Pantomina a 5 stelle: ecco tutti gli errori di Di Maio

Pantomina a 5 stelle: ecco tutti gli errori di Di Maio

Dalle elezioni del 4 marzo sono passati più di 2 mesi, e le possibilità di un governo nel breve periodo sono assai grame. Non che, considerando i risultati, ci si potesse aspettare tanto di diverso. Tuttavia questi mesi di trattative e tatticismi hanno fatto emergere diverse immagini dei leader in gioco e degli umori all’interno dei partiti e delle coalizioni, e, visto il punto a cui si è giunti, una cosa la possiamo affermare con relativa sicurezza: l’incapacità politica di Di Maio e il “superficialismo” arrogante e velleitario del Movimento 5 Stelle sono attualmente il principale problema politico italiano.

Con il 32% di voti, a diventare il nuovo ago della bilancia delle trattative non potevano che essere i pentastellati: vista l’evidente impossibilità di qualsiasi accordo tra PD e centrodestra a trazione leghista, è stato Di Maio a fare la “spola”, a tendere verso l’uno e l’altro polo, a giostrare e ad ergersi a protagonista di un dibattito infinito e finora inconcludente. Ed è in questo ruolo assolutamente centrale che sono emerse tutte le mancanze a cui abbiamo accennato.

Qualunque cosa si possa pensare degli “inciuci”, delle alleanze trasversali o “contronatura”, è evidente che in una situazione come quella attuale, dove nessun partito gode di una maggioranza assoluta, bisogna trovare un’intesa tra due poli. Il problema grillino è stato proprio quello: fingere di volere un’intesa con le altre forze, imponendo condizioni talmente inaccettabili da rendere vana qualsiasi possibilità di accettazione, mirando perlopiù a distruggere e dividere coalizioni e partiti – il vecchio trucchetto del “dividi et impera”, solo che, vista la conformazione del Parlamento, questo giochetto difficilmente può riuscire a produrre maggioranze.

Questa tattica è stata tentata per la prima volta con il centrodestra: ad un Salvini dispostissimo a trattare, partendo da un’intesa sui programmi, i 5 Stelle hanno imposto al leader del Carroccio di rompere la coalizione della quale è oggi a capo, la prima del paese con il 37%, perché loro “non riconoscono l’esistenza delle coalizioni” e “non governano con Berlusconi”. Una volta distrutta la coalizione, la Lega avrebbe dovuto accettare di essere la stampella di minoranza di un governo la cui guida sarebbe spettata solo a Di Maio.

Una condizione assolutamente inaccettabile per chiunque: perché mai rompere una coalizione, non solo prima in Italia ma anche vincente sul territorio (basterebbe citare come esempi recenti la Sicilia, il Molise e il Friuli), che nonostante le crepe e le differenze amministra da anni regioni e comuni – e col rischio anche di far cadere tutto ciò? Per buttarsi nel vuoto di un’alleanza “innaturale” (o quantomeno “inedita”) con un movimento praticamente intrattabile che impone il suo candidato premier come una “precondizione non negoziabile”?

Se si ha qualche nozioni delle logiche politiche e dei giochi di potere, si capisce immediatamente quanto simili richieste non siano altro che fumo negli occhi, e più che una trattativa appare una tronfia imposizione di una forza che si autoincensa come “prima”, “migliore”, l’unica “legittimata dagli italiani”. Il recente cambiamento di rotto di Di Maio, che si è detto disponibile a cercare un premier “comune”, d’intesa con Salvini, certifica solo una cosa: i pentastellati sono finiti in un vicolo cieco, si sono accorti di essere stati intrappolati dai loro ben più abili avversari, e hanno iniziato alcuni passi indietro per salvare il salvabile.

Col PD, l’incapacità mista ad incoerenza dei grillini ha toccato nuove vette. Dopo una pluriennale campagna contro il malgoverno di Renzi, i 5 Stelle hanno avuto il coraggio di chiedere al PD – che secondo la loro logica dovrebbe essere “improponibile” tanto quanto Berlusconi – un’alleanza di governo, però questa volta “partendo dai temi e dai programmi”.

Nonostante i dem siano ancora egemonizzati (nei numeri in Parlamento e nel Direttivo) dai renziani, i 5 Stelle hanno comunque voluto tentare il colpo gobbo con un partito allo sfascio che fino a quel momento si era chiamato fuori. E questa messinscena si è conclusa in un telefonatissimo fallimento, nonostante le settimane di trattative. Un breve “giro di valzer” che è stato solo utile a fare infuriare numerosi sostenitori pentastellati e ad affossare ulteriormente la credibilità di questo movimento.

E da quel fallimento è cominciato un vero stallo, che le recenti aperture di Di Maio a Salvini fino a questo momento non hanno scosso. Uno stallo politico che, come gli italiani hanno ben recepito in un sondaggio di Index Research, è frutto delle azioni grilline, il cui modus operandi è ormai chiaro: scimmiottare una trattativa (dividendo partiti e coalizioni) tramite veti ed imposizioni, incolpando gli “altri” di aver rifiutato le loro proposte.

Pantomina a 5 stelle: ecco tutti gli errori di Di Maio

Che il bagaglio retorico dei 5 Stelle fosse estremamente esiguo, iperbolico e altezzoso già lo si sapeva: ma dopo il fallimento delle trattative, mediaticamente, si sono trasformati in un fastidioso disco rotto. Si è passati dal “tradimento nei confronti del popolo italiano” per coloro che hanno rifiutato le loro proposte (perché secondo la logica grillina, il 32% che li ha votati rappresenta “tutto il popolo”, al quale solo loro hanno un legame di legittimità!), all'”inciucio” (ancora di Renzi e Berlusconi? Nonostante i consensi ormai miseri che hanno??), all'”attaccamento alle poltrone”, ecc. Un mix di moralismo politico talebano, anatemi francamente ridicoli e linguaggio complottista, che gettano ulteriore benzina sul fuoco in una situazione ingarbugliata e che richiederebbe serietà.

Con l’ovvio fallimento di una simile politica e la chiusura dei “due forni”, i 5 Stelle hanno strillato per un ritorno alle urne (ora rientrato? così sembrerebbe, per ora…). Un’ennesima mossa che denota una grossolana incapacità di interagire con la cosa pubblica.

Se i grillini hanno ragione nel criticare il rosatellum, che ha dimostrato di non poter garantire governabilità, vorrebbero comunque tornare al voto con quella stessa legge: nessuna modifica in senso maggioritario, benché un simile emendamento non richieda per forza iter lunghissimi, e troverebbe sicuramente favorevole il centrodestra.

Un eventuale ritorno alle urne a così pochi mesi dal voto, dimostra anche la poca lungimiranza del vertice grillino. La convinzione è che, in casi di imminenti elezioni, le votazioni sarebbero una specie di ballottaggio tra Di Maio e Salvini, che il PD verrà assorbito dal suo movimento e Forza Italia dalla Lega, e che si produrrà una maggioranza (leggasi: una maggioranza grillina). Puro frutto di dissennate elucubrazioni pentastellate senza alcun costretto né alcuna base reale per crederlo.

Ovviamente da qui a giugno o settembre o novembre le intenzioni di voto possono sicuramente cambiare anche di parecchio. Ma c’è assai da dubitare che i risultati saranno troppo diversi da quelli di inizio marzo: un sondaggio del 5 maggio mostra una situazione che produrrebbe un parlamento quasi analogo a quello attuale. M5S al 33%, Lega in costante crescita al 21%, Forza Italia al 13%, PD al 18%.

Dalla “soglia implicita” del 40% come minimo per governare i 5 Stelle rimarrebbero lontanissimi. Per i grillini, guadagnare più dell’8% con un costante calo nella popolarità di Di Maio (dal 45% di approvazione in aprile, al 37% odierno), le débâcle clamorose alle regionali in Molise e Friuli, e un generale vento di discredito che soffia su questo movimento, è quasi utopia. Forse proprio da questa presa di coscienza ha preso le mosse la svolta di Di Maio, che ha ufficialmente rinunciato ad imporre la sua premiership.

Ben diverso il discorso sarebbe, in caso di elezioni per il centrodestra: sospinto dall’aumento di popolarità di Salvini (attualmente il leader più gradito, col 44%), sfiorerebbe il 39% (sommando anche il quasi 4% di Fratelli d’Italia e le briciole di Noi con l’Italia). Insomma, nessuna vera fagocitazione di Forza Italia nella Lega (non nell’immediato almeno), ma un trend stabile che conferma il primato all’unica forza che ha davvero la possibilità di raggiungere e superare il 40%.

Il PD difficilmente subirà un “inglobamento” nei 5 Stelle: gran parte dell’elettorato democratico è di natura diversa da quello grillino, anagraficamente diverso, geograficamente circoscritto e, soprattutto, socialmente diverso, con un background socio-culturale distante. Se un’alleanza PD-M5S avrebbe forse consegnato alla storia il PD, una vicina tornata elettorale non prosciugherebbe questo partito in favore del Movimento di Grillo: quel 7-8% mancante ai grillini può venire solo parzialmente da un elettorato assolutamente ostile allo stile politico di Di Maio e soci, e che, in netta maggioranza, era ostile ad un’intesa elettorale.

Pantomina a 5 stelle: ecco tutti gli errori di Di Maio

Proprio queste considerazioni elettorali – certamente ipotetiche ma assai realistiche – possono avere indotto i vertici grillini a modificare il tiro e a questa nuova virata. Una mossa, quella di Di Maio, che dopo aver annunciato a più riprese e a mezzo stampa la totale chiusura del “forno” con la Lega e la volontà di tornare alle urne, suona ancor di più come una mancanza di programmazione, di strategia, come una bella improvvisazione sorretta da idealismo e da molta incapacità nel trattare la cosa pubblica.

(di Leonardo Olivetti)

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