I democratici sono il partito della guerra

I democratici sono il partito della guerra

L’annuncio del presidente Trump rilasciato lo scorso 18 dicembre di ritirare tutte le truppe statunitensi dalla Siria ha prodotto un po’ di supporti isolati nelle minoranze anti-guerra di entrambi i partiti, ma in generale ha generato critiche bipartisan tra i larghi sostenitori della guerra all’interno dell’establishment.

Sia il senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei più grandi sostenitori della guerra, sia Hillary Clinton, che ha spesso criticato l’ex presidente Barack Obama di non essere abbastanza “falco”, hanno condannato la decisione di Trump in modi molto simili, utilizzando un gergo da guerra al terrore.

Ma anche se gli ufficiali di Washington sono uniti nell’opposizione, i nuovi sondaggi di Morning Consult / Politico dimostrano che una larga maggioranza di americani è favorevole al ritiro delle truppe dalla Siria: il 49% è favorevole, il 33% contrario.

La cosa non è sorprendente, visto che una simile percentuale di americani è d’accordo nel sostenere che “gli Stati Uniti si sono impegnati in troppi conflitti militari in posti come Siria, Iraq e Afghanistan per troppo tempo, e dovrebbero avere come priorità quella di tenere gli americani al sicuro”, mentre una minoranza è d’accordo nel sostenere che “gli Stati Uniti dovrebbero mantenere le truppe in posti come Siria, Iraq e Afghanistan per fornire supporto ai nostri alleati nella lotta al terrorismo e per mantenere i nostri interessi di politica estera nella regione”.

Ma la cosa notevole del nuovo sondaggio riguardo la Siria è che la grande maggioranza di voti a favore del mantenimento delle truppe proviene da elettori del Partito Democratico, mentre la maggioranza dei Repubblicani e degli indipendenti è a favore del loro disimpegno. I numeri sono chiari: delle persone che hanno votato per la Clinton, solo il 26% è a favore del ritiro, mentre il 59% è contrario. Gli elettori di Trump l’opposto: il 76% è favorevole, il 14% contrario.

I democratici sono il partito della guerra

Una differenza simile appare anche tra coloro che hanno votato per i Democratici nelle elezioni di midterm del 2018 (28% a favore del ritiro, 54% contrari), mentre tra coloro che hanno votato per i Repubblicani il 74% è favorevole, il 18% contrario.

Trend simili appaiono anche nella domanda per quanto riguarda l’annuncio di Trump di ritirare metà delle truppe attualmente stanziate in Afghanistan: i Democratici sono per lo più favorevoli a mantenere le truppe, al contrario di Repubblicani e indipendenti.

La cosa è ancora più sconcertante, dal momento che Obama, nel 2008, aveva promesso di portare tutte le truppe a casa e porre fine alla guerra in Afghanistan. Negli anni di Obama, i sondaggi mostravano che la grande maggioranza dei Democratici era a favore del ritiro di tutte le truppe dall’Afghanistan.

Ora che è Trump, invece di Obama, a chiedere il ritiro dall’Afghanistan, le cose sono cambiate. I nuovi sondaggi dimostrano che il sostegno al ritiro delle truppe proviene per la maggior parte da Repubblicani e indipendenti, mentre i Democratici sono divisi sulla cosa, se non totalmente opposti. Tra gli elettori di Trump nel 2016, c’è grande supporto al ritiro delle truppe: 81% contro 11%. Gli elettori della Clinton, tuttavia, si oppongono al ritiro dall’Afghanistan in misura del 47% contro il 37%.

Quest’ultimo sondaggio è tutt’altro che strano. Come ha documentato Ariel Edwards-Levy dell’Huffington Post, altri sondaggi dimostrano che i Democratici hanno cambiato completamente idea riguardo la guerra e il militarismo nell’era Trump.

Anche se i Democratici, lo scorso anno, erano più o meno divisi sull’idea che gli USA dovessero continuare a intervenire in Siria, tutto è cambiato una volta che Trump ha annunciato la sua intenzione di ritirare le truppe: un annuncio che ha provocato nei Democratici un forte sostegno all’impegno militare. “Coloro che hanno votato per la Clinton ora dicono, con un margine di 42 punti, che gli Stati Uniti hanno la responsabilità di fare qualcosa in Siria per combattere l’ISIS”, scrive Edwards-Levy, “mentre gli elettori di Trump dicono, con un margine di 16 punti, che la nazione non ha questa responsabilità”. Simili trend si evidenziano tra gli elettori del Partito Repubblicano, il cui supporto all’intervento in Siria è declinato dal momento in cui Trump ha ribaltato la sua posizione di due anni fa – aumentare i bombardamenti in Siria e Iraq, come ha ripetuto spesso in campagna elettorale – e ha deciso di rimuovere le truppe dalla regione.

Questa non è, ovviamente, la prima volta che gli elettori Democratici hanno cambiato la loro posizione in base all’affiliazione partitica dell’uomo seduto nell’Ufficio Ovale. La base del partito ha speso gli anni dell’era Bush-Cheney denunciando le pratiche della guerra al terrore, come gli assassinii, l’uso dei droni, Guantanamo, per poi cambiare completamente idea una volta che sono diventate caratteristiche della presidenza Obama.

Ciò che sta succedendo ora, tuttavia, è ancora più insidioso. Un punto focale della nuova #Resistance anti-Trump è diventato il militarismo, lo sciovinismo e il neoconservatorismo. Trump viene spesso attaccato dai Democratici con termini della Guerra Fredda, gli stessi che sono stati usati contro di loro per decenni dalla destra: Trump non è abbastanza belligerante con i nemici degli USA; vuole permettere ai “paesi cattivi” di averla vinta portando a casa le truppe; i suoi sforzi per stabilire relazioni meno ostili con gli avversari sono indicatori della sua debolezza, o anche di tradimento.

Allo stesso tempo, le élite Democratiche di Washington si stanno allineando con i neoconservatori, al punto di avere creato gruppi di pressione sulla politica estera congiunti (una riunione che precedeva l’avvento di Trump). Il principale think tank Democratico, il Center for American Progress, ha donato 200.000 dollari al gruppo neoconservatore American Enterprise Institute, e ha alleanze multilivello con diverse istituzioni a favore degli interventi militari. Il più influente dei media liberal, MSNBC, è pieno di ex ufficiali dell’era Bush-Cheney, e perfino le sue stelle liberal si identificano tra i “falchi” (un decennio fa, molto prima di diventare una fiera sostenitrice della guerra, Rachel Maddow si vantava di essere “una liberale a favore della sicurezza nazionale” e “completamente a favore del contrasto al terrorismo”).

Tutto ciò è risultato in una nuova generazione di Democratici, politicamente impegnati per la prima volta come risultato delle paure riguardo a Trump, indottrinati con i valori del militarismo e dell’imperialismo, addestrati a vedere gente un tempo screditata, ad esempio i belligeranti Bill Kristol e Max Boot, come nobili esperti e voci affidabili. É inevitabile che tutti questi trend finiscano per produrre un partito sempre più pro-guerra e militaristico, e i sondaggi lasciano pochi dubbi sul fatto che questa trasformazione – che durerà anche molto tempo dopo che Trump avrà finito la sua presidenza – sia già ben compiuta.

(The Intercept – Traduzione di Federico Bezzi)

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