L'8 dicembre e la svolta nazionale della Lega

L’8 dicembre e la svolta nazionale della Lega

E spunta qualche tricolore. Certo, pochi e niente di sconvolgente rispetto alla tendenza a monopolizzare le manifestazioni con gli stendardi di partito, misti rispetto alle bandiere locali tradizionalmente presenti ai raduni della Lega. Certamente di più rispetto al quasi nulla di Pontida.

Sì, qualche tricolore c’è. Il blu, come ricorda il Giornale, diventa il colore dominante della Lega. Probabilmente non voluto, certamente richiamante lo stile delle campagne di Trump negli USA, ma in ogni caso meglio dei colori a stelle e strisce, più italiano e richiamante perfino alla tradizione (indipendentemente da quanto si possa essere critici o meno verso la storia dei Savoia).

La piazza è strapiena. Non si sa quante persone possa contenere Piazza del Popolo, al di là delle polemiche “questura vs organizzatori” che siamo abituati a leggere, che siano 10, 20 o 100mila, quello che conta è che quella piazza era strapiena. Traboccante è la parola giusta.

Incontro qualche presente, e come al solito parlo molto. “Chissà cosa dirà la sinistra ora” mi dice un signore. Ribatto: “Beh, certamente alla manifestazione del PD di qualche tempo fa c’erano meno della metà delle persone”.

“Andrà sempre meglio” mi dice ancora il signore, che aggiunge: “Ci vuole tempo, ma le cose cambieranno“.

Non sono così ottimista nel breve periodo, ma sentirlo da un cittadino qualsiasi mi ha colpito lo stesso. L’Italia ha bisogno di una cultura collettiva, realmente diffusa tra il popolo, per poter produrre qualcosa di serio. Quanto si osserva oggi è, comunque, importante.

È importante che Salvini dal palco abbia parlato di Italia unita nelle diversità (comunque esasperate dalla cultura di massa rispetto alle analogie, ma è già qualcosa) è importante che si sia rimesso in piedi (per fortuna o per opportunità politica conta poco rispetto al fatto che esista) un discorso nazionale.

Magari favorito dall’immigrazione. Perché la verità é che l’immigrazione, proprio quella, da sola è bastata a produrre per un governo pieno di limiti come questo un consenso pazzesco.

A ulteriore dimostrazione che è l’emergenza maggiore, più della crisi economica, probabilmente perfino più della mafia. Perché se lotti ogni giorno contro la criminalità organizzata soffri le pene dell’inferno, ma è sempre stato un tuo problema, con il quale convivi. Se ti trovi a lottare anche per l’esistenza, beh, la questione diventa ancora più seria.

Alla gente, palesemente, non piace aggiungere problemi, tutto sommato trova più tollerabile tenersi quelli che ha. E la minaccia di non possedere più una casa propria, dopo decenni di propaganda immigrazionista votata a convincere milioni di persone di non averne diritto o di essere addirittura disumani nel volerla difendere, alla fine ha prevalso.

Ovviamente, non sappiamo quanto durerà. Ma questo dipenderà anche dal governo. Non solo l’invasione in casa propria, ma anche la tutela della nostra dignità di vittime degli strozzini di Bruxelles sarà un argomento importante.

E qui c’è il punto debole, perché il governo tratta, e Salvini chiede il mandato per farlo. Non vorremmo che fosse l’inizio di una possibilissima resa. Sarebbe un peccato.

Ma in ogni caso, da qualche parte si deve cominciare. Piccola o grande che sia. Perché ad ogni modo anche un minuscolo segnale resta migliore del nulla assoluto. Come i tricolori: sono ancora pochi, pochissimi. Ma se se ne scorgono una ventina, la speranza è che diventino il doppio tra qualche anno, il decuplo tra dieci.

Perché la convinzione, la compattezza attorno a quella bandiera, sono elementi che favoriscono e aumentano le probabilità di resistere, di promuovere, e di pensare sul serio ai nostri nipoti come lo stesso Salvini, citando De Gasperi, ha tenuto a sottolineare.

Non è romanticheria, ma semplice calcolo pragmatico. Divisi non si va da nessuna parte e chi non lo capisce o è cretino o è servo.

Quindi avanti Italia. Sempre e comunque.

(di Stelio Fergola)



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