Quando Hezbollah trasmise la Santa Messa in TV

Quando Hezbollah trasmise la Santa Messa in TV

L’opera di restaurazione a Mal’ula nel 2014. I rifugiati sciiti accolti nel villaggio cristiano di Jazine tra il 1975 e il 1980. Gli onori a Michel Aoun, Sleiman Franjieh e Émile Lahoud che Hassan Sayyed Nasrallah giornalmente riserva nelle sue preghiere. Di materiale per sbugiardare il fallacianesimo terminale di Matteo Salvini ce ne sarebbe già in abbondanza così. Non basta, tuttavia.


L’importanza di certi legami di sangue è altissima e giocoforza ci costringe a portare esempi ancora più romantici e profondi. Uno su tutti il 12 maggio 2006. A Beirut sono le prime luci dell’alba di una tranquilla domenica mattina. Un camion carico di bandiere gialle di Hezbollah attraversa il centralissimo quartiere di Gemayzeh. Dà ufficialmente inizio alla protesta contro il filo-occidentalismo di Fouad Siniora. Sul parabrezza campeggia un’enorme gigantografia di “Nasr Allah”.


I martiri della leggendaria battaglia di Qusayr contro Jabhat al-Nusra, quel 5 giugno 2013, amavano chiamare così il loro leader prima che perissero eroicamente per tutelare il fragile mosaico religioso del loro Paese dalle infiltrazioni qaediste. Non è il suo nome, però, quello che i giovani sciiti a bordo ripetono sgolandosi. “Generale, Generale!” gridano. Inneggiano al Movimento Patriottico Libero che difese coraggiosamente Sadad, cittadina cristiana nei pressi di Palmira, dagli attacchi dei takfiri dell’ISIS quattro anni fa.


Comportamento bizzarro, qualcuno dirà, ma nella multiconfessionalità del Paese dei Cedri è la norma. Poco più tardi, infatti, quando la manifestazione raggiunge la cattedrale greco-ortodossa di San Giorgio, trova davanti a sé le telecamere di al-Manar (tv libanese vicina ad Hezbollah). Trasmettono in diretta, come spesso accade anche oggigiorno, la Santa Messa.


Nella scalinata gremita di fedeli, la maggior parte indossa il gagliardetto giallo del Partito di Dio. “Non vi fa strano che appartenga ad un uomo che l’Occidente considera un pericoloso terrorista?, uno chiede. “No, è una brava persona”, rispondono orgogliosamente e a testa alta. Cinque parole, un solo cuore pulsante. Quello della resistenza. Identitari contro volgari e squallidi comari.

(di Davide Pellegrino)

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