Georges Bernanos e l'agonia del mondo cristiano

Georges Bernanos e l’agonia del mondo cristiano

La crisi spirituale dell’uomo moderno è stata impietosamente analizzata da autori cristiani verso cui perdura una certa forma di cecità o, al più, di indifferenza. Si pensi, per citarne alcuni, a Charles Péguy, Emmanuel Mounier o Georges Bernanos, scrittori non in linea con il progressismo cristiano e il modernismo cattolico, consapevoli di risiedere in un mondo i cui abitatori sono in cammino verso quell’unica parrocchia che è la parrocchia della scristianizzazione.

La latitanza della vita interiore è la tematica che, proprio Bernanos, ha analizzato nel corso di tutta la sua attività di scrittore, depositando in ogni sua opera, tassello dopo tassello, la personale risposta ad una vocazione intimamente missionaria. Una risposta da molti definita come reazionaria, ma che, al di là delle facili etichette, propone l’urgenza di quella «cura d’anime» la quale, a partire dalle prime novelle, inchiodò l’interesse dell’autore francese abituato, fin dalla formazione ricevuta in giovinezza al collegio dei Gesuiti, ad aderire alla convinzione secondo cui il mondo è il battistrada per l’opera di Satana.

Bernanos capì che la responsabilità del cristiano e dell’istituzione ecclesiastica non poteva consistere nell’installarsi comodamente nel regno temporale, adattando pedissequamente la propria andatura al passo del tempo, pena la perdita del ruolo universale della Chiesa. Nel suo celebre “I grandi cimiteri sotto la luna” (1938), definito da alcuni un “pamphlet” e redatto durante la guerra civile spagnola in seguito ad un momentaneo schieramento dalla parte di Franco, era ben chiara la volontà dell’autore di un ritorno al Vangelo, ostacolando la Chiesa del suo tempo, insudiciata con le grandi potenze distruttive e, d’altro canto, contrapponendosi altresì alle ridicole pose di un cristianesimo fariseo, quello dei «cristiani senza cuore e senza cervello», contrassegnati dalla piaga dell’ipocrisia che fa da apripista alla «agonia del mondo cristiano». Nondimeno, è un canto di speranza a favore dell’uomo più che una voce di cordoglio, allorché Bernanos scrive:

«Niente è perduto, visto che, dopo due millenni di vane transazioni, il Vangelo è pervenuto fino a noi intatto: non manca una virgola».

Se disponiamo ancora del Vangelo, disponiamo di una possibilità: la possibilità par excellence, che non manca di sfiduciare i mezzi puramente temporali e politici. Al gioco sovrano della guerra, al delirium tremens dell’organizzazione capitalistica (forgiata dal comfort e dalle cupidigie scatenate) ed ai problemi rischiosi della modernità si lasci rispondere il Vangelo: per l’autore francese sarà bene essere all’altezza di una siffatta forma di “stupidità”, data dall’obbedienza, la quale veniva giudicata da lui come un innalzamento spirituale immancabile per vivere con coerenza la fede.

Si staglia dunque il bisogno di una reazione o di una rivoluzione che consti interamente nel fare ritorno alla fanciullezza. Il rifugio nell’infanzia è la soluzione innanzi al pericolo di compromettersi con i padroni della terra: in una società dove i problemi si moltiplicano ed elevano il grado della loro complessità l’infanzia è un’aurora, un ritorno alla semplicità, un «abbandono alla Maestà divina», ma, surrettiziamente, laddove essa è accompagnata dalla preghiera, una sana rivolta. Scrive Bernanos:

«La preghiera è, insomma,la sola rivolta che riesca a stare in piedi».

Nell’incontro tra le preci e la fanciullezza sembra sia raggiungibile la «radice di purezza» che, così come la definisce Fulvio Panzeri, anima la narrativa di Bernanos delineando una autentica ricerca esistenziale; un itinerario per trovare la purezza può essere movente dell’agire umano soltanto per chi si ponga il problema, oggi desueto, della distinzione tra bene e male. Un male visibile, che attanaglia gli “imbecilli” che plaudono la meccanizzazione del mondo, la degradazione dell’uomo, il cristianesimo ridotto a morale o la libertà abbassata allo zero.

Nel libro “Rivoluzione e libertà” c’è un fuoco che serpeggia tra le conferenze che Bernanos regolarmente trascriveva dopo averle pronunciate nelle sue tournées: è il fuoco di chi non si rassegna alle devitalizzazione dell’Europa cristiana, malgrado essa sia in rovina e non venga sostituita con nulla. Il capitalismo totalitario rappresentante la potenza incontrastata del denaro, l’avvento delle masse e l’insorgere della civiltà tecnologica fanno in modo che l’uomo possa vivere in questa realtà a condizione di essere sempre meno uomo. Ci si è totalmente scordati di fare un mondo per gli uomini liberi e, ripete l’autore, «il mondo sarà salvato soltanto dagli uomini liberi».

Una prova di libertà autentica è contenuta nei “Dialoghi delle carmelitane”, opera sorta per un adattamento cinematografico, ispirata al fatto storico legato all’esecuzione di sedici Carmelitane di Compiègne ghigliottinate il 17 luglio 1794 a Parigi, laddove le suore, accusate per i loro conciliaboli antirivoluzionari, per le corrispondenze fanatiche e gli scritti liberticidi, vengono condotte al patibolo mentre con mitezza intonano il “Salve Regina” e il “Veni Creator”; Bianca, la giovane protagonista, sarà una delle condannate.

All’inizio del racconto, dopo aver cercato riparo da un mondo ai suoi occhi invivibile, ella sceglie di entrare nell’ordine del Carmelo; la sua sincera vocazione e speranza in Dio («Se non sperassi che il Cielo ha qualche disegno su di me, morrei qui di vergogna ai vostri piedi») si confonde però con un sentimento di paura nei confronti della vita, malgrado ciò non neghi la volontà di una vita eroica. Tuttavia, la scena che chiude lo scritto è mirabile, allorché Bianca attraversa la folla sgombra da ogni paura, pronta ad affrontare il patibolo, totalmente fedele al suo voto di fede.

Allo stesso modo, nel romanzo più celebre di Bernanos, il “Diario di un parroco di campagna”, il giovane sacerdote, superando l’agonia di un’esistenza fatta di debolezze e malattia, muore affermando: «Cosa importa? Tutto è grazia». Frase emblematica di un epilogo soprannaturale alla vita terrena e di una conquistata libertà interiore.

(di Enrico Ildebrando Nadai)

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