La vittoria di Nicolas Maduro e le nuove sfide del Venezuela

La vittoria di Nicolas Maduro e le nuove sfide del Venezuela

Le elezioni presidenziali tenutesi in Venezuela hanno un volto: quello di Nicolas Maduro. Lungamente considerato l’unico responsabile della crisi economica nel suo Paese il delfino del comandante Hugo Chavez ha completato ieri una serie di vittorie in campo politico, economico e internazionale nate dalla fase più difficile del chavismo.

Solo un anno fa di questi tempi il Venezuela era al centro dell’informazione, o disinformazione, per i violentissimi scontri di piazza in cui persero la vita 120 persone. Dopo essere riuscito a non capitolare davanti alla morsa internazionale strettagli dal fronte comune tra opposizioni liberiste e nuova presidenza statunitense (su tutti l’ex amministratore delegato di ExxonMobil Rex Tillerson già nemico della nazione bolivariana per via di un arbitrato internazionale ben prima di essere nominato Segretario di Stato da Donald Trump), Maduro ha rilanciato su tutti i fronti la propria azione.

In primis indicendo una consultazione per eleggere una nuova Assemblea Costituente, in seguito fissando le elezioni amministrative rimandate a causa del clima di violenza ed uscendo sempre vincitore. In ambito commerciale pur dovendo confrontarsi con l’isolamento nel subcontinente latinoamericano (con tanto di sospensione dal Mercosur) ad eccezione degli stati aderenti all’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Cuba, Nicaragua e Bolivia su tutti) ha rinnovato i rapporti con la Russia di Putin e la Cina. In campo economico ha fatto la propria comparsa la prima moneta digitale di Stato, il Petro, nata per aggirare le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea sui mercati finanziari e legata alle materie prime di cui è ricca la nazione sudamericana.

L’ostacolo superato ieri con la rielezione alla presidenza permetterà ora a Nicolas Maduro di governare per i prossimi sei anni in cui sarà vitale porre rimedio alle mancanze della prima parte del suo primo mandato quando l’attenzione fu rivolta più al ricordo del defunto Chavez che alle problematiche di una nazione legata esclusivamente al prezzo del petrolio che rappresenta ancora il 95% delle esportazioni.

Il 67,7% con cui è stato rieletto rappresenta la massima percentuale raggiunta da un esponente del socialismo del XXI secolo in una tornata presidenziale ma, guardando ai voti reali, è lontana dai sette milioni e mezzo di voti che gli consentirono di battere il leader della Mud Capriles nell’aprile del 2014, chiaro sintomo che anche nell’elettorato tradizionalmente chavista si può recuperare il consenso necessario a pacificare uno Stato in cui le opposizioni prima chiedono le elezioni e poi le boicottano per riporre tutte le proprie aspettative in un intervento armato del gigante statunitense.

(di Luca Lezzi)

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