Moscovici vede "piccoli Mussolini", ma fu la sua austerità a creare Hitler

Moscovici vede “piccoli Mussolini”, ma fu la sua austerità a creare Hitler

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Antefatti contemporanei

«Oggi in Europa non c’è Hitler, ma forse dei piccoli Mussolini»: queste le fendenti parole del commissario europeo agli Affari economici e monetari dell’Unione, Pierre Moscovici. Il bersaglio del succitato attacco è ovviamente l’Italia, non nuova a subire vergognose dichiarazioni di questo stampo. I lettori ricorderanno certamente il tweet del giornalista tedesco Riegert, risalente al 29 maggio di quest’anno, in cui egli riportava, da una propria conversazione con Günther H. Oettinger (commissario europeo al Bilancio), la frase «I mercati insegneranno all’Italia a votare»: parole poi girate e rigirate in tutti i modi, senza che il preoccupante ed anti-democratico messaggio di fondo fosse smentito.

Anche in questo caso, in merito alle dichiarazioni irriverenti del commissario francese (accompagnate da quelle immancabili del paonazzo presidente Juncker), è giunto un tentativo di rettifica, che non ha affatto annullato l’antecedente arroganza, ma anzi ha corroborato nell’opinione pubblica l’idea che tali parole fossero state proferite proprio con il significato sin da subito inteso.

Esse si inscrivono nel quadro generale per cui, sempre secondo Moscovici, l’Italia rappresenterebbe un problema per la zona euro, tale da dover proseguire con le solite riforme (misure di austerità in piena recessione), senza bypassare i vincoli di bilancio (come la Francia, il suo Paese, che sotto un governo di cui lui stesso faceva parte, ha sforato il 3% deficit/PIL senza troppi patemi), per non rimanere imprigionati nelle problematiche di un rapporto debito/PIL del 130% (quelle che il Giappone, con il 250%, non vive).

I richiami all’Europa degli anni Trenta e la sprezzante considerazione del Bel Paese hanno infervorato, non a torto, molte personalità di spicco nel panorama italiano, dal ministro dell’interno Matteo Salvini al giornalista Enrico Mentana, sino a giungere al vice-premier del MoVimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, che ha tuonato: «Sono giudizi ignobili di una Commissione che tra sei od otto mesi non esisterà più, perché i cittadini alle prossime elezioni manderanno a casa una buona parte dell’establishment europeo. Tutte queste prese di posizione contro l’Italia si scontreranno con le prossime elezioni europee. A questi signori una lezione non gliela dobbiamo dare noi come governo: noi incassiamo e li compatiamo anche un po’. Una lezione gliela daranno i cittadini italiani alle prossime elezioni europee».

La Germania prima di Brüning

Tuttavia, oltrepassando il fatto di cronaca, è sull’implicazione sistemica, che le dichiarazioni di Moscovici rilanciano, che vale la pena soffermarsi. Il commissario ha richiamato gli anni Trenta col proposito di mostrare come una dittatura verticistica possa contestualmente sorgere laddove ve ne siano le condizioni, promuovendo perciò l’Unione Europea come una garante di pace e di stabilità ed il processo di integrazione continentale come assolutamente irreversibile.

Il tutto tralasciando la galoppante disoccupazione nella zona euro, i criminali errori commessi in Grecia (già ammessi come tali dal Fondo Monetario Internazionale), il problema immigratorio gestito con sufficienza e dissidi, la sperequazione sociale causata dal modello di surplus commerciale, la finanziarizzazione dell’economia, l’appoggio al criminale colpo di Stato di Piazza Maidan a Kiev, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Tuttavia, per ritornare all’argomento centrale, non è sufficiente mostrare le conseguenze e chiedere che esse non si ripetano più: è imprescindibile guardare alle cause, ed agire su di esse, altrimenti le prime continueranno ad avere humus fertile su cui sorgere. Nel caso della dittatura nazionalsocialista della prima metà del XX secolo, una serie di peculiarità dell’epoca si combinarono per favorirne l’ascesa, ma ce n’è una – recentemente inserita nel dibattito storico, accademico e non solo – veramente molto interessante, che meriterebbe di essere approfondita in ogni sede: a spianare la strada al partito di Hitler fu il pacchetto di manovre di austerità imposto dall’allora cancelliere Heinrich Brüning, che condusse la deflazione e la disoccupazione a cifre record.

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Il contesto era quello degli anni successivi al 1929: con il crack della Borsa di Wall Street, la corsa disperata agli sportelli, la chiusura di 11.000 banche, la brusca frenata del finanziamento alle imprese, oltre ad una serie di problematiche intrinseche all’economia statunitense, negli USA venne in essere una crisi che – prima ancora che finanziaria – fu di sovrapproduzione. Gli Stati Uniti caddero in una spirale recessiva, la cui stagnazione fu portata innanzi dalle politiche austere di Herbert Hoover e fu invece sconfitta dal “New Deal” roosveltiano, che attuò il piano keynesiano di rilancio della domanda aggregata e di profondi investimenti pubblici, accompagnato dal Glass-Steagal Act che separò le banche commerciali (legate al territorio, alle famiglie ed alle imprese) da quelle di investimento (legate al grande capitale ed alla finanza).

In Europa, la crisi si fece sentire poco dopo, e colpì in particolar modo la Germania, principale destinataria degli investimenti statunitensi sul Vecchio Continente. All’epoca, la Repubblica di Weimar stava risollevandosi dall’iperinflazione che si era generata nel 1919, dopo la firma dei Trattati di Versailles – che prevedevano pesanti riparazioni di guerra, ritenute assurde nella loro cifra dall’economista britannico Keynes -, e che, dopo aver agito nell’ottica di svalutare la moneta e pagare più rapidamente i debiti di guerra, si era conclusa nel 1923: Gustav Stresemann aveva inaugurato una nuova valuta, il “rentenmark”, che ben presto aveva guadagnato fiducia internazionale e si era stabilizzata nel proprio valore, rientrando appieno nel cosiddetto sistema del “gold standard”, un rigido meccanismo di fissità del cambio e di legame della spesa pubblica al valore delle riserve in oro detenute dai singoli Stati.

La crisi del 1929 colse il Paese teutonico del tutto impreparato, e con strumenti di politica economica niente affatto adeguati.

La Germania con Brüning

È a questo punto della storia che occorre attenzionare le manovre economiche attuate in Germania. Nel NBER Working Paper n°24106, risalente al dicembre del 2017, gli studiosi Gregori Galofré-Vilà, Christopher Meissner, Martin McKee e David Stuckler si spingono al di là delle spiegazioni tradizionali per l’ascesa del nazismo, pur non individuando nella propria considerazione l’unico fattore scatenante: «La principale corrente storica sulle cause economiche dell’inesorabile successo elettorale nazista tra il 1930 ed il 1933 suggerisce che questo fu largamente relazionato al Trattato di Versailles ed alla Grande Depressione (alta disoccupazione ed instabilità finanziaria). Comunque, questi fattori non possono pienamente rendere conto del successo elettorale nazista. Alternativamente, si è pensato che le misure di austerità fiscalmente contraddittorie, ivi compresi tagli alla spesa pubblica ed aumento delle tasse, contribuirono ai voti per il NSDAP, specialmente tra le classi medie ed alte che da esse avevano di più da perdere» [traduzione dell’Autore].

Heinrich Brüning fu eletto cancelliere nel 1930, grazie ad una coalizione fra il proprio Partito del Centro, l’SPD ed una serie di piccole formazioni politiche che gli dettero la maggioranza in Parlamento, laddove i nazisti avevano ottenuto ben il 18,3% dei consensi elettorali. La situazione era molto delicata: la disoccupazione aumentava, gli investimenti scemavano, ed in tutto questo lo Stato fu incapace di trovare soluzioni attraverso strumenti tradizionali.

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O, meglio, ne trovò, ma con effetti nefasti: l’obiettivo era ritornare a fare surplus commerciale ed ammortare il peso del debito (riparazioni di guerra) attraverso una politica deflattiva che avrebbe puntato a ridurre i salari per adeguarli al calo dei costi e dei profitti, riducendo le spese dello Stato in tutti i settori. Un risposta di tipo neoclassico, si potrebbe definire, perché incentrata sull’evitare a tutti i costi il demone e spettro dell’inflazione, che in Germania aveva avuto un impatto non soltanto di tipo sociale ed economico, ma anche di tipo culturale.

Le cifre dei risultati di tali scelte furono sbalorditivi, in negativo:
– la deflazione toccò punte del -8% o -10%;
– il PIL tedesco perse dai 15 ai 20 punti percentuali in tre anni;
– ogni misura economica espansiva, per ossigenare il circuito economico interno con liquidità monetaria, fu vietata;
– furono attuate manovre cicliche;
– furono quasi azzerati i sussidi ai disoccupati, e l’età per ottenerli aumentò;
– furono tagliate pensioni e prestazioni sociali;
– furono ridotti i salari di operai e funzionari;
– furono aumentate le imposte del 5%;
– furono tagliate le spese governative del 15%, al netto dell’inflazione.

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Quanto più queste manovre generarono disoccupazione – che passò da un preoccupante 22,7% ad un disastroso ed inenarrabile 43,8% -, tanto più il “Cancelliere della Fame” fu disprezzato dalla popolazione, che virò su nuovi e decisi protagonisti: il NSDAP di Adolf Hitler, il quale si era detto assolutamente convinto di voler applicare politiche economiche del tutto diverse, anzi diametralmente opposte, a quelle del governo in carica.

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«Indipendentemente da come misuriamo l’austerità, la stima del nesso tra l’austerità ed il voto ai nazisti è positiva e statisticamente significativa nella maggior parte dei modelli, considerando le diverse elezioni tra il 1930 ed il 1933», affermano gli autori del Working Paper. Naturalmente, il partito nazista non si accontentò del successo elettorale (l’alleanza parlamentare non era di certo solida, e le classi popolari avevano votato per i comunisti), ma abusò della violenza e sfruttò la direttiva di Hindenburg dopo il mai chiarito incendio del Reichstag per reprimere ogni forma di dissenso, facendo piombare – con i pieni poteri attribuiti al Führer – la Germania nella dittatura che assumerà poi i suoi connotati più terrificanti.

Gli autori hanno sottolineato gli aspetti economici preludio di questo evento storico, ed hanno mostrato il nesso tra l’incetta di voti nazista dei primissimi anni Trenta e le fallimentari e scellerate politiche economiche di Brüning: oltre all’antisemitismo, al nazionalismo sfrenato, alla politica di potenza ed a tante altre caratteristiche già ben visibili nel “Mein Kampf” (1925), i membri del NSDAP promossero la fine dell’austerità, previdenza sociale, agevolazioni fiscali ed un’espansione degli investimenti, strumenti di crescita economica positivi ma poi criminalmente piegati ad un progetto bellico ideologicamente indirizzato e criminale.

L’austerità non fu l’unica scaturigine del sostegno ai nazisti, ma di certo contribuì in larga misura a far sì che essi spopolassero trasversalmente nella società tedesca, stremata da una crisi infernale e da misure governative che non avevano fatto altro che accrescerla.


Conclusioni contemporanee

Ordunque, il commissario europeo Pierre Moscovici potrebbe avere ragione: siamo ritornati agli anni Trenta, ma non perché vi siano dei piccoli Mussolini fra la popolazione, bensì perché ai vertici di un organismo sovranazionale che spesso ignora e/o disprezza le decisioni elettorali sovrane e democratiche dei suoi singoli Stati membri ci sono dei grandi Brüning. Dei pericolosi Brüning, che ritengono che a Paesi dal tessuto socio-economico completamente diverso si possano applicare le medesime direttive e soluzioni, peraltro già ampiamente dimostratesi fallimentari.

L’austerity è una misura macroeconomica ciclica, che impone privatizzazioni selvagge, negazione agli Stati di intervenire nell’economia, tagli ai settori pubblici (welfare, sanità, infrastrutture, pensioni, trasporti, istruzione, ecc…), in un modello predatorio che obbliga all’esportazione [ma se tutti esportano, chi importa?, N.d.A.] e che porta avanti dogmi (neo)liberisti. Dogmi (neo)liberisti che sono a-morali ed infruttuosi, come recentemente ammesso persino dal capo economista dell’FMI, Olivier Blanchard: «Abbiamo scoperto che l’austerità è associata ad una crescita inferiore alle attese… Invece, il moltiplicatore keynesiano era sostanzialmente più alto di quello previsto dagli esperti».

Negli anni Trenta, usufruire di politiche keynesiane di stimolo della domanda aggregata e di deficit spending favorì una ripresa economica impressionante e rapida, sia della Germania (che malauguratamente piegò questi benefici alla criminale ideologia del suo dittatore), sia degli Stati Uniti (che, col programma roosveltiano, si confermarono la prima potenza mondiale), sia di tutti gli altri Paesi che ne usufruirono. Negli anni Dieci del nuovo millennio, politiche post-keynesiane (dal 1971, anno in cui Nixon pose fine al “gold exchange standard”, esiste la moderna moneta FIAT, priva di valore intrinseco, non legata a riserve materiali, che viene creata dal nulla e che può sempre essere garantita dalla Banca Centrale di uno Stato sovrano, così mai insolvente) potrebbero fare lo stesso, uccidendo il Dio dell’Austerità. Per Moscovici, come per tutti noi, vale il monumentale insegnamento ciceroniano: «Historia magistra vitae».

Postilla

Un’ultima aggiunta merita di essere fatta riguardo alle dichiarazioni, vicinissime quanto a tempistiche a quelle di Moscovici, di Mario Draghi: «La BCE non garantisce i governi, il nostro mandato è la stabilità dei prezzi». Ovverosia, la Banca Centrale Europea, indipendente, non agisce come una qualunque altra Banca Centrale (leggasi Giappone, USA, UK e così via), che può operare in passivo di bilancio per statuto e che collabora con il governo per sostenere la spesa pubblica e rendere lo Stato sempre capace di ripagare i propri debiti, cioè mai a rischio insolvenza o default. In uno Stato sovrano, il debito pubblico non è mai un cappio al collo, in quanto sommatoria dei deficit annuali nei quali le spese pubbliche eccedono le entrate, ovverosia lo Stato tassa i cittadini meno di quanto spenda in loro favore, lasciando liquidità nel circuito economico interno e stimolando risparmi ed investimenti, con effetti moltiplicativi.

Che cosa significa tutto questo? È una candida ammissione, da parte del governatore italiano: nell’attuale sistema europeo, con le sue stringenti regole, con un’economia finanziarizzata che lascia gli Stati in balia dei mercati – avendo essi rinunciato alla pompa dell’acqua ed avendo perduto in parte la rete idrica, per usare la “metafora idraulica” di Valerio Malvezzi sul sistema bancario -, l’austerità viene proposta come l’unica via possibile, da percorrere con scrupolo, tacitando le legittime richieste di protezione da parte dei popoli, ridotti allo stremo della loro sopportazione, ed anzi tacciandole dei peggiori improperi.

Vladimir Bukovsky, dissidente russo negli anni Settanta, in un’intervista risalente al 2015, disse con lucidità che «La vecchia Unione Sovietica era incapace di riformarsi. Così è per l’Unione Europea. Ma c’è un’alternativa all’essere governati da quelle due dozzine di auto-incaricati funzionari di Bruxelles: si chiama “indipendenza”. Non siete costretti ad accettare quello che hanno pianificato per voi. Dopo tutto, nessuno vi ha mai chiesto se volevate esserne parte. Io ho vissuto nel vostro futuro. E non ha funzionato». La storia insegna, in molteplici e sfumate forme, sulle quali ogni ermeneutica è possibile e necessaria, per creare un futuro degno di essere vissuto: occorre saperla (e volerla) ascoltare.

(di Lorenzo Franzoni)

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