Berto Ricci e la sintesi delle ideologie novecentesche

Berto Ricci e la sintesi delle ideologie novecentesche

Parlare di Berto Ricci, attualizzarne gli scritti e il lascito politico-ideologico nel contesto odierno. È questo il volere, perfettamente riuscito, di Mario De Fazio nel suo “Tempo di sintesi. L’eredità di Berto Ricci” Idrovolante edizioni.

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Il volume, che si apre con un’interessante prefazione di Mario Bernardi Guardi, completa il lavoro della casa editrice che aveva recentemente ridato alle stampe l’opera principale dell’intellettuale fiorentino: l’agile volumetto “Lo scrittore italiano”, prefato dal giovane Daniele Dell’Orco. Il testo di De Fazio riprende volutamente il titolo del libro al quale stava lavorando il giornalista dell’Italia fascista quando venne colpito a morte sul fronte nordafricano agli albori della Seconda Guerra Mondiale.

La breve vita di Ricci, morto ad appena trentacinque anni, è in tutto e per tutto quella dell’ultimo genio italico capace, come solo i grandi del Rinascimento osarono e seppero fare, di districarsi tra la matematica (il cui insegnamento sarà la principale fonte di sostegno di un uomo che donò se stesso alle proprie idee senza volere nulla in cambio) e il giornalismo, tra la prima linea nell’Africa Orientale negli anni Trenta come in Libia nei Quaranta e la poesia a cui pure si dedicò con un discreto successo.

Anarchico in origine e fascista rivoluzionario poi, sulle stesse posizioni di chi aveva partecipato alla stesura del programma originario di San Sepolcro e, da squadrista, alla Marcia su Roma, Ricci abbracciò il fascismo con la convinzione che Mussolini rappresentasse il compimento definitivo di uno stravolgimento sociale e radicale della società.

Antiborghese, critico verso il nazionalismo nell’ottica di un’apertura, quasi evoliana, dell’italianità e del fascismo verso un’idea imperiale Ricci non mancò di criticare il razzismo, “degenerazione del nazionalismo ed esterno al fascismo”, il classismo, fin troppo radicato nel tessuto del Paese, e l’antisemitismo. Padre culturale di Indro Montanelli, come ammesso dallo stesso giornalista di Fucecchio, Ricci tese la mano verso l’Unione Sovietica individuandone sia i punti in comune che quelli differenti con l’Italia fascista facendo adirare un gerarca del calibro di Roberto Farinacci che arrivò ad accusarlo di bolscevismo.

Eppure proprio nella famosa frase “L’Anti-Roma c’è ma non è Mosca. Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale” è presente l’accusa a quel nemico individuato nella borghesia da sempre assente nella storia e nel tessuto sociale italiano. Primo ad ideare la pubblicazione dei grandi classici a prezzi popolari per consentirne la lettura a tutti i cittadini oggi Ricci verrebbe facilmente accusato di populismo, di rossobrunismo e chi più ne ha più ne metta, sempre che questi siano annoverabili come insulti e non come effettiva estraneità a quei circoli aperti alle sole lobby di potere.

Il merito principale di De Fazio è quello di individuare i punti di contatto originali e spesso sorprendenti tra Ricci e altri intellettuali di oggi e di ieri schieratisi su barricate solo in apparenza diverse. In particolare l’ultimo capitolo, non a caso intitolato “Essere esempio”, propone i parallelismi tra la fede del nostro genio fiorentino e quella del comandante Ernesto Che Guevara, tra il suo coraggio e quello dello scrittore francese Robert Brasillach, giustiziato anch’egli a trentacinque anni, e ancora la sua coerenza e il suo esempio a quelli di Bobby Sands, Hiroo Onoda e Dominique Venner.

È sulla battaglia delle idee che ci attende che bisognerà soffermarsi, perché rileggere, riattualizzare e ridare voce a Berto Ricci permette di scoprirne le intuizioni che lo avvicinano a Julius Evola come ad Antonio Gramsci fino ad arrivare a Pier Paolo Pasolini per una sintesi della più mediterranea ed originale delle idee.

(di Luca Lezzi)

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