La magistratura è il nuovo nemico della sinistra latino-americana

La magistratura è il nuovo nemico della sinistra latino-americana

A partire dall’inverno 2015 la sinistra latino-americana ha dovuto fare i conti con una serie di nemici, dal riflusso elettorale che ha consentito alle coalizioni neo-liberiste di presentarsi con nuove vesti, spesso più accattivanti agli occhi dei cittadini, alla fine della decade dorada, che aveva permesso enormi investimenti in politica sociale finanziati attraverso le alte entrate derivate dal prezzo elevato delle materie prime, fino a giungere in assoluto contrasto con la magistratura.

Lì dove non sono riusciti imprenditori di grido o cadute del Pil nazionale è sempre più evidente la mano delle procure nel capovolgere il volere popolare. Qualcosa che nel mondo occidentale è già prassi da anni (dal primo governo Berlusconi in Italia alle minacce di impeachment a Donald Trump negli Usa) è ora esportato nel Sud del mondo. Ultima in ordine cronologico è l’inchiesta contro l’ex presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner che, pur godendo attualmente dell’immunità parlamentare, è stata rinviata a giudizio per corruzione su alcuni appalti pubblici. Recentemente sconfitta nelle elezioni di medio termine per le due Camere del Parlamento argentino, la Kirchner è ancora l’assoluta protagonista e guida del fronte peronista che si oppone al presidente in carica Mauricio Macri, posizione che la porterebbe, attualmente, ad essere la più accreditata sfidante del leader di Cambiemos alla tornata presidenziale del 2019.

In una posizione molto simile a quella della pasionaria leader di Unidad Ciudadana si ritrova l’ex presidente brasiliano Lula. La condanna in secondo grado avuta presso la Corte di Appello di Porto Alegre rende il leader del Partito dei Lavoratori ineleggibile per via della legge di iniziativa popolare “Fedina pulita”, riguardante tutti i condannati da Corti collegiali. Già in corsa per le elezioni presidenziali che si terranno ad ottobre, Lula non intende rinunciare alla candidatura per Palácio do Planalto per la quale è dato in testa da tutti i sondaggi nonostante le accuse di corruzione e riciclaggio.

Anche in Ecuador, dove a farne le spese è stato il vicepresidente Jorge Glas, e in Cile, dove recentemente la coalizione di centrosinistra è stata sconfitta alle presidenziali, le inchieste giudiziarie hanno determinato un capovolgimento dell’assetto politico permettendo di intaccare dei fortini che apparivano inespugnabili fino a qualche mese fa. La sfida per tornare a correre e riacquistare fiducia e sostegno da parte degli esponenti del socialismo del XXI secolo passa anche per una stretta davanti agli atavici problemi di corruzione e criminalità che sia i cittadini che le magistrature non sembrano voler più perdonare nell’intero continente.

(di Luca Lezzi)

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