Donald Trump: il vero no-global?

Donald Trump: il vero no-global?

Sembra che Trump stia portando avanti a passi da gigante le sue “politiche commerciali”. Non solo ha sconvolto l’Unione Europea, ma ha anche fatto infuriare la Cina. In realtà, per la Cina non è così importante, Perché il paese possiede molti altri mercati, inclusa praticamente tutta l’Asia e, sempre maggiormente, l’Europa, visto che quest’ultima sente ancora di più il bisogno di allontanarsi dagli Stati Uniti. Ciò che colpisce, tuttavia, è che perfino al Summit G20 avvenuto a Buenos Aires, Argentina, i ministri di Trump abbiano messo in chiaro che, a meno che l’Europa non cancelli tutti i suoi sussidi -principalmente all’agricoltura- ed elimini i dazi, non si discuterà alcun accordo commerciale. Non importa che gli Stati Uniti abbiano i più grandi sussidi all’agricoltura del mondo.

Visto dall’esterno, tutto ciò sembra la più assurda guerra commerciale che gli Stati Uniti abbiano mai mosso al resto del mondo, à la “Make America Great Again”. Funzionerà? Forse. Le dinamiche non si possono mai predire, specialmente in un Occidente neoliberista che è abituato a vivere linearmente, il che è per definizione errato. L’Occidente e le sue principali istituzioni finanziarie (FMI, Banca Mondiale, FED, BCE) ingannano il pubblico con le loro statistiche e le loro previsioni -le quali, se si guarda indietro nella storia, sono sempre state molto lontane dalla realtà.
Tutta la vita è dinamica. Ma comprenderlo richiede un minimo di pensiero libero – che l’Occidente, sfortunatamente, ha perso da molto tempo. Quindi, in risposta all’ultimo fiasco del G20 argentino firmato Trump, il Fondo Monetario Internazionale ha alzato gli scudi e predetto che il PIL mondiale si ridurrà di almeno lo 0.5 %. Anche se fosse, che importa?

In realtà, c’è un altro scenario completamente diverso del quale nessuno osa parlare. Per la precisione, che cosa può portare all’economia mondiale una rinnovata produzione locale e sovranità monetaria; esattamente ciò che Trump vuole portare negli Stati Uniti d’America – produzione locale per i mercati locali e per i Paesi che rispettano i mutui benefici. Quest’ultima è, ovviamente, una questione non facile da ottenere da alcun accordo commerciale con gli Stati Uniti. Ma la prima è una questione economica di enorme rilevanza. La stimolazione delle economie locali attraverso il credito interno è la via per dare una spinta all’occupazione locale e il PIL.
Poi c’è il gioco delle sanzioni che sta diventando sempre più aggressivo. Nuove sanzioni alla Russia, al Venezuela e all’Iran. E i fantocci europei seguono a ruota, nonostante siano coloro che soffrono maggiormente per le sanzioni statunitensi imposte verso altri Paesi, a causa di stupidità o della paura di staccarsi dall’Impero. O forse sara perché quei falsi leader a Bruxelles sono comprati -si, intendo con denaro o favori-? Non sarebbe così strano, visto che quelli della Commissione Europea non sono eletti, e dunque non hanno responsabilità verso alcuno.

Prendiamo il caso dell’Iran. Trump e i suoi tirapiedi, Bolton e Pompeo, hanno minacciato tutte le maggiori compagnie petrolifere con sanzioni, se osano acquistare idrocarburi dall’Iran a partire da Novembre 2018. I giganti europei del petrolio (Total, ENI, Repsol, etc.) sono particolarmente preoccupati. Di conseguenza, hanno cancellato contratti da miliardi di euro con l’Iran per proteggersi – e, ovviamente, per proteggere i propri azionisti. Di recente ho parlato con un alto funzionario della Total. Ha detto che non avevano altra scelta, in quanto non potevano avere garanzia che Bruxelles li avrebbe protetti dalle sanzioni di Washington. “Di conseguenza, dobbiamo comprare il petrolio da qualcun altro”. Ma, ha aggiunto, non compreranno il greggio americano. “Stiano trattando con la Russia”. Ecco a voi.

Il mercato europeo vale circa il 20% della produzione totale di petrolio iraniano. Una quota che può essere facilmente presa dalla Cina e da altri Paesi troppo grandi e potenti per essere sanzionati dall’Impero. Potrebbero, per assurdo, anche rivendere il petrolio iraniano agli europei per aggirare le sanzioni americane alle compagnie petrolifere europee. L’Iran ha un altro asso nella manica, che useranno se gli USA cercheranno seriamente di impedire a chiunque di comprare petrolio e gas iraniano: bloccheranno il Golfo di Hormuz, da dove passa circa il 30% di tutto il petrolio usato a livello mondiale, incluso metà di quello statunitense. Ciò potrebbe fare crescere il prezzo del petrolio esponenzialmente, e rovinare le economie di molti Paesi. Ironia della sorte, il prezzo alto del petrolio favorirebbe Russia, Cina e Venezuela: proprio i paesi che Washington vorrebbe punire.

Una simile mossa dell’Iran provocherebbe un’aggressione diretta da parte degli Stati Uniti? Non si sa mai, con i falchi americani. Ciò che è certo è che un intervento del genere scatenerebbe a sua volta una risposta commisurata da parte di Cina e Russia. Dall’altro lato di questo scenario, i Paesi coinvolti in questo macello globale Made in USA stanno iniziando a guardare nuovamente ai propri interessi interni, a ricercare la propria sovranità e la propria libertà dall’interdipendenza globale. Stanno approvando politiche volte all’autosufficienza, inizialmente per quanto riguarda la produzione alimentare, e successivamente per quanto concerne la ricerca scientifica volta alla costruzione dei propri poli industriali. Un esempio evidente è di nuovo la Russia. Da quando sono state imposte le sanzioni, la Russia è passata da paese totalmente dipendente dalle importazioni a paese auto-sufficiente a livello di cibo e industria. Secondo Putin, le sanzioni sono state la cosa migliore che sia capitata alla Russia dal crollo dell’Unione Sovietica. La Russia, negli ultimi due anni, è stato il più grande esportatore di grano degli ultimi due anni.

Gli europei hanno lentamente ricominciato a orientare le proprie attività commerciali verso est. Finalmente potrebbero avere notato -non i burocrati di Bruxelles, ma le grandi aziende e il pubblico in generale- che non ci si può fidare dei partner oltreoceano, né dell’amministrazione centrale dell’Unione Europea. Ogni Paese sta cercando il proprio modo per liberarsi dalle grinfie di Washington, anche staccandosi dal dollaro. C’è la Brexit, il più concreto allontanamento dal dettato europeo della “libertà limitata”, che non è altro che una copia del dettato economico del dollaro, come praticato negli Stati Uniti e ovunque il dollaro sia ancora la principale valuta di riserva.
Il Movimento 5 Stelle in Italia è stato fondato su premesse molto simili – liberarsi da Bruxelles e dalle manette della politica europea. In un primo tentativo di emarginare l’Euro, hanno ricevuto una sberla dal presidente italiano Sergio Mattarella quando questi ha rifiutato la nomina dell’euroscettico Paolo Savona a Ministro delle Finanze, il quale aveva definito l’entrata dell’Italia nell’Euro “un errore storico”. La lotta dell’Italia per riprendere la propria sovranità monetaria non è ancora finita, anzi, è sempre più forte e determinata. La Germania si muove nella stessa direzione, aprendosi lentamente verso Mosca e Pechino. Sfortunatamente, queste mosse hanno poco a che fare con una nuova coscienza umana e pacifista, quanto piuttosto con gli interessi economici. Ma forse la presa di coscienza è un processo che richiede un passo alla volta.

E se, considerando che i popoli si muovono verso una nuova autodeterminazione, la corsa sfrenata di Trump, il suo saltare da caos a caos, il suo gioco delle sanzioni senza fine -punire o minacciare amici e nemici allo stesso modo- portasse ad una vera deglobalizzazione del mondo? Se ciò dovesse succedere, allora noi, il 90% della popolazione mondiale, dovremmo essere molto grati a Mr. Trump, che ha mostrato e creato la via verso la deglobalizzazione.

(Da MintPress News – Traduzione di Federico Bezzi)

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