Università di Trento sostiene Gay Pride: forse, ci sono altre priorità?

Università di Trento sostiene Gay Pride: forse, ci sono altre priorità?

Il Senato Accademico dell’Università di Trento aveva accolto la richiesta dei rappresentanti degli studenti perché l’ateneo rilasciasse il patrocinio per il Dolomiti Pride che si è tenuto nel capoluogo trentino il 9 giugno; l’università dev’essere un luogo dove non ci sono discriminazioni, gay, trans ed etero, ebrei, italiani o messicani sono tutti uguali sul piano della dignità.

Che è sacrosanta: ce lo insegna il Rinascimento, il momento in cui la riflessione cristiana e quella laica iniziavano quella dialettica che nelle sue diverse forme perdura ancora oggi. Il razzismo come l’omofobia sono due atteggiamenti che ledono la dignità della persona offesa, perché appartiene ad un’altra etnia od è omosessuale.

Fino a questo punto siamo tutti d’accordo; ma il problema sorge quando si prospettano eventi come un Gay Pride: oltre alla sfilata ci sono diversi eventi tutti connessi e collegati. Nel caso specifico di Trento, ci sono mostre di illustratori e fotografi, qualche chiacchierata con persone che hanno il figlio omosessuale e due convegni organizzati dal Centro Studi di Genere dell’ateneo (senza proporre però, nonostante i relatori, un contraddittorio).

L’Università ha rilasciato il patrocinio sostenendo che l’evento sia di alto valore culturale e scientifico, in particolare per alcuni incontri di cui parleremo a breve; non tanto, capiamoci, perché possa abbattere certe discriminazioni che sono più o meno latenti nel nostro Paese.

Senza fare polemica, sarebbe da chiedersi dove siano questi elementi scientifici e culturali in questa manifestazione. Tralasciamo la sfilata, e vediamo gli eventi di contorno: la mostra fotografica di Marika Puicher su Elian Angel Ruiz, una bambina dodicenne transessuale di Madrid; l’esposizione di diversi film e libri che affrontano altrettante situazioni famigliari, comprese quelle omogenitoriali; uno spettacolo di drag queen; un allenamento di rugby inclusivo -senza placcaggi o mischia, che di rugby, dunque, ha davvero molto poco (forse solo la palla ovale si salva)-.

La cultura, si può obiettare -e anche giustamente-, non è solo il libro, la poesia o il monumento: ma è anche lo sviluppo di un qualcosa di più collettivo, come una tradizione o una consuetudine. O uno stile di vita, un modo di vivere. E la scienza, specie se ci riferiamo all’ambito accademico, è una modalità di analisi all’interno di una specifica disciplina; ma in entrambi i casi ci dev’essere dialettica, ripudiando il senso unico della narrazione.

Dove sarebbe dunque la chiave di volta per comprendere il senso di questo patrocinio? La risposta è in un convegno che si è tenuto il giorno prima del vero e proprio Pride sulla fecondazione assistita, sull’omogenitorialità in relazione ad essa e al pluralismo famigliare presente in Italia, il cui ordinamento ancora si basa su un concetto conservatore di famiglia, a cui parteciperanno diversi relatori.

L’organizzatore è il Centro degli Studi di Genere cui abbiamo accennato poco sopra. Ce ne sarebbe pure un altro: sulla tutela della dignità della persona indipendentemente dal suo orientamento sessuale (che si tiene, invece, il sette giugno). L’avrete capito anche voi come siano riusciti, dunque, a giustificare il patrocinio.

Il Gay Pride è ormai una sfilata quasi folkloristica, è un momento di festa e di baldoria; è la marcia di persone che rivendicano con orgoglio la propria sessualità (lanciamo una piccola provocazione: se ci fosse un Etero Pride lo patrocinerebbero ugualmente?), e per combattere contro l’omofobia dilagante, sembra, e al tempo stesso rivendicare più diritti civili: tra cui il matrimonio e, in maniera velata, la legalizzazione dell’utero in affitto.

Due punti piuttosto critici nel dibattito: chi è radicale urlerà alla libertà; chi non lo è tentenna, rivendicando la morale o l’etica. Ed è in questi due fuochi che può essersi trovato il Senato Accademico dell’Università di Trento: accettando, i conservatori e i reazionari hanno storto il naso -non trovando motivazioni valide adeguate per il patrocinio-; rifiutando, avrebbe attirato le schiere degli attivisti dell’Arcigay i quali avrebbero tacciato UniTn di omofobia, nonostante sia stata una delle prime università a creare un doppio libretto per le persone che cambiano il proprio sesso.

Ormai, i giochi sono fatti. E il Dolomiti Pride si può vantare del patrocinio accademico. Prima di mettere il punto finale sulla faccenda, però, ci sia consentita un’ultima provocazione: a fronte dei problemi che attraversano l’Italia è davvero necessario spendere tutte queste energie e risorse per un Gay Pride?

L’Università dev’essere il Tempio del sapere, e su questo concordiamo tutti; ma chi studia e vuole laurearsi ha in prospettiva la voglia di trovarsi un lavoro che corrisponda alle sue aspettative. Ma è cosa nota che non sia facile essere assunti, specie per quello che si ha studiato negli anni universitari.

C’è la crisi, la disoccupazione -specie giovanile- è alle stelle. I problemi, però, sono l’omofobia e le discriminazioni di genere -vere o presunte-. Non i tirocini o i contratti a progetto o gli stage sottopagati o non pagati affatto. Quelli vanno bene. Oggi viene fatta passare l’idea che l’Università sia l’Istituzione culturale per antonomasia: è democratica, e in certi casi pure davvero meritocratica.

Ma se è davvero così, perché allora si devono salvaguardare e pretendere solamente i diritti civili in luogo di quelli sociali, che sono a differenza dei primi davvero universali e viene da dire democratici? La verità è che noi per vivere dobbiamo lavorare: che si sia eterosessuali od omosessuali, forni a microonde o lavatrici se vogliamo mangiare dobbiamo avere uno stipendio che ci permetta di andare al supermercato o dall’alimentari sotto casa; spiace dirlo: non campiamo con l’aria.

Se c’è un problema su cui dovremmo interrogarci tutti è proprio la disoccupazione e la mancanza di poter sfruttare la propria laurea triennale o magistrale nel mercato lavorativo; su questo punto l’università latita, in termini sia di convegni sia di iniziative che partono dalla comunità universitaria tutta, docenti, personale e studenti.

Questa è la vera battaglia che dovrebbe essere combattuta per non essere un Paese retrogrado: quella sul lavoro e, non mancheremo mai di dirlo, sulle tutele verso quelle persone -in particolar modo le donne- che sognano di costruirsi una famiglia con l’uomo o la donna che si ama. Attraverso dibattiti, convegni, marce e iniziative anche e soprattutto all’interno dell’ateneo.

Si costruisce una società migliore non patrocinando soltanto i Gay Pride; ma pure, e vi chiediamo di perdonarci il gioco di parole, lavorando per il lavoro (e dal punto di vista politico e da quello più culturale e didattico). Forse, con le unioni civili e i diritti annessi e connessi saremmo un’Italia più, per l’appunto, civile.

Ma senza il lavoro, o le garanzie che uno Stato serio dovrebbe dare, e cioè la salvaguardia dei diritti sociali come un’istruzione decente, la sicurezza per le strade, una sanità pubblica discreta, noi possiamo essere gay, etero, trans o chi vogliamo, ma senza un’occupazione dignitosa la dignità come il cibo viene a mancare.

È giusto combattere le discriminazioni, con un po’ di sale in zucca – capendo dove e quando ci sia la discriminazione-, d’accordo. Prima del matrimonio o della fecondazione assistita – o dell’utero in affitto– viene, però, il diritto sociale del lavoro, per chiunque. Lo stesso lavoro con cui si apre la Costituzione di questa Repubblica che da poco ha compiuto i suoi settantadue anni d’età. Altrimenti, moriremo di fame. E di certo, e qui finiamo, non è la fine che nessuno di noi vuole fare.

(di Alessandro Soldà Cristofari)

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