Domenico Losurdo, faro nella battaglia contro il liberal-capitalismo

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Si è spento nei giorni scorsi il prof. Domenico Losurdo, nato a Sannicandro di Bari il 14 novembre 1941. Aveva studiato filosofia presso l’Università degli Studi di Urbino, laureandosi nel 1963 sotto la guida del prof. Pasquale Salvucci con una tesi sul filosofo hegeliano Karl Rosenkrantz. Poi, aveva insegnato filosofia all’istituto magistrale e, successivamente, presso quello stesso ateneo urbinate per decenni, arrivando alla cattedra di Storia della Filosofia e a presiedere la Facoltà di Science dell’Educazione.

Da esperto conoscitore della filosofia moderna, lascia dietro di sé decine e decine di pubblicazioni sui grandi pensatori della modernità, in particolare su Hegel e Marx, alla cui tradizione filosofica e politica era sempre rimasto fedele, nonché ad altri autori, come Kant, Lenin, Gramsci, Lukács, i fratelli Spaventa, ecc… ma anche Nietzsche e Heidegger. Nello specifico, vorrei ricordare una serie di convegni internazionali organizzati, spesso insieme ai colleghi (e compagni di militanza politica e intellettuale) Livio Sichirollo e Gianmario Cazzaniga, negli anni ’80-’90 a Urbino, che insieme a studiosi di primissimo ordine, hanno affrontato alcune delle più importanti tematiche della storia della filosofia contemporanea, dal Tramonto dell’Occidente alla filosofia della prassi.

Proprio in conformità a quest’ultima, ad un indefesso lavoro scientifico, Domenico Losurdo aveva accompagnato sempre un’instancabile militanza politica. Non era tanto “di sinistra”, come molti suoi colleghi, transitati pian piano da Berlinguer a Calenda, sulla scia delle mutazioni della sinistra “democratica”. Egli fu, invece, sempre orgogliosamente comunista e marxista-leninista: prima nel PCI, poi animando la corrente più ortodossa (“L’Ernesto”) di Rifondazione, e infine, con l’associazione Marx XXI, di cui era direttore, vicina ai Comunisti Italiani, e poi al nuovo PCI. La sua fedeltà alla linea e alle battaglie di sempre, anche in un contesto differente, lo avevano reso uno dei pochi uomini ancora in piedi in mezzo alle rovine del comunismo storico novecentesco.

Chi scrive lo aveva conosciuto inizialmente per la polemica sorta tra gli studiosi di Nietzsche, dopo la pubblicazione del suo massiccio “Nietzsche, il ribelle aristocratico”, un testo ben documentato e meditato che, nonostante certe forzature (ben evidenziate dalla critica di Giuliano Campioni), tratteggiava l’autore dello Zarathustra come il principale critico della modernità. Avevo poi letto varie opere e assistito a una conferenza presso la Scuola Normale Superiore sul tema della non-violenza, dove aveva tenuto testa a un altro gigante della storiografia italiana come Carlo Ginzburg (anni luce dagli attuali dibattiti “intellettuali”). Solo recentemente, avevo avuto occasione di parlargli, in occasione del volume sulla Cina che aveva generosamente prefato per i tipi della NovaEuropa, traendone un’opinione molto positiva.

Infatti, Domenico Losurdo, all’ammirevole intransigenza nel sostenere le sue convinzioni storico-filosofiche e politiche, univa una squisita cortesia sul piano umano e la disponibilità al dialogo con i sostenitori di posizioni diverse. Basti citare il dibattito che intrattenne con Costanzo Preve a proposito della dicotomia destra-sinistra, dove criticò serratamente le posizioni previane, senza buttarla in caciara con scomuniche e anatemi da giornaletto dei centri sociali.

Detto questo, come tutti i grandi autori, Losurdo non è patrimonio di una sola parte politica, ma le opere che ha scritto, specialmente negli ultimi vent’anni, costituiscono un apporto preziosissimo alla battaglia delle idee contro il liberal-capitalismo e l’imperialismo occidentalista. Sul piano “difensivo”, ha affrontato e confutato (non sempre, a dire il vero, in maniera del tutto convincente) l’assalto condotto dalla propaganda liberale contro l’esperienza sovietica (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera) e quella cinese (La sinistra, la Cina e l’imperialismo), riservando particolare attenzione agli attacchi provenienti da sinistra, dagli eredi del marxismo occidentale rifugiatisi sotto le ali del pensiero debole liberal-progressista (La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra) e diritto-umanista (La non-violenza. Una storia fuori dal mito).

Giocando, invece, “in attacco”, aveva rovesciato l’antifascismo liberale di maniera, riconducendo la critica antifascista all’interno di una più ampia e serrata critica anticapitalista. Applicando il metodo genealogico (le idee non cadono dal cielo!), Losurdo ha dimostrato come gli orrori dei regimi fascisti fossero non solo del tutto analoghi a quelli compiuti dalle democrazie liberali, ma soprattutto come entrambe le specie di crimini contro l’umanità derivassero da una stessa matrice ideologica borghese. La despecificazione naturalistica, ossia l’esclusione da una comune umanità del diverso su basi essenzialiste (biologiche) immutabili, associata alle leggi razziali nazi-fasciste, è già evidente nello schiavismo praticati dai padri del liberalismo (Controstoria del liberalismo).

L’aggressione alla Polonia, con le sue giustificazioni eufemistiche, è filiazione legittima del colonialismo europeo, condotto in nome del progresso (Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana). La stessa sinistra occidentale è, ancora una volta, chiamata in correità, a proposito dei suoi non rari doppi standard tra Occidente e Oriente (Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere).

L’esempio che Domenico Losurdo ha lasciato, dunque, tanto come studioso, quanto come militante, resta, nell’attuale deserto del pensiero, ancora più notevole. Sta a noi essere degni di portarne avanti la lotta contro il liberalismo e il capitalismo.

(di Andrea Virga)

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