Altro che migrante: Gesù era un "populista"

Altro che migrante: Gesù era un “populista”

Come ormai da qualche anno a questa parte, il periodo natalizio porta con sé la favoletta del Gesù bambino migrante e, come tale, simbolo di accoglienza terzomondista e grillo parlante per le coscienze ipocrite di chi invece vorrebbe semplicemente una gestione più equa ed oculata del fenomeno migratorio.


Ma siamo così sicuri che Gesù di Nazareth fosse un migrante, iconografia ante litteram della tragedia di chi attraversa il deserto ed il Mediterraneo alla ricerca dell’eldorado europeo?


Innanzitutto, Gesù nasce a Betlemme perché li Giuseppe si reca per registrarsi, nella città dei suoi avi, al censimento disposto dall’imperatore Cesare Augusto. Un cittadino che fa il suo dovere, la cui sposa dà alla luce il figlio in una capanna (o in una grotta, a seconda delle tradizioni) perché tutte le stazioni di soggiorno erano piene, e non per indigenza. Nulla a che vedere con l’immagine del Gesù bambino nero, in un salvagente, immerso in un mare di bottiglie di plastica che abbiamo visto in scena in provincia di Bari nei giorni scorsi.


Gesù non fu rifiutato in quanto povero o migrante, che non era, non fu rifiutato in quanto vittima di xenofobia, ma piuttosto viene alla luce in un luogo di fortuna a causa di una semplice casualità. Una casualità che da piuttosto vigore ad un’altra interpretazione del Cristo: il Cristo semplice, visitato dai pastori e dalle persone del popolo, il Cristo figlio di un artigiano e di una vergine, il Dio che nel farsi uomo, diventa un uomo, un bambino qualunque, una figura in cui ognuno di noi può riconoscersi. 


Le gesta del Cristo sono note a chiunque, credente o meno, nasca in una società dalla tradizione cristiana, ma meno noto è il contesto in cui Gesù le ha compiute. Tutto il Vangelo ci racconta di un Gesù che, in contrasto con il comune sentire della sua società, sovverte tutte le convenzioni del suo tempo. Si accompagna con analfabeti, pescatori, esattori delle tasse, finanche donne, cosa assai strana per l’epoca, e sfidando le convinzioni dei suoi coevi guarisce i lebbrosi, gli storpi, libera dalla morsa funesta del male gli indemoniati. Ed è sempre il Cristo a sfidare il clero farisaico, dall’adolescenza fino alla fine del suo ministero. 


Inoltre, Gesù viene dalla Galilea, i cui abitanti venivano considerati, dagli abitanti della Giudea, rozzi, analfabeti, ignoranti e barbari. Nessun profeta, secondo i dottori della legge, sarebbe potuto venire da quella regione. Eppure, il Cristo sbugiarda anche questa convinzione, e dal suo villaggio di Nazareth diventa il profeta della più grande religione del mondo. Una religione la cui amministrazione sulla Terra viene affidata ad un ex pescatore analfabeta di nome Simone, che conosciamo oggi come San Pietro, al quale è intitolata la basilica più importante della cristianità.


Quello che diventerà il primo Papa, si unisce a Gesù sulle rive del lago di Tiberiade, è un umile uomo del popolo, un po’ troppo istintivo ed anche un po’ codardo (“prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”, queste le parole che gli rivolge Gesù durante l’ultima cena): ma la vita di Simon (letteralmente, colui che ascolta: in questo caso, colui che ascolta il nostro Salvatore) diventa la lunga testimonianza della venuta di Cristo e si conclude con un atto di coraggio quale è la crocifissione a testa in giù per richiesta dello stesso Pietro.


Un altro uomo comune, un altro uomo che potrebbe essere un uomo qualunque, che seguendo Cristo diventa la pietra su cui si fonda la Chiesa Cattolica. Davanti all’uomo qualunque che segue Cristo,e che facendo ciò sfida i soloni del suo tempo, le porte degli Inferi non possono prevalere.


Il Gesù Cristo dei Vangeli, più che ad un testimonial del brand terzomondista, somiglia ad un rivoluzionario populista. Viene da dove nessuno si aspetta che possa venire, il clero e la società benpensante ne sono acerrimi nemici, accusatori ed esecutori, eppure lui, scardinando il sistema delle cose fino ad allora conosciute, si impone sul mondo parlando con parole semplici, con esempi e parabole, vivendo e predicando non tanto nei tempi marmorei e freddi ma nel caos della gente comune, tra quei dimenticati da Dio che alla fine è lo stesso Dio a riscattare tramite suo figlio fattosi uomo. 


Ed è lo stesso Gesù ad indicarci come un cristiano deve vivere la vita pubblica: a Cesare va dato quello che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. E’ dunque inutile che tanti alfieri del terzomondismo, cattolici a giorni alterni e secondo comodità, scomodino Gesù bambino cucendogli addosso l’etichetta di migrante che non era.


Del resto, la natività di Cristo simboleggia la sua tragedia e il suo destino: sarà “re” (e riceve in dono l’oro), divino (e riceve in dono l’incenso) e Dio fatto uomo e morto per riscattare l’umanità stessa ( e riceve in dono la mirra, che si utilizzava per preparare le salme alla sepoltura). Un’immagine ben lontana da quella che gli immigrazionisti, anticlericali fino a prima dell’elezione di Papa Francesco, vorrebbero oggi propinarci.


Gesù, per sua stessa ammissione, non è di questo mondo, né probabilmente vuole esserlo. Lo lascino stare dunque tutti quelli che vorrebbero tirarlo in mezzo alle questioni del nostro tempo. Piuttosto, è bene riflettere su come Cristo sia stato, rispetto alla sua epoca, alle convinzioni dei suoi giorni, rispetto alle leggi farisaiche, sovversivo, rivoluzionario, come abbia costituito un punto di rottura rispetto al passato dal quale l’umanità tutta non ha potuto tornare indietro. Gli stessi che oggi lo vorrebbero nero e migrante, se leggessero per bene i Vangeli, lo chiamerebbero populista, e additerebbero i suoi seguaci, uomini semplici e istruiti a parabole, poveri analfabeti funzionali.


(di Giuseppe Lupo)

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