

In un articolo titolato “Ritiro fa rima con sconfitta”, David Leonhardt del Times (20 dicembre 2018) sostiene che gli Stati Uniti debbano rimanere in Siria perché i combattenti dello Stato Islamico sono ancora nel paese, e fa eco all’idea che un ritiro americano dalla Siria sia “il miglior regalo che Trump potrebbe fare alla Russia” – un riferimento alla teoria del complotto per cui Trump sarebbe un burattino dei russi – in quanto un ritiro americano beneficerebbe il governo siriano alleato dei Russi. Leonhardt sostiene che gli USA dovrebbero rimanere in Siria non solo fino a quando l’ISIS non sarà sconfitto, ma anche fino a quando il governo siriano sarà sostituito da uno che non sia alleato della Russia.

Ma, ancora una volta, gli sforzi americani per cambiare il regime in Siria sono stati ciò che hanno permesso all’ISIS di diventare una forza potente nel paese: l’inglese Conflict Armament Research ha scoperto che gli Stati Uniti hanno fornito armi agli insorti contro il governo di Assad almeno dal 2012, e quando l’ISIS ha iniziato a conquistare rapidamente territori del 2013 e 2014, molti gruppi ribelli armati dagli Stati Uniti sono stati sconfitti dallo Stato Islamico, oppure si sono uniti ad esso. Quando l’ISIS ha conquistato quasi metà della Siria, gli Stati Uniti hanno continuato ad addestrare ed equipaggiare gruppi ribelli siriani, usando gli alleati (Turchia e Giordania) come intermediari.

In maniera simile, un editoriale del Washington Post (19 dicembre 2018) intitolato “Questo non è il modo di lasciare la Siria” lamentava che “il ritiro dalla Siria fa un enorme favore a Teheran e al suo alleato russo”. Sembra che secondo il giornalista il “modo giusto per lasciare la Siria” sia con un nuovo governo approvato dagli Stati Uniti, o almeno con l’attuale governo fuori dai piedi – più o meno come gli USA hanno fatto in Libia, un paese che oggi ha di nuovo la schiavitù, con persone alle quali vengono espiantati e venduti gli organi.

Max Boot del Post (19 dicembre 2018) sostiene che il presunto piano di Trump per ritirare le truppe dalla Siria sia “un regalo di Natale per i Mullah”. L’autore ha così interiorizzato l’ideologia imperialista da pensare che gli Stati Uniti abbiano il diritto di controllare un terzo della Siria, incluse metà delle sue risorse energetiche e delle sue migliori terre agricole, altrimenti l’Iran potrebbe avere dei vantaggi.

ISRAELE E I CURDI

Buona parte della stampa dice che ritirare le truppe dalla Siria sarebbe un male per Israele, e che l’Iran aumenterebbe la sua influenza in Siria. “Il ritiro americano preoccupa Israele”, scrive l’editoriale del Times. Trump “ha promesso di proteggere Israele, ma il paese ora verrà lasciato solo ad affrontare la crescita dell’Iran e dei suoi alleati”, ulula il Post. “Addio alla falsa idea che Trump sia il presidente più filoisraeliano mai avuto”, scrive Boot, aggiungendo che “un ritiro dalla Siria porta l’Iran direttamente sulla porta di Israele. Questo danneggerebbe il paese molto più della vuota celebrazione simbolica di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme”.

Al di là delle loro illusioni, lo stato israeliano non è una specie di minoranza che deve essere protetta dalla violenza: è un perpetratore di straordinaria violenza – contro i palestinesi, ma anche contro altre regioni, inclusa la Siria – dotato di armi nucleari.

I media americani dicono di temere che la Turchia attacchi i curdi siriani, e che gli USA dovrebbero rimanere in Siria per proteggerli. Il Times ha scritto che “tra i maggiori perdenti” di un ritiro americano “ci sono molto probabilmente le truppe curde che gli Stati Uniti hanno rifornito per combattere l’ISIS in Iraq e Siria. Il presidente turco Erdogan considera molti dei curdi come terroristi che intendono distruggere il suo paese”.

Per il Post, “le forze curde siriane saranno le prime vittime della decisione di Trump. Tradite da Washington, saranno ora soggette all’offensiva militare turca”. Boot dice che “gli alleati dell’America curdi e arabi nelle Forze Democratiche Siriane avranno difficoltà a resistere all’ISIS, e ancora di più ai turchi”.

É vero che la Turchia rappresenta una minaccia per il popolo curdo, e i rischi che corrono i curdi meritano considerazione, ma l’analisi svia i lettori inducendoli a pensare che l’occupazione americana della Siria sia la soluzione. La funzione dell’apparato militare americano non è quello di proteggere i civili – casomai il contrario. E la presenza americana in Siria non è riuscita a tenere al sicuro i curdi dalla Turchia: la Turchia, assieme ai gruppi di opposizione siriani che gli USA hanno supportato, ha saccheggiato Afrin, un territorio nel nord della Siria a maggioranza curda, e spinto alla fuga 220.000 civili. Oltretutto, negli anni novanta, gli USA hanno partecipato direttamente all’oppressione dei curdi in Turchia.

La prospettiva che i curdi si possano alleare con le forze locali per ottenere protezione dalla Turchia, come hanno fatto con il governo siriano, è un’ipotesi che questi esperti non pensano che i loro lettori debbano sapere. Nessuno di questi commentatori così preoccupati per il benessere del popolo curdo sembra considerare la possibilità che l’unico modo per proteggere i curdi a lungo termine, e ogni altro gruppo confessionale in Medio Oriente, sia quella di sostituire l’ordine dominato dagli Stati Uniti con uno gestito a livello locale. Nessuno di questi articoli sembra prendere in considerazione l’idea radicale che gli Stati Uniti non abbiano diritto di intromettersi negli affari siriani, o in quelli di un qualunque altro paese.

Ci sono diverse ragioni per dubitare che Trump rimuova completamente le truppe dalla Siria. Trump ha detto che avrebbe riportato a casa le truppe nel marzo 2018 (CNN, 29 marzo 2018) e non lo ha fatto, e ancora una volta l’amministrazione manda segnali ambigui. John Bolton ha detto che le forze americane “prima di andarsene elimineranno ciò che rimane dell’ISIS”, che “non c’è una data precisa per il ritiro”, e che “circa 200 truppe rimarranno nelle vicinanze di al-Tanf, nella Siria del sud, per contrastare le attività iraniane nella regione”. Di recente, un ufficiale del Pentagono ha detto “non prendiamo ordini da Bolton”.

Il segretario di stato Mike Pompeo ha detto che “gli USA espelleranno ogni singolo iraniano dalla Siria”. Trump stesso non ha indicato una data per la ritirata delle truppe, dicendo solo che probabilmente avverrà “lungo un certo periodo di tempo”. Successivamente, un portavoce della coalizione americana anti-ISIS ha detto che stanno iniziando a ritirarsi, e la Reuters (11 gennaio 2019) ha scritto che “i residenti vicino agli attraversamenti che gli americani usano per fare dentro e fuori dalla Siria passando dall’Iraq hanno dichiarato di non avere visto nessun grande movimento di mezzi, venerdì”.

Anche se gli USA dovessero ritirare le truppe dalla Siria, è tutt’altro che certo che le interferenze americane si fermeranno. Se gli Stati Uniti manterranno le loro basi in Siria, continueranno a usare lo spazio aereo siriano, o non riusciranno a ritirare gli oltre 5500 contractors che hanno nel paese, allora non ci sarà nessun vero ritiro dal paese.

Né c’è ragione di credere che gli alleati americani faranno lo stesso: per esempio, il giorno dopo l’annuncio di Trump, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele avrebbe aumentato i propri sforzi contro l’Iran in Siria “in modo molto decisivo e con il supporto degli Stati Uniti”. Il giorno di Natale, Israele ha bombardato Damasco.

Quindi, tutto il rumore fatto dai media sul ritiro americano potrebbe essere stato fatto per nulla.

(da LobeLog – Traduzione di Federico Bezzi)

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